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Si
chiamavano Gianni Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo. Cinque ragazzi, età media 22
anni. Calabresi di Gioia Tauro i maschi. Tedesca, moglie di Gianni, la
ragazza. Tutti e cinque anarchici. Dell'incidente stradale che li uccise alle
porte di Roma - più di trent'anni fa - si può dire quel poco che si conosce:
la macchina senza controllo, lo schianto contro il posteriore di un grosso
camion, i corpi intrappolati nell'utilitaria. Poi la
disperazione del camionista, gli inutili soccorsi, il pellegrinaggio delle
famiglie per il recupero dei corpi.
Boia chi molla
L'estate calabrese che quei cinque si sono lasciati alle spalle partendo da
Gioia Tauro, la mattina del 26 settembre 1970 è una ben calda estate: da metà
luglio Reggio Calabria è stata sconvolta dalla rivolta del "boia chi
molla". Estremisti di destra, monarchici e manovali della 'ndrangheta,
riuniti nel "Comitato d'azione per Reggio capoluogo", hanno messo a
ferro e fuoco la città per giorni e giorni: dietro la protesta per la scelta
di Catanzaro come capoluogo di Regione c'è la volontà di alzare la tensione
nel Paese, a sei mesi di distanza dalla strage di piazza
Fontana. Il 22 luglio il treno veloce "Freccia del sud" era
deragliato tra Gioia Tauro e Reggio Calabria, provocando sei morti e 54
feriti. Nonostante le perizie avessero subito
puntato sull'ipotesi dell'attentato, la conclusione dell'impigrita
magistratura del tempo era stata diversa: un incidente provocato dall'incuria
dei macchinisti.
Di tutto questo i nostri
cinque ragazzi potrebbero anche fregarsene: sono giovani, hanno il mare a due
passi e molta vita davanti. Invece li ha presi la passione
per la politica: sono anarchici, come Pietro Valpreda, il ballerino finito
dentro una trama la cui puzza di depistaggio si avverte persino dalla
periferia calabrese. Uno di loro, Angelo Casile, ha persino
testimoniato nel corso dell'istruttoria su piazza
Fontana, condotta a Roma dal giudice Vittorio Occorsio: al magistrato, che
indaga sui legami tra eversione di destra, massoneria e criminalità
organizzata - e che per questo sarà ucciso - Angelo ha parlato del
coinvolgimento di un estremista nero calabrese nella catena d'attentati che
accompagnarono la bomba alla banca dell'Agricoltura. E' una strana sintonia
quella tra il giovane anarchico e l'uomo della legge, ma sono tempi non
comuni: c'è aria di golpe e a sinistra circola la parola d'ordine della
vigilanza democratica.
I morti della "Freccia del Sud"
I cinque ragazzi di Gioia Tauro sono particolarmente vigili e guardinghi, e
d'altra parte la Calabria è periferia per molte cose, ma non per la qualità
degli intrecci criminali: qui è fortissimo, allora come oggi, l'incrocio tra
i poteri criminali. All'epoca ci sono anche spezzoni di servizi segreti
pronti a dare una mano a quei signori, e una magistratura quasi del tutto
asservita a chi comanda.
Sono cose che Gianni,
Annalise, Angelo, Luigi e Franco traducono in indagini concrete: hanno messo
insieme una lista di estremisti in contatto con
ambienti massonici e con la dittatura dei colonnelli greci. Nei giorni della
rivolta di Reggio sono andati in giro con le macchine fotografiche, a
documentare la presenza di "professionisti" tra gli animatori delle
barricate. Non avranno il tempo di scoprire che alcuni di quegli uomini nel
dicembre successivo, saranno tra i partecipanti al fallito golpe del principe
"nero" Junio Valerio Borghese. Ma hanno visto il principe eccitare
gli animi della destra sulla piazza di Reggio, nell'ottobre del '69, hanno
visto i boss locali battergli le mani con convinzione, sanno che subito dopo qualcosa si è mosso ai vertici delle cosche calabresi.
Soprattutto, i cinque amici si sono messi a indagare
sull'incidente della "Freccia del sud", quello del 22 luglio. Per
un mese hanno sfruttato amicizie, contatti e conoscenze e sono arrivati a una conclusione opposta a quella della magistratura: è
stato un attentato, provocato da una bomba. La loro controinchiesta è
diventata un dossier di un centinaio di pagine con nomi, organizzazioni e
collegamenti. Con i loro poveri mezzi, hanno intuito che l'attentato al treno
fa parte di un'opera di destabilizzazione cui prendono parte
forse diverse, ma unite dall'interesse a rosicchiare il fragile
armadio della democrazia italiana. Come un esercito di tarme.
Del loro lavoro i cinque
hanno parlato con alcuni compagni di Gioia Tauro, ma senza scendere in
dettagli. Temono la fuga di notizie, sentono che
bisogna cercare copertura a Roma per un lavoro che li ha già esposti molto.
Hanno anche provato a inviare ad un compagno in
vista del circolo anarchico di Roma il loro dossier, ma il pacco non è mai
arrivato. Magari sono le solite poste italiane, ma i cinque temono che
qualcuno si sia messo tra quelle carte e la loro destinazione. Gianni Aricò,
il leader naturale del gruppo, ha quindi telefonato a Edoardo di Giovanni,
l'avvocato romano il cui studio era a quel tempo il
punto di riferimento del lavoro di controinformazione sulla strage di piazza
Fontana. Gianni ha spiegato al famoso legale che lui e gli altri compagni
vogliono sottoporgli il dossier. Di Giovanni ha fissato un appuntamento per
il 27 settembre. Quel giorno a Roma c'è il presidente americano Nixon, e i
cinque ragazzi ne approfitteranno per partecipare
alla manifestazione di protesta.
Una cosa è certa: i
cinque ragazzi di provincia non disturberebbero un professionista importante
come Di Giovanni senza un ottimo motivo. E il
motivo, ha confermato lo stesso legale, era il dossier sull'incidente alla
"Freccia del Sud". I ragazzi lo hanno sicuramente con loro sulla
Mini Minor di Gianni e Annalise che deve portarli tutti a Roma. Partenza il 26 dopo pranzo: Gianni alla guida, Annalise
accanto a lui, gli altri tre dietro, forse con il pacco di carte poggiato a
turno sulle gambe. Sono allegri, diranno poi gli amici: è una bella giornata,
cielo terso, aria fresca, e in fondo per dei ventenni di Gioia Tauro il
viaggio a Roma è sempre una festa, qualunque sia il motivo per
cui si parte.
Alle 23 la Mini Minor è
all'altezza di Ferentino, sessanta chilometri da Roma. Il tempo è sempre
sereno, la strada dritta e ben asfaltata, il traffico inesistente. Un
camionista che trasporta barattoli di pomodoro sente la botta sul retro del
suo mezzo. Si ferma qualche centinaio di metri più avanti, torna indietro a
piedi e vede la Mini Minor semidistrutta in mezzo alla carreggiata. Angelo,
Luigi e Franco sono morti sul colpo, Gianni e
Annalise respirano ancora. Lui smetterà 24 ore dopo, senza uscire dal coma.
Lei sopravvive venti giorni ancora, senza però essere mai abbastanza lucida
da spiegare cosa sia successo.
Per la polizia stradale,
che fa i rilievi, c'è poco da spiegare: colpo di sonno o disattenzione. Si sa
come sono i ragazzi in macchina: scherzano, bevono, fanno casino e vanno ad
ammazzarsi. L'inchiesta nemmeno comincia, chi ha dei dubbi se li tiene. Alle
famiglie non viene restituito nulla. Le cento pagine
del dossier si sono come dissolte nella campagna di Ferentino, e così pure le
agende dei cinque ragazzi, che i genitori hanno richiesto inutilmente.
Parlano i pentiti
Bisognerà aspettare più di vent'anni, e la tanto deprecata stagione del
pentitismo, perché di quei cinque ragazzi si ritorni a parlare. Il 16 giugno
del 1993, davanti al pm di Reggio Calabria Vincenzo Macrì, il collaboratore
di Giustizia Giacomo Lauro, parla della "Freccia del Sud": racconta
che si è trattato di un attentato, compiuto da un fascista e da un mafioso su
mandato del "Comitato d'azione per Reggio capoluogo". Queste prime
dichiarazioni vengono confermate da altri pentiti, e
la Direzione investigativa antimafia può ricostruire il quadro generale: la
strategia della tensione calabrese è stata alimentata da Avanguardia
Nazionale e boss della ‘ndrangheta, con l'appoggio di una certa massoneria.
Uomini chiave sono stati il boss Paolo de Stefano e
il principe Borghese, ma nelle carte dell'inchiesta finiscono anche due teste
calde di destra, che nel frattempo hanno messo il doppiopetto e sono stati
eletti in Parlamento con Alleanza Nazionale. Davanti al giudice Guido
Salvini, che indaga su Piazza Fontana, uno dei pentiti parla anche dei cinque
ragazzi di Gioia Tauro. Dice di essere certo che la
loro morte "era dovuta ad un'azione omicidiaria commessa da gruppi di
destra". Altri particolari utili vengono da un cugino di Gianni Aricò,
che finalmente trova un giudice cui raccontarli. Ma
i fatti sono ormai troppo lontani, il dossier è sparito nel nulla, i cattivi
di questa storia minore dello stragismo italiano sono tutti morti o scappati
all'estero. Non resta che prenderne atto, e limitarsi a scrivere ancora, per
fissarli nella memoria, i nomi di quei cinque ragazzi che in una bella
giornata di settembre invece di andarsene al mare, partirono per Roma col
loro carico di verità: Gianni Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo. Eroi involontari di una storia
d'Italia mai scritta.
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