La relazione di |
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Roma, 12 gennaio 2003 |
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E' evidente a tutti i compagni, anche semplicemente dalla lettura dei giornali di ieri e di oggi, che il 2003 sarà un anno estremamente impegnativo per il nostro partito ed anche per tutta la sinistra ed il centrosinistra. La situazione appare in movimento e ci suggerisce di rilanciare la linea del nostro congresso nazionale aggiornandola alle novità intercorse nell'anno politico che abbiamo alle spalle. Voglio partire, sia pur rapidamente, da alcuni elementi di analisi relativi all'attuale fase politica sul fronte interno ed internazionale. Sul fronte interno stiamo affrontando, per la prima volta dopo tantissimi anni, una crisi economica e industriale devastante, con un pesantissimo deficit del bilancio pubblico e la ripresa massiccia - sono dati di Confindustria - dell'evasione e dell'elusione fiscale. Non poteva essere diversamente visto che per un anno, un anno e mezzo, si è promesso il condono fiscale. C'è inoltre un'inflazione ed un aumento dei prezzi che, al di là dello scontro tra Istat ed Eurispes, sono in oggettivo, grande aumento. Questo pone a tutti noi - e pone ai sindacati - un problema molto serio. Siamo nella fase di apertura del rinnovo delle vertenze contrattuali, circa 8 milioni di lavoratori coinvolti. E' ovvio che i rinnovi contrattuali non potranno essere fatti sulla base dell'inflazione programmata, cioè quella prevista nel documento di programmazione economico-finanziaria, che è assolutamente ridicola. Il tema del salario diventerà centrale anche dal punto di vista dell'impegno del nostro partito. D'altro canto le prospettive negative di crescita peggiorano la crisi che è evidentemente l'elemento più deflagrante. Sono stati annunciati migliaia di esuberi non solo in Fiat, ma anche in Pirelli, il settore alimentare è gravemente in crisi, e non soltanto la Cirio, e tutto il settore tessile sta dando primi segnali di difficoltà. Una crisi industriale complessiva che deve tenere desta l'attenzione del nostro partito, nella stessa misura nella quale siamo riusciti ad essere protagonisti della vicenda Fiat. Il Sud sta progressivamente attraversando una fase che lo ricolloca ai livelli peggiori della storia italiana, quando alla disoccupazione ed alla frantumazione delle difese sociali si è sempre accompagnato il legame tra la malavita organizzata, il malaffare, l'economia ed il livello della direzione politica. Non mi riferisco solo all'en plein fatto dalla Casa della Libertà in Sicilia, con tutti i collegi conquistati sia alla Camera che al Senato. C'è il ricrearsi di un blocco sociale e politico in quasi tutto il Sud, tranne qualche isola felice, che crea preoccupazioni nazionali. Una delle proposte operative che avanzo a questo Comitato centrale a nome della Direzione del partito, è che su questo tema dobbiamo investire maggiormente rispetto a quanto abbiamo fatto sinora ed anche rispetto a quanto fanno gli altri partiti che hanno sostanzialmente derubricato la vecchia questione meridionale, e organizzare in vista delle prossime scadenze amministrative, proprio per avere una strumentazione nostra, per intervenire meglio al Sud, un seminario nazionale di studio da tenere a breve, nel giro di due mesi, perché la nuova questione meridionale ha aspetti antichi ma anche aspetti del tutto inediti, a cominciare dal fatto che il Sud non è più un'entità unica: per quanto riguarda lo sviluppo economico ci sono per lo meno tre, quattro, cinque diversi Sud, fino a zone che hanno uno sviluppo economico analogo al Nord-Est per cultura, infrastrutture e per i temi della sicurezza e della giustizia. A questa situazione vanno aggiunti gli aumenti tariffari indiscriminati ed il taglio selvaggio verso gli EE.LL. previsto dell'ultima finanziaria: se ne accorgeranno i compagni amministratori. Già a primavera è possibile che le regioni siano costrette a introdurre nuovi ticket, nuove imposte, nuove tasse sui servizi sociali essenziali. A questo quadro allarmante, si aggiunge il "macigno" posto dal governo sul tema delle riforme costituzionali. Da un lato con la cosiddetta devoluzione, che significa una radicale riforma della Costituzione per cui i diritti fondamentali - stiamo parlando della scuola, della sanità, della sicurezza - non hanno il carattere universale concepito nella Costituzione, ma vengono stabiliti regione per regione. E' evidentemente uno scardinamento non semplicemente dei criteri del titolo V della Costituzione, come ci vogliono far credere, cioè il punto della organizzazione dello Stato, ma è un durissimo attacco alla parte prima della Costituzione, ai diritti fondamentali dei cittadini. E' la fine di una prospettiva complessiva di impianto costituzionale. A questo si deve aggiungere, in un intreccio ancora poco chiaro anche all'interno della cosiddetta Casa delle Libertà, l'ipotesi di elezione diretta del presidente della Repubblica secondo la versione originaria di Alleanza nazionale, o del presidente del Consiglio con poteri di scioglimento del Parlamento, ipotesi per molti versi peggiore. Come sapete sono abituato a pesare le parole, ma questa proposta ha autentici caratteri eversivi, tanto più se coniugata all'attuale sistema informativo, che condizionerebbe pesantemente qualunque tipo di elezione diretta. Da un lato, c'è il carattere eversivo della proposta, dall'altro c'è il desiderio del governo di un'agenda politica che distragga l'attenzione dell'opinione pubblica dai drammi di cui ho parlato: carovita, tariffe, disoccupazione di massa, scuola e quant'altro. Un altro elemento di grande preoccupazione è il risorgere di fenomeni fascisti in senso stretto. Avrete assistito all'aggressione a un esponente delle comunità islamiche italiane, addirittura nel corso di una diretta televisiva. Ma è solo l'ultimo episodio. Nel corso del 2002 si sono succeduti episodi di intolleranza, di razzismo e di fascismo: assalti ai teatri a Roma, assalto agghiacciante alle librerie con la distruzione dei libri di autori di sinistra, siti internet con le liste di proscrizione degli insegnanti democratici. E potremmo aggiungere tanto altro. Ho francamente trovato, lo dico pacatamente, sconcertante l'idea avanzata dal gruppo dirigente fondamentale della nostra coalizione, cioè dell'Ulivo, di aprire una prospettiva di dialogo su queste tematiche con la Casa delle Libertà. La sola idea è un gravissimo errore politico. Non perché in astratto non ci debba essere un concerto tra maggioranza e minoranza sulle riforme costituzionali, questo è nell'abc della storia comunista, ma perché la natura di questa maggioranza e di queste proposte rende impraticabile una qualunque ipotesi di accordo. Nel migliore dei casi si limiterebbero pochissimo i danni e tuttavia si legittimerebbero questi signori e l'idea eversiva che hanno della Costituzione. Ed inoltre, accettando nuovamente, come ai tempi della Bicamerale, il dialogo sulle riforme, il centrosinistra perderebbe larghi consensi in settori strategici del nostro elettorato che giustamente non ne vogliono sapere di un dialogo con Berlusconi, con Fini, con Bossi. E' stata una sciaguratezza - lo dico fraternamente, ma non trovo altro termine - quella del segretario nazionale dei Ds che, all'indomani della sentenza contro Andreotti, ha dichiarato in un'intervista che andava riaperto il dialogo col Polo sulla giustizia. Quando proprio su quel terreno il governo Berlusconi ha prodotto le peggiori nefandezze. Credo che da questo Comitato centrale debba quindi giungere ai magistrati, che hanno deciso di andare all'inaugurazione dell'anno giudiziario con la Costituzione della Repubblica in mano, la piena solidarietà e la piena sintonia dei Comunisti Italiani. La situazione che ho solo sommariamente riassunto va situata nel contesto internazionale, ogni giorno più preoccupante. Contrariamente a quel che pensa qualche osservatore o qualche giornale che ogni tanto titola che la guerra è meno vicina o che si allontana, la mia opinione è che la guerra sia già stata largamente decisa. La guerra ci sarà. Gli Stati Uniti d'America lo hanno chiaramente detto, con o senza l'Onu, ma ci sarà. E' la dottrina Bush, una strategia precisa. Bush, all'indomani dell'11 settembre, dichiarò che un'intera generazione di americani doveva abituarsi a convivere con la guerra. Guerra come strumento di dominio permanente del mondo in una versione che vorrei definire neocolonialista, nel senso classico del termine, e cioè l'occupazione progressiva dei centri strategici dal punto di vista dell'economia, soprattutto nelle fonti di energia. L'Iraq verrà aggredito, verrà occupato, se ci riusciranno, perché è il secondo produttore mondiale di petrolio, mentre nel frattempo viene completamente derubricata la questione palestinese, il che significa che dal punto di vista della battaglia contro il terrorismo non c'è nulla in cantiere, nulla che conti. Il terrorismo non esiste più, l'obiettivo è l'Iraq ed una sporca guerra per il petrolio e per il dominio del mondo. L'orrendo voto del parlamento degli Stati Uniti d'America sul brevetto dei farmaci, ci dice che noi dobbiamo batterci insieme a tutti coloro che vogliono un mondo diverso, per un modello di globalizzazione diversa da quella attuale. Dobbiamo continuare ed aumentare il nostro impegno nella battaglia per la pace entrando ancor più in sintonia con vastissimi strati popolari che sono contro questa guerra. Io credo che questo Comitato centrale, nel documento finale, debba aderire, aiutare e sostenere la raccolta di firme lanciata di Emergency, l'associazione di Gino Strada, per una legge di iniziativa popolare che specifichi il contenuto dell'articolo 11 della Costituzione. Il centrosinistra non è in grado al momento di mettere a frutto gli errori ed i guasti, i profondi danni che la destra sta causando al Paese e che le stanno costando una perdita indubitabile di consenso. C'è una crisi del centrosinistra che è crisi di leadership, con un'assenza pressoché totale di regia dal punto di vista dell'organizzazione del lavoro e delle votazioni parlamentari, dove l'Ulivo spesso si divide. Non mi riferisco solo all'invio degli alpini in Afghanistan, ma anche alle questioni economico-sociali, al mercato del lavoro e quant'altro. Una crisi del centrosinistra che conferma la scelta che facemmo un anno fa, quando mi dimisi dal coordinamento nazionale dell'Ulivo ed il Pdci assunse una linea di autonomia più marcata che nel passato rispetto al centrosinistra. Al congresso di Bellaria noi ragionammo molto sul come stare nel centrosinistra. Oggi io propongo di riconfermare pienamente quella linea, nella consapevolezza che anche nelle divisioni il centrosinistra rappresenta l'orizzonte strategico per il nostro partito e per l'Italia. Strategico, perché vogliamo sconfiggere Berlusconi; strategico perché senza il centrosinistra, senza una alleanza tra la sinistra e il centro moderato ma democratico, l'ipotesi della vittoria non c'è. Chi vagheggia, come Fausto Bertinotti, una prospettiva di tipo neofrontista, in cui le forze della sinistra, da sole, si candidano a riaggregare il fronte democratico scomponendo però l'Ulivo e il centrosinistra, condanna la sinistra italiana all'opposizione per altri cinquant'anni. Questo è il punto chiave della nostra strategia. E non mi stancherò mai di sottolinearlo. Proprio perché siamo comunisti ci poniamo il tema del governo del Paese, non dell'opposizione. Certo siamo all'opposizione - e la facciamo e dobbiamo dimostrare di saperla fare - ma con l'obiettivo di riconquistare il governo. Questa prospettiva strategica non è in contraddizione con la marcata autonomia del nostro partito, che abbiamo dimostrato in maniera non equivoca proprio sulla guerra, sulla crisi industriale, in particolare sul grande tema della Fiat. I compagni del Piemonte e della federazione di Torino hanno prodotto un lavoro encomiabile. Siamo stati l'unico partito non subalterno al gruppo dirigente della Fiat. L'unico partito in grado di produrre analisi, proposta ed iniziativa di lotta. Non a caso alle amministrative di Torino siamo stati premiati dai risultati nella cintura torinese. Risultati francamente molto incoraggianti. Quando in un comune di 60.000 abitanti raggiungiamo il 9-10%, è evidente che si tratta di un risultato straordinario. All'interno del centrosinistra e della nostra marcata autonomia, si pone, con maggiore drammaticità, il tema della sinistra in questo Paese. Sono un convinto sostenitore del centrosinistra e tuttavia la sinistra deve recuperare un proprio ruolo complessivo ed autonomo. Senza mettere in discussione il sistema delle alleanze, ma facendo la sua parte. Una sinistra che faccia la sinistra ed un centro che faccia il centro, evitando la competizione autolesionistica tra Ds e Margherita. E tuttavia la crisi di identità e dei Ds, lo dico con molta fraternità, ha portato quel partito vicino alla paralisi. E ad errori gravi: il dialogo con la Casa delle libertà, i rapporti interni sulle politiche del lavoro, il tema del governo, quello della giustizia, l'apertura sull'articolo 18. E, da ultimo, la disponibilità a trattare sulla "madre di tutte le riforme", quella delle pensioni. C'è uno sbandamento del gruppo dirigente di quel partito che è culminato qualche giorno fa in un attacco, incomprensibile in qualunque altro contesto, a Sergio Cofferati. Per molti versi i Ds sono già essi stessi una confederazione. C'è tra loro incomunicabilità ed un incredibile tasso di litigiosità. Nello stesso "correntone" vi sono diverse opzioni politiche, culturali. Storie diverse. Insomma la situazione è molto seria. A sua volta Rifondazione, simmetricamente ai Ds, passa ormai il suo tempo ossessionata dall'idea che Cofferati possa scendere in politica. In una situazione così seria, delicata, difficile, noi dobbiamo aggiornare la nostra strategia. Resta ovviamente l'impianto di Bellaria, né potrebbe essere diversamente perché altrimenti dovremmo convocare un congresso nazionale, unico titolato a stabilire la linea strategica del partito. E tuttavia ci sono cose da aggiornare sulla base delle novità intercorse. Su mandato della segreteria, ho anticipato alcuni temi in un lungo articolo pubblicato da Rinascita e in un'intervista successiva a l'Unità. L'aggiornamento riguarda tre questioni fondamentali: il rapporto con il centrosinistra, il tema della confederazione della sinistra e il rapporto tra il partito e i movimenti che già avviammo a Bellaria. Partirei da questo terzo punto. Si sono verificati nell'anno appena trascorso fatti politici molto rilevanti che hanno cambiato la natura della opposizione in Italia. Due grandi fattori hanno contribuito a modificarla: il primo è stata la ripresa del conflitto sociale nel senso tradizionale del termine, con il ruolo determinante della Cgil che ha comportato un cambiamento di linea della stessa Cgil. Un cambiamento di linea che da una parte va a merito di quei compagni che hanno dato battaglia per spostare il sindacato più a sinistra, ma soprattutto è stato determinato da un fattore oggettivo, e cioè la volontà di Berlusconi di porre fine alla politica concertativa con l'attacco a tutti i diritti sociali ed allo Statuto dei lavoratori. In questo quadro la Cgil ha svolto un ruolo decisivo proprio nella battaglia di opposizione al governo. I riformisti nostrani affermano che si tratta di una battaglia difensiva e molti accusano Cofferati, ed oggi Epifani e la Cgil nel suo complesso, di avere una linea conservatrice e invocano la categoria della modernità. Chi può essere contro la modernità? Nessuno! E tuttavia oggi la modernità è una parola d'ordine che viene spesso usata per far passare una linea arcaica, altro che moderna. Cosa c'è di più arcaico della libertà di licenziare? Cosa c'è di più arcaico di introdurre l'avviamento al lavoro al posto della scuola, come è previsto nella riforma Moratti? Cosa c'è di più arcaico di un collocamento completamente privatizzato, che ci fa tornare al caporalato? E allora essere "conservatori", in questo momento, per conservare le conquiste che il movimento operaio, attraverso generazioni, ha raggiunto, è determinante per cambiare la natura dell'opposizione, per renderla più forte. Il 23 marzo, la grande manifestazione, gli scioperi, il ruolo della Cgil anche nella dialettica con gli altri due sindacati confederali, la scelta di non aderire al Patto per l'Italia sono stati fondamentali: hanno fatto ripartire il conflitto nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nelle istituzioni; hanno rafforzato il nostro stesso partito, la sinistra, il centrosinistra, dandoci la possibilità di capitalizzare il conflitto nell'ambito delle politiche istituzionali. La seconda grande novità è quella data dai movimento. I girotondi da un lato e dall'altro i movimenti giovanili, quelli pacifisti, e quelli no-global o new-global. Li metto insieme anche se sono diversissimi gli uni dagli altri e spesso diversissimi anche all'interno dello stesso, singolo movimento. Li metto insieme per dire una cosa semplice: c'è un nuovo protagonismo del popolo della sinistra e del centrosinistra che non vuole più delegare, che critica fortemente il ruolo di alcuni partiti e dell'Ulivo, plasticamente rappresentato dall'ormai celebre urlo di Nanni Moretti in piazza Navona quando disse "con questo gruppo dirigente non vinceremo più". Palavobis, manifestazioni sulla giustizia, sull'informazione. Il nostro partito è stato fino in fondo partecipe di questi movimenti. La nostra presenza organizzata ai lavori ed alla manifestazione del social forum di Firenze è stato il frutto di un anno di lavoro politico. Abbiamo compiuto anche forzature, per esempio quando abbiamo partecipato a Roma alla manifestazione in favore della Palestina e c'erano i ragazzi dei centri sociali vestiti da kamikaze palestinesi: tutti gli altri partiti sono andati via dalla piazza, noi ci siamo assunti la responsabilità di restare lì, insieme a monsignor Ilario Capucci ed alla rappresentanza dell'Olp a Roma. Abbiamo fatto bene. E tuttavia noi siamo nei movimenti - e questo è un punto al quale tengo molto - senza scioglierci in essi. Senza confonderci. Non è un caso che proprio a Firenze, nell'ambito del social forum, abbiamo organizzato due seminari, uno dei quali aveva una intrinseca caratura che ci distingueva: si parlava del futuro e delle radici antifasciste dell'Europa. Siamo gli unici a mantenere intatta l'attenzione su questo tema, a dire che l'antifascismo non è un tema per convegni di storici ma di impegno militante per l'oggi e per il domani. Non è un tema che riguarda solo i compagni dell'Anpi, carichi di gloria. Non a caso abbiamo organizzato come dipartimento cultura, un convegno per il 17 gennaio dal titolo Fascismi di ieri e di oggi. Parteciperà tra gli altri un personaggio importantissimo, Estela Carlotto, presidente della abuelas di Plaza de Mayo, che per l'occasione ha accettato di venire dall'Argentina. A piazza San Giovanni, il 14 di settembre, il movimento dei girotondi ha tenuto una grandiosa manifestazione. Il nostro partito è stato presente con una sua autonoma posizione. Eravamo lì con un gazebo, con le nostre bandiere, con i nostri simboli, con le nostre parole d'ordine, con il nostro giornale, con i nostri volantini. I movimenti sono fondamentali. Più ce ne saranno, meglio sarà per la sinistra, e tuttavia vedo in alcuni di essi rischi di posizioni non politiche o prepolitiche. È l'idea di una sorta di purezza dei movimenti contro l'imbastardimento dei partiti; l'idea di una intransigenza morale dei movimenti contro lo sporcarsi le mani dei partiti. In certi esponenti dei movimenti sembra prevalere una sorta di intransigenza che non fa i conti con la politica, con la necessità del compromesso, della sintesi, della costruzione faticosa della proposta. Queste tendenze vanno contrastate, non bisogna avere un atteggiamento subalterno, perché altrimenti noi non saremmo nel movimento da comunisti. Ma mentre muoviamo queste critiche, dobbiamo avere la piena consapevolezza che il dispiegarsi dei movimenti esternamente all'Ulivo è il segno più evidente della crisi della leadership dell'Ulivo. Un altro tema è la confederazione della sinistra, in forme però nuove, aggiornate. Noi lanciammo l'ipotesi della confederazione, saldamente dentro al centrosinistra, aperta a tutti i partiti della sinistra: ai Ds, allo Sdi ed anche a Rifondazione. Nell'articolo su Rinascita e nell'intervista a l'Unità ho indicato al partito, e naturalmente all'opinione pubblica, la proposta della "confederazione possibile", prendendo atto della situazione che s'è determinata. La nostra proposta di una "confederazione possibile" è l'idea di un contenitore unitario ma non unico, nel quale possano confluire i soggetti che sono stati protagonisti dell'opposizione a Berlusconi, e quindi partiti, movimenti, organizzazioni di volontariato o associazioni che sono pezzi di altri partiti, penso ad "Aprile", che raggruppa il cosiddetto correntone dei Ds. Non escludo che proprio sui contenuti, e in particolare sul discrimine pace-guerra, si possa verificare una lacerazione all'interno dei Democratici di sinistra. L'attacco di Fassino a Cofferati va in questa direzione. Secondo me si sottovaluta molto, come spesso capita ai gruppi dirigenti che peccano di autoreferenzialità, quel che è sotto gli occhi di tutti. Come non capire che fuori dai Ds l'elettorato la pensa, uso un nome per tutti, come Sergio Cofferati? Noi abbiamo candidato alla guida della confederazione proprio Cofferati perché la mia opinione- che è quella della segreteria - è che c'è bisogno, per l'intera sinistra, di un compagno in grado di dare unità politica a tutti i movimenti oggi in campo. Che sia in grado di fare una sintesi politica tra conflitto sociale, movimento pacifista, autorganizzazione intellettuale perché i fermenti nella società abbiano uno sbocco politico. Io non vedo altri soggetti. Badate, non sono né siamo in attesa messianica dell'arrivo di nessuno. Prendiamo, da comunisti, atto della realtà per quella che è e non per quello che vorremmo che fosse. Cofferati oggi è l'unico soggetto in grado di dare unificazione politica ai movimenti. La nostra proposta di confederazione resta quella di Bellaria, noi siamo pronti a concretizzarla con tutti i partiti della sinistra, e tuttavia se questo non fosse possibile - cosa che non mi auguro - dovremo prenderne atto. Cofferati non ha alcuna intenzione di fondare un proprio partito, ma di contribuire all'organizzazione di una rete tra partiti e movimenti. Di quella rete noi facciamo naturalmente parte e quindi ci saremo. Questa è la proposta che avanzo al Comitato centrale su mandato unanime della Direzione del partito. L'idea di questa rete è ancora nebulosa, perché per citare un classico, "le idee nel loro farsi si autolimitano" e quindi vedremo concretamente quel che avverrà. Noi ci saremo a pieno titolo dal primo giorno per contribuire a costruire una prospettiva politica che abbia appunto due grandi discrimini, la pace da una parte e i diritti dei lavoratori dall'altra, il tema del lavoro. In questo caso, sul piano strettamente di partito, la nostra volontà è quello di rafforzare ulteriormente la nostra autonomia e la nostra identità. Non vogliamo correre il rischio che in un'ipotesi di soggettività diverse che entrano in contatto con noi, che fanno un percorso unitario con noi, si possano verificare problemi inerenti la tenuta del partito. Noi non siamo assimilabili ad altri, noi siamo comunisti. La nostra è una diversità genetica, sta nel dna. Non vogliamo fare correnti comuniste all'interno di un contenitore. Vogliamo tenere la nostra soggettività organizzata, da comunisti, e contemporaneamente vogliamo metterla a disposizione di un processo più grande, più largo, che è appunto quello che intravedo nella nuova fase che si è aperta. Questo ci porta inevitabilmente a un tema delicato che voglio affrontare con pacatezza ed equilibrio. Mi riferisco all'idea avanzata, e così interpretata dai giornali nelle scorse settimane, di un nuovo soggetto politico, in questo caso di natura partitica, che è contenuto in un documento sottoscritto dalla Fiom, da pezzi della sinistra sindacale, da alcuni esponenti dei Ds e anche da alcuni nostri compagni: alludo al documento sul tema del lavoro salariato come centrale per l'azione politica della sinistra che, secondo le interpretazioni di alcuni giornali, prelude alla nascita di un nuovo soggetto politico con il nome di "partito del lavoro". Al momento, almeno da colloqui da me avuti con alcuni dei protagonisti di questa vicenda, mi pare non si capisca ancora bene quale sia l'obiettivo di questo documento. E' probabile anzi che fra gli stessi sottoscrittori ci sono obiettivi diversi. Voglio dire con molta schiettezza che se il documento rappresenta un contributo trasversale ai partiti della sinistra, e quindi anche al nostro partito, per sottolineare la necessità che i temi del lavoro salariato diventino centrali, allora io sono pronto a sottoscriverlo. Anzi, mi rammarico che non mi sia stato chiesto. Avverto i nostri ritardi su questo tema, nonostante il Pdci sia l'unico, nell'ambito dei partiti della sinistra, ad avere scritto nelle tesi congressuali che vuole essere il partito dei lavoratori. E molto abbiamo fatto su questo tema, malgrado i ritardi. Se questo è l'intendimento, ben venga. Anzi su questo versante, quello del lavoro, propongo che il comitato centrale nell'ordine del giorno finale convochi, possibilmente per l'ultima settimana di marzo o la prima di aprile, la conferenza nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti. Ma se non è questo l'intendimento dei sottoscrittori, se in alcuni - non credo quelli del nostro partito - vi è l'idea del partito del lavoro organizzato, nuovo soggetto politico, come dice il documento, dobbiamo contrastare con la massima forza questo progetto, perché fare un altro partito prevede evidentemente lo scioglimento del nostro, l'esatto contrario dell'ipotesi della confederazione. Aggiungo, e naturalmente in questo campo ciascuno parla a titolo personale, che se io avessi scelto di non essere più comunista per andare in un partito di tipo laburista, non mi sarei dannato l'anima a costruire prima Rifondazione e poi questo partito e non mi dannerei tuttora l'anima. Critico dunque da sinistra l'idea del partito del lavoro, perché è un'idea trade-unionistica, è un'idea classicamente di destra nell'ambito della storia del movimento operaio. Io voglio continuare ad essere comunista. Questa linea va contrastata, dunque, anche rilanciando una maggiore austima, verso di noi e verso il nostro partito. Non c'è giorno che non ci siano adesioni di grande autorevolezza al nostro partito. Cito, perché voglio pubblicamente elogiarli, i compagni di Reggio Calabria: ha aderito al nostro partito il sindaco di Gioia Tauro, uno dei protagonisti della battaglia meridionalista, della battaglia contro la 'ndrangheta ed a breve annunceremo l'adesione altri autorevolissimi compagni provenienti dall'area emiliana. La stessa cosa avviene in Campania, ed a Cagliari. Il nostro partito sta avendo consensi e aumenta anche il numero dei quadri, dei gruppi dirigenti. Voi sapete che sembra ormai ineludibile il "referendum estensivo" dell'articolo 18, quello per i lavoratori delle aziende sotto i 15 dipendenti, sottoscritto da alcuni dei nostri compagni che hanno anche contribuito a raccogliere le firme. Molti mi hanno chiesto un parere. Ho detto loro che il partito non aveva una posizione ufficiale e dunque che ciascuno si comportava nella maniera più libera. Non abbiamo preso alcuna posizione ufficiale perché, è inutile nasconderlo, ci sono opinioni molto diverse tra noi. Il compito di chi dirige un partito è quello - non lo dimentico mai - di cercare una sintesi anche tra opinioni diverse e comunque di lavorare per una sintesi che sia la più largamente unitaria anche se non unanime, evitando rotture dolorose tra compagni. E' questo intendimento che mi guida nella proposta che avanzo, quella di non assumere oggi un orientamento, come pure mi è stato legittimamente richiesto, rinviando il problema alla prossima riunione del comitato centrale. Sapremo a quel punto se il referendum si terrà e si saranno posizionate anche altre formazioni, penso alla Cgil in primo luogo. Avremo un quadro più ampio ed informato per avanzare, anche sulla base di colloqui tra noi, una autonoma proposta che possa essere largamente condivisa. In punto di principio, è scontato che tutti i lavoratori debbano avere gli stessi diritti, e tuttavia io critico, e critico in modo deciso, lo strumento che si è utilizzato: se quel referendum non raggiungerà il quorum o - io temo - si perderà, si sarà vanificata tutta la battaglia, sino ad oggi vincente, condotta dalla Cgil a difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Inoltre, questo referendum divide il fronte della sinistra, e questa è la mia più grande preoccupazione. Ciononostante, se il referendum si terrà, dovremo assumere un atteggiamento che ci faccia entrare in sintonia, e non in una generica neutralità, con il nostro popolo. Quindi vi chiedo di prenderci tutti un po' di tempo affinché possa maturare la posizione più unitaria e più condivisa. Evitiamo oggi di votare, perché il voto porterebbe una divisione che non aiuta né chi sostiene una tesi, né chi sostiene l'altra. Chiudo con il tema dello stato del partito. Permangono fibrillazioni interne, scontri, divisioni troppo spesso non politiche ma fondate sul personalismo, gli incarichi da ricoprire, di partito o istituzionali. C'è ancora molto da fare su questo versante. C'è molto da fare perché se ci incammineremo sulla strada della confederazione possibile, così come l'ho delineata, è bene che il partito sia fortemente unito, coeso e solidale per evitare, in un processo dove navigheremo in un mare più grande, che le spinte centrifughe siano più forti di noi. Questo vale anche sul piano dei destini individuali. Nell'ipotesi della "confederazione possibile" noi possiamo sopravvivere come collettività, come gruppo collettivo organizzato, ed anche come singoli, soltanto se l'autonomia e l'unità del partito si rafforzeranno. In caso contrario potremmo venire stritolati. Ecco perché dobbiamo - non è un appello moralistico quello che vi faccio - dare una sterzata al nostro modo di essere. È vero che all'esterno tutti pensano che il nostro sia un partito molto coeso, ci invidiano. Non è tuttavia sempre così: ed invece deve diventare sempre così. Per finire voglio informarvi di due cose che hanno a che fare con l'autostima. Tra pochi giorni, tra una settimana per l'esattezza, andremo a Cuba per incontrare il presidente Fidel Castro e firmeremo - non è un incontro di cortesia - un protocollo di intesa con il Partito comunista cubano che individua nel nostro partito un referente politico per l'Italia. Esattamente come è successo in altri due paesi importantissimi come il Vietnam e la Cina. E come è successo con la Libia. Questi partiti sanno che siamo rimasti comunisti, che sul versante internazionale ci battiamo per la pace e siamo antimperialisti, ma contemporaneamente ci poniamo il tema del governo del Paese. Bene se questi grandi paesi, se questi grandi partiti scelgono noi, io credo che dobbiamo per davvero aumentare quel grado di autostima nei confronti del nostro partito, rispetto a noi stessi, pur nell'ambito dei nostri ritardi e delle nostre fragilità. C'è un positivo ed intensissimo sistema di relazioni internazionali tra noi e i partiti comunisti e progressisti del mondo che ci deve inorgoglire. Questo partito è l'ultima speranza per chi voglia dirsi ed essere comunista. È l'ultima speranza almeno per quanto mi riguarda. Dobbiamo mettere il nostro partito a disposizione di un processo più ampio, ma guai a mettere in discussione la nostra autonomia politica, ideale, organizzativa e culturale. Senza di essa verrebbe meno anche un pensiero organizzato, collettivo, che ci viene dalla storia dei comunisti italiani, dalla migliore storia del Pci. Quel pensiero, grazie al nostro partito, è entrato, come vedete, anche nel terzo millennio. |