Era il 26 settembre del 1970 quando la mini minor con a bordo Gianni Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo va a sbattere contro un autotreno, probabilmente stretta da una terza macchina. Venivano da Reggio Calabria e uno di loro aveva detto per telefono alla madre: «Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l'Italia...»

La strana morte di cinque giovani anarchici

 

 

Si chiamavano Gianni Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo. Cinque ragazzi, età media 22 anni. Calabresi di Gioia Tauro i maschi. Tedesca, moglie di Gianni, la ragazza. Tutti e cinque anarchici. Dell'incidente stradale che li uccise alle porte di Roma - più di trent'anni fa - si può dire quel poco che si conosce: la macchina senza controllo, lo schianto contro il posteriore di un grosso camion, i corpi intrappolati nell'utilitaria. Poi la disperazione del camionista, gli inutili soccorsi, il pellegrinaggio delle famiglie per il recupero dei corpi.


Boia chi molla
L'estate calabrese che quei cinque si sono lasciati alle spalle partendo da Gioia Tauro, la mattina del 26 settembre 1970 è una ben calda estate: da metà luglio Reggio Calabria è stata sconvolta dalla rivolta del "boia chi molla". Estremisti di destra, monarchici e manovali della 'ndrangheta, riuniti nel "Comitato d'azione per Reggio capoluogo", hanno messo a ferro e fuoco la città per giorni e giorni: dietro la protesta per la scelta di Catanzaro come capoluogo di Regione c'è la volontà di alzare la tensione nel Paese, a sei mesi di distanza dalla strage di piazza Fontana. Il 22 luglio il treno veloce "Freccia del sud" era deragliato tra Gioia Tauro e Reggio Calabria, provocando sei morti e 54 feriti. Nonostante le perizie avessero subito puntato sull'ipotesi dell'attentato, la conclusione dell'impigrita magistratura del tempo era stata diversa: un incidente provocato dall'incuria dei macchinisti.

Di tutto questo i nostri cinque ragazzi potrebbero anche fregarsene: sono giovani, hanno il mare a due passi e molta vita davanti. Invece li ha presi la passione per la politica: sono anarchici, come Pietro Valpreda, il ballerino finito dentro una trama la cui puzza di depistaggio si avverte persino dalla periferia calabrese. Uno di loro, Angelo Casile, ha persino testimoniato nel corso dell'istruttoria su piazza Fontana, condotta a Roma dal giudice Vittorio Occorsio: al magistrato, che indaga sui legami tra eversione di destra, massoneria e criminalità organizzata - e che per questo sarà ucciso - Angelo ha parlato del coinvolgimento di un estremista nero calabrese nella catena d'attentati che accompagnarono la bomba alla banca dell'Agricoltura. E' una strana sintonia quella tra il giovane anarchico e l'uomo della legge, ma sono tempi non comuni: c'è aria di golpe e a sinistra circola la parola d'ordine della vigilanza democratica.


I morti della "Freccia del Sud"
I cinque ragazzi di Gioia Tauro sono particolarmente vigili e guardinghi, e d'altra parte la Calabria è periferia per molte cose, ma non per la qualità degli intrecci criminali: qui è fortissimo, allora come oggi, l'incrocio tra i poteri criminali. All'epoca ci sono anche spezzoni di servizi segreti pronti a dare una mano a quei signori, e una magistratura quasi del tutto asservita a chi comanda.

Sono cose che Gianni, Annalise, Angelo, Luigi e Franco traducono in indagini concrete: hanno messo insieme una lista di estremisti in contatto con ambienti massonici e con la dittatura dei colonnelli greci. Nei giorni della rivolta di Reggio sono andati in giro con le macchine fotografiche, a documentare la presenza di "professionisti" tra gli animatori delle barricate. Non avranno il tempo di scoprire che alcuni di quegli uomini nel dicembre successivo, saranno tra i partecipanti al fallito golpe del principe "nero" Junio Valerio Borghese. Ma hanno visto il principe eccitare gli animi della destra sulla piazza di Reggio, nell'ottobre del '69, hanno visto i boss locali battergli le mani con convinzione, sanno che subito dopo qualcosa si è mosso ai vertici delle cosche calabresi. Soprattutto, i cinque amici si sono messi a indagare sull'incidente della "Freccia del sud", quello del 22 luglio. Per un mese hanno sfruttato amicizie, contatti e conoscenze e sono arrivati a una conclusione opposta a quella della magistratura: è stato un attentato, provocato da una bomba. La loro controinchiesta è diventata un dossier di un centinaio di pagine con nomi, organizzazioni e collegamenti. Con i loro poveri mezzi, hanno intuito che l'attentato al treno fa parte di un'opera di destabilizzazione cui prendono parte forse diverse, ma unite dall'interesse a rosicchiare il fragile armadio della democrazia italiana. Come un esercito di tarme.

Del loro lavoro i cinque hanno parlato con alcuni compagni di Gioia Tauro, ma senza scendere in dettagli. Temono la fuga di notizie, sentono che bisogna cercare copertura a Roma per un lavoro che li ha già esposti molto. Hanno anche provato a inviare ad un compagno in vista del circolo anarchico di Roma il loro dossier, ma il pacco non è mai arrivato. Magari sono le solite poste italiane, ma i cinque temono che qualcuno si sia messo tra quelle carte e la loro destinazione. Gianni Aricò, il leader naturale del gruppo, ha quindi telefonato a Edoardo di Giovanni, l'avvocato romano il cui studio era a quel tempo il punto di riferimento del lavoro di controinformazione sulla strage di piazza Fontana. Gianni ha spiegato al famoso legale che lui e gli altri compagni vogliono sottoporgli il dossier. Di Giovanni ha fissato un appuntamento per il 27 settembre. Quel giorno a Roma c'è il presidente americano Nixon, e i cinque ragazzi ne approfitteranno per partecipare alla manifestazione di protesta.

Una cosa è certa: i cinque ragazzi di provincia non disturberebbero un professionista importante come Di Giovanni senza un ottimo motivo. E il motivo, ha confermato lo stesso legale, era il dossier sull'incidente alla "Freccia del Sud". I ragazzi lo hanno sicuramente con loro sulla Mini Minor di Gianni e Annalise che deve portarli tutti a Roma. Partenza il 26 dopo pranzo: Gianni alla guida, Annalise accanto a lui, gli altri tre dietro, forse con il pacco di carte poggiato a turno sulle gambe. Sono allegri, diranno poi gli amici: è una bella giornata, cielo terso, aria fresca, e in fondo per dei ventenni di Gioia Tauro il viaggio a Roma è sempre una festa, qualunque sia il motivo per cui si parte.

Alle 23 la Mini Minor è all'altezza di Ferentino, sessanta chilometri da Roma. Il tempo è sempre sereno, la strada dritta e ben asfaltata, il traffico inesistente. Un camionista che trasporta barattoli di pomodoro sente la botta sul retro del suo mezzo. Si ferma qualche centinaio di metri più avanti, torna indietro a piedi e vede la Mini Minor semidistrutta in mezzo alla carreggiata. Angelo, Luigi e Franco sono morti sul colpo, Gianni e Annalise respirano ancora. Lui smetterà 24 ore dopo, senza uscire dal coma. Lei sopravvive venti giorni ancora, senza però essere mai abbastanza lucida da spiegare cosa sia successo.

Per la polizia stradale, che fa i rilievi, c'è poco da spiegare: colpo di sonno o disattenzione. Si sa come sono i ragazzi in macchina: scherzano, bevono, fanno casino e vanno ad ammazzarsi. L'inchiesta nemmeno comincia, chi ha dei dubbi se li tiene. Alle famiglie non viene restituito nulla. Le cento pagine del dossier si sono come dissolte nella campagna di Ferentino, e così pure le agende dei cinque ragazzi, che i genitori hanno richiesto inutilmente.


Parlano i pentiti
Bisognerà aspettare più di vent'anni, e la tanto deprecata stagione del pentitismo, perché di quei cinque ragazzi si ritorni a parlare. Il 16 giugno del 1993, davanti al pm di Reggio Calabria Vincenzo Macrì, il collaboratore di Giustizia Giacomo Lauro, parla della "Freccia del Sud": racconta che si è trattato di un attentato, compiuto da un fascista e da un mafioso su mandato del "Comitato d'azione per Reggio capoluogo". Queste prime dichiarazioni vengono confermate da altri pentiti, e la Direzione investigativa antimafia può ricostruire il quadro generale: la strategia della tensione calabrese è stata alimentata da Avanguardia Nazionale e boss della ‘ndrangheta, con l'appoggio di una certa massoneria. Uomini chiave sono stati il boss Paolo de Stefano e il principe Borghese, ma nelle carte dell'inchiesta finiscono anche due teste calde di destra, che nel frattempo hanno messo il doppiopetto e sono stati eletti in Parlamento con Alleanza Nazionale. Davanti al giudice Guido Salvini, che indaga su Piazza Fontana, uno dei pentiti parla anche dei cinque ragazzi di Gioia Tauro. Dice di essere certo che la loro morte "era dovuta ad un'azione omicidiaria commessa da gruppi di destra". Altri particolari utili vengono da un cugino di Gianni Aricò, che finalmente trova un giudice cui raccontarli. Ma i fatti sono ormai troppo lontani, il dossier è sparito nel nulla, i cattivi di questa storia minore dello stragismo italiano sono tutti morti o scappati all'estero. Non resta che prenderne atto, e limitarsi a scrivere ancora, per fissarli nella memoria, i nomi di quei cinque ragazzi che in una bella giornata di settembre invece di andarsene al mare, partirono per Roma col loro carico di verità: Gianni Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo. Eroi involontari di una storia d'Italia mai scritta.