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Reddito di cittadinanza, se non ora quando?
Un'anticipazione
dal libro "Precari. Percorsi di vita tra lavoro e non lavoro" di Andrea
Tiddi DeriveApprodi aprile 2002
L'esistenza
della forza lavoro precaria rinnova quelli che sono stati i dibattiti sul lavoro
e sulla sua crisi, soprattutto sul lavoro come parametro centrale di riferimento
per la redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta. Il precariato ha
messo in crisi il lavoro e le posizioni politiche che gli hanno dato centralità
strategica, almeno di quelle posizioni che di esso hanno mantenuto una visione
ristretta, cioè fondata sul tempo di lavoro formale piuttosto che sul tempo di
produzione reale, sul tempo quantità piuttosto che sul tempo qualità della forza
lavoro. I processi e i soggetti del postfordismo dovrebbero aver definitivamente
tolto il velo all'inganno di un tempo di lavoro separato dal "tempo libero", dal
tempo di vita. Dovrebbero aver soprattutto ridimensionato il ruolo di
istituzione di socializzazione degli individui che era attribuito al lavoro.
Dovrebbero poi aver fatto comprendere la possibilità di pensare uno sviluppo
della società e della socialità produttiva al di là della sfera del lavoro
formale, e con essa la possibilità di una costituzione autonoma dei soggetti
sociali oltre la società del lavoro. Eppure una parte del dibattito, soprattutto
nella sinistra socialdemocratica europea, è rimasto agganciato al lavoro quale
orizzonte prospettico su cui pensare lo sviluppo dell'individuo. Quindi,
partendo da questi presupposti "lavoristi", si è aperto il ragionamento
esclusivamente sulle ipotesi di redistribuzione attraverso la riduzione
dell'orario di lavoro. Il lavoro è rimasto un riferimento inalterato per
immaginare la redistribuzione della ricchezza. Se bisogna redistribuire la
ricchezza vuol dire allora che bisogna redistribuire il lavoro, l'unico criterio
oggettivo sulla base del quale questa operazione può avvenire. Ovviamente si
tratta di un sillogismo fallace, perché vittima di un concetto ristretto di
produzione, ristretto al valore formalmente prodotto nel tempo di lavoro. Ci
sarà indubbiamente da salutare con entusiasmo ogni possibile riduzione di orario
di lavoro (a parità di salario), ma sappiamo che non è attraverso di essa che si
risolveranno le questioni poste dal precariato, né sarà con essa che si favorirà
una rinascente mobilitazione e organizzazione dei lavoratori. Non è rimettendo
tutti al lavoro che si risolve la crisi dell'organizzazione dei lavoratori, non
si tratta nemmeno di combattere la disoccupazione, non si tratta di fare passi
in dietro, ma di passare avanti. Si tratta di dislocare lo sguardo sui
territori, oltre il lavoro formale, verso la produzione diffusa. Il salto
paradigmatico del postfordismo dovrebbe portare a ragionare oltre il concetto di
disoccupazione, verso un concetto di produttività integrale delle forme di vita.
La società è già oltre il lavoro. A fronte di questa situazione di
arretramento del dibattito rispetto allo sviluppo della società si è iniziato a
pensare una redistribuzione del reddito non più legata alla prestazione
lavorativa e al tempo di lavoro formale. In questo campo le proposte sono molte,
ma essenzialmente dividono due schieramenti contrapposti, quello neoliberale e
quello radicale e antagonista. Per valutare l'efficacia delle proposte che in
essi vengono avanzate è necessario provare a pensare gli scenari possibili che
l'introduzione dell'una o dell'altra soluzione comporterebbero. Si possono
prefigurare degli scenari rispetto sia 1) alle proposte di sussidio per i
disoccupati, avanzate nel dibattito neoliberale (1), sia
2) di reddito sociale garantito, portate avanti, in varie forme e con differenti
accenti, dall'area antagonista (2) e radical-riformista
(3).
(1) Per le posizioni neoliberali sul reddito minimo garantito
vedi: Dahrendorf R., Per un nuovo liberalismo, Bari, Laterza, 1988 (2) Per le tesi di area antagonista e post-operaista vedi: Aa.
Vv., La democrazie del reddito universale, Roma, manifestolibri, 1997; Palermo
C., Reddito di cittadinanza e lavoro sociale, in "Riff Raff", Marzo, 1994;
Mantenga A., Tiddi A., Reddito di cittadinanza verso la società del non lavoro,
Castelvecchi, Roma, 2000; Fumagalli A., Lazzarato M., Tute bianche.
Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza, DeriveApprodi, Roma, 1999.
(3) Per le tesi radical-riformiste vedi: Gorz A.,
Miseria del presente, ricchezza del possibile, manifestolibri, Roma, 1998; Aznar
G., Lavorare meno per lavorare tutti, Roma, manifestolibri, 1994; Offe C., Il
bisogno di rifondazione dei principi della giustizia sociale, in "Inchiesta", n.
83-84, anno XIX; Van Parijs P., Arguing for Basic Income, Verso, London, 1992;
Bihr A.; Dall'assalto al cielo all'alternativa: la crisi del movimento operaio
europeo, BSF, Pisa, 1995.
Si possono
individuare criteri guida, moventi delle proposte, nonché prevedere alcuni loro
effetti immediati in caso di applicazione. Si possono prevedere atteggiamenti
prevalenti che esse comporterebbero, relazioni che potrebbero esserne stimolate.
Si possono prefigurare possibilità alternative di soggettivazione. Di ogni
proposta, considerata su quattro piani di ragionamento - esistenziale, politico,
socio-economico, progettuale -, possono essere considerate ricadute e
conseguenze assolutamente opposte. Il nostro interesse è giudicare le proposte
in base all'effettualità che dovrebbero produrre, come ipotesi di lavoro
politico, non come assunti a cui non è richiesta verifica. Come ipotesi di
inchiesta-intervento.
1) Nell'area di dibattito neoliberale, in prima
fila Milton Friedman, si discute la possibilità di introdurre un reddito minimo
di sussistenza tale da garantire i livelli "minimi" di vita. Ogni disoccupato,
oppure chi dimostra di vivere sotto una soglia "minima" oltre la quale si
definisce il 'regime di povertà', riceve una somma di denaro che gli consente di
sopravvivere. Il sussidio produce come effetto immediato ed evidente
l'instaurazioni di relazioni di assistenza per il soggetto che ne usufruisce.
Relazioni di subordinazione sia nei confronti del mercato, in quanto vittima
sacrificale al regime di concorrenza, che dello Stato, in quanto ridotto a
oggetto d'assistenza pubblica. La ricetta inglese e irlandese ne è ormai un caso
emblematico e assai noto. Produce un soggetto che rimane necessariamente
subalterno, non partecipe, dipendente. Il sussidio definisce automaticamente,
per legge, uno standard di povertà entro il quale computare l'esclusione
sociale, e si trasforma ben presto in uno strumento di controllo sociale. Gli
iscritti alle 'liste di disoccupazione', o coloro che fanno richiesta del
sussidio, per continuare a percepire l'assegno settimanale o mensile debbono
dimostrare che il loro tenore di vita (consumi, proprietà, reddito) è sotto i
criteri che la legge stabilisce come 'soglia di povertà'. Oltre a subire il
controllo sugli standard di vita i disoccupati assistiti finiscono per diventare
una classe esclusa, la cui marginalità - formalizzata dall'iscrizione alle liste
- diventa sempre più un limite in sé per la realizzazione personale. Il
marginale è per forza di cose minore, di minor valore. Gli irlandesi, non senza
una certa ironia, chiamano questo sussidio dole, "marciapiede", e spesso sono
restii ad accettarlo perché ne temono il carattere escludente. Una forma di
carità sociale che imprigiona piuttosto che aiutare veramente. Il sussidio
nasconde l'esistenza di uno strato di forza lavoro ridotta alla pressoché totale
assenza di potere contrattuale, e comunque considerata potenzialmente "a
rischio", per usare una definizione alla moda. Calcolare gli esclusi, la loro
incidenza, contenerli, è la funzione della social security, dell'assegno
settimanale di disoccupazione. E' una definizione dell'economia sociale su base
poliziesca, una misura contigua a un certo modo di gestire il rischio attraverso
la sorveglianza e il controllo diffuso.
2) Un reddito sociale che non
differenzia tra disoccupati e occupati, che non si fonda sulla dicotomia
incluso/escluso, ma garantisce un minimo per tutti, è invece ipotizzato da un
area di dibattito politico radicale che negli ultimi anni è andata articolandosi
su varie posizioni, dal riformismo radicale di Claus Offe (1989), André Gorz
(1998) e Van Parijs (1992) all'ecologismo di Alain Lipietz (1997),
dall'antiutilitarsmo di Alain Caillé (1991) e Serge Latouche (1998) al vasto
dibattito italiano che ha origine nell'operaismo, o alla scuola della
regolazione francese con Michel Aglietta. Qui, dando centralità ai contenuti
immateriali del lavoro postfordista, alle nuove forme del lavoro precarizzato,
s'intende il reddito sociale garantito come "reddito di cittadinanza universale
e incondizionato, indipendente dalla prestazione lavorativa, per tutti e per
tutte", come a dire una quota fissa, non differenziata, comune per ogni
cittadino residente, da percepire o integrativamente al salario o, in caso di
inattività, come reddito primario. Il reddito di cittadinanza prevede, oltre a
una retribuzione fissa e comune, anche la possibilità di usufruire di servizi
sociali primari, gratuiti e garantiti, come la sanità, la formazione, la
comunicazione, l'abitazione, gli spazi pubblici, l'accesso all'informazione.
Così inteso questo reddito dovrebbe favorire la definizione di una base di lotta
tra tutti i precari, generale quanto lo è divenuto il lavoro e lo sfruttamento.
Il reddito di cittadinanza esige il riconoscimento qualitativo della
produttività diffusa, generale, comune. Non distingue più l'assistente sociale
del lavoro domestico, il ricercatore e il grafico dallo studente. Le figure del
lavoro sociale si sovrappongono continuamente l'un l'altra. Il reddito permette
la ricostruzione di un legame comune tra gli appartenenti alla società, un
legame sempre più lacerato e soggiogato dai rapporti di concorrenza e
dall'individualismo tanto da minare il fondamento stesso del vivere comune (4). Le due proposte sono tra loro assolutamente antagoniste,
si riferiscono a due orizzonti politici e puntano a produrre effetti di
soggettivazione necessariamente opposti e inconciliabili, sottintendono due
diverse antropologie: l'una tende all'individualizzazione dei rapporti sociali e
alla separazione formale (l'antropologia del solipsistico soggetto del mercato);
l'altra alla "messa in comune" della rivendicazione e alla costruzione di
processi di ricomposizione sociale (l'antropologia della produzione sociale
realizzata). Sono antagoniste in riferimento ai parametri e alle modalità di
redistribuzione della ricchezza che prevedono. Esclusività o generalità sono i
due parametri opposti di riferimento sui quali si differenziano queste due
tendenze progettuali.
Si presentano
almeno quattro punti decisivi a favore della battaglia per l'introduzione di un
reddito di cittadinanza. Ognuno di questi punti si attesta su una dimensione del
contesto ri-produttivo dei soggetti, ognuno in deciso antagonismo con le
proposte di "sussidio agli esclusi" dei neoliberali.
(4) "Una società puramente
individualistica", ci ricorda Michel Aglietta (2001), "non può esistere;
dev'esserci una base comune di solidarietà. Questa base comune è costituita in
primo luogo dalla soddisfazione dei bisogni fondamentali dai quali nessuno
dev'essere escluso e che devono dunque essere assicurati dai sistemi pubblici o
con garanzie pubbliche. Concerne anche la giustizia sociale sotto forma di una
fiscalità redistributiva che mantenga la gerarchia dei redditi entro i limiti
accettati dalla popolazione" (35-36).
1. IL
REDDITO DI CITTADINANZA RIUNISCE CIÒ CHE IL LAVORO HA SEPARATO, RICOSTRUISCE UN
LEGAME COMUNE PER IL LAVORO DISPERSO
Là dove, per
l'ipotesi neo-liberale, il sussidio si accompagna a politiche di separazione,
nel reddito garantito si dispongono piuttosto punti di convergenza comuni, e ciò
risponde a una dimensione organizzativa del reddito di cittadinanza, per la
quale l'esistenza del precariato non significa dispersione e disorientamento, ma
possibilità di ricomposizione e partecipazione. Il reddito di cittadinanza
può essere il mezzo e il presupposto per la ricostruzione di un legame comune
per il lavoro vivo disperso territorialmente e socialmente. Attraversando la
metropoli abbiamo dovuto parlare di lavoro sul territorio, di cooperazione
spontanea diffusa, della potenza produttiva reale, abbiamo visto l'economia
dislocarsi radicalmente sugli spazi e nei tempi della riproduzione sociale.
Tutto ciò, a fronte di una crucialità del lavoro vivo sociale, comporta un
indebolimento strutturale della forza lavoro rispetto al rapporto contrattuale e
rispetto al comando e al controllo dell'impresa. In questo dislocamento sembrano
essersi persi, o peggio essere divenuti impossibili, dei legami comuni che
compongono un soggetto reale, con sue modalità e strategie, ma è proprio sulla
ricostruzione politica di questi legami che l'intervento teorico-pratico deve
orientarsi. Si deve definire un terreno comune a tutto il precariato, trovare i
suoi bisogni generali. La tensione alla separazione tra inclusi ed esclusi che
introdurrebbe il sussidio si rovescia qui in possibilità di ricomposizione, in
possibile ricostruzione di un legame comune, una base di contrattazione generale
e sociale contro l'individualizzazione del rapporto di lavoro. Non andiamo
forse cercando nei rapporti sociali un nuovo legame collettivo per un nuovo
livello di rivendicazione, completamente dislocato rispetto alle contrattazioni
di settore e di categoria, ormai inapplicabili e completamente raggirate dai
padroni, una rivendicazione comunque al di là anche della frustrante condizione
di impotenza che si determina con la sottomissione ai rapporti
'individualizzati' della flessibilità capitalistica? Non cerchiamo forse un
punto focale, un momento comune che raccolga il precariato in tutte le sue
forme? Mentre il rapporto col salario poteva essere colto dall'operaio dentro la
fabbrica, sul posto di lavoro che qualificava l'apporto alla produzione
complessiva, il reddito deve essere inteso su un livello di generalità della
produzione capitalistica ancora superiore, sul livello più astratto di lavoro,
oltre la categoria e il settore produttivo. Deve essere colto dove il lavoro è
lavoro generico, precariato, singolarità qualunque. Questo essere singolarità
qualunque è il carattere comune che unisce ogni precario, tutta la forza lavoro
nella flessibilità realizzata. Dietro la richiesta di "professionalità" e di
specializzazione si nasconde la ricerca e l'impiego da parte delle imprese di un
lavoro altamente intercambiabile, plurimansionato, convertibile, tutt'altro dal
"lavoro per una vita" di tipo fordista. A questo carattere comune del lavoro fa
riferimento il reddito di cittadinanza, in quanto erogazione socialmente non
differenziata di un reddito come base comune e universale. Un provvedimento
generale per il lavoro "in generale".
2. IL
REDDITO DI CITTADINANZA È UNO STRUMENTO DI PROTEZIONE SOCIALE CONTRO IL RICATTO
DELL'ESCLUSIONE, UN FRENO ALLA CORSA AL RIBASSO DEL COSTO DEL
LAVORO
Là dove, per
l'ipotesi neo-liberale, il sussidio fa parte di politiche di controllo sociale
generalizzato e alla definizione per legge di uno strato di "senza futuro", gli
esclusi, il reddito garantito dispone invece il rifiuto possibile
dell'intimidazione, e ciò risponde a una dimensione esistenziale del reddito di
cittadinanza, per la quale la condizione di flessibilità non è più abbandono a
una subordinazione ottenuta mediante ricatto, ma una possibilità di decisione,
di scelta, una flessibilità del lavoro alle esigenze del soggetto, mai il
contrario. L'introduzione di un reddito di cittadinanza indipendente dalla
prestazione lavorativa viene criticata perché considerata portatrice di elementi
assistenzialistici, ma qui si tratta piuttosto di dare un riconoscimento al
valore che ogni singolo rappresenta per la società, comunque. Un reddito
indipendente dalla prestazione lavorativa garantisce la riproduzione sociale
dell'esistenza di ognuno, della singolarità qualunque del lavoro vivo
postfordista. Altrimenti senza non si vive. In un'economia che fa della
discontinuità delle prestazioni lavorative il suo centro propulsivo le ricadute
sulla riproduzione materiale dei soggetti non si fanno attendere. E' stata
intaccata la possibilità di darsi un progetto di vita, di immaginarsi il proprio
futuro. Tutti i soggetti sono coinvolti nel processo di esclusione, quelli
dentro e quelli formalmente fuori della prestazione lavorativa. L'esclusione è
una violenza che si manifesta come ricatto, il ricatto per cui, se non si
accettano condizioni sempre più precarie, si varca la soglia oltre la quale si è
espulsi. E' una minaccia incombente sulle vite che "cercano di farcela" spesso
rinunciando a molti progetti personali. Un reddito sociale garantito
permette, non solo di non varcare mai la border line, come non è invece oggi per
molti ex-lavoratori che si ritrovano a sopravvivere sui bordi della metropoli e
della produzione, ma consente anche di mettere in dubbio la "convenienza" ad
accettare le proposte di lavoro al ribasso. Il reddito garantito vuol dire, in
questi casi estremi, ma comuni, avere comunque un potere minimo di
discrezionalità, una possibilità di scegliere di rifiutare il ribasso del costo
del lavoro. Una tendenza al ribasso ora assicurata dalla forte concorrenza
reciproca tra la forza lavoro intorno a una disponibilità di posti sempre più
flessibili, sempre più instabili e incerti. Se si accetta il ribasso perché non
c'è alternativa: questo è un dispositivo di potere reale, un potere che
costringe al lavoro con garanzie e condizioni retributive sempre più incerte.
Per invertire le polarità del campo di forze deve essere garantita una soglia
minima sotto la quale, non solo è inaccettabile vivere, ma è anche inaccettabile
essere pagati, e di fatto sconveniente. Il reddito di cittadinanza fisso
stabilisce questa soglia sotto la quale lo sfruttamento non è consentito, è un
freno alla politica di ribasso del costo del lavoro e all'esclusione sociale.
3. IL
REDDITO DI CITTADINANZA È RICONOSCIMENTO DEL CARATTERE PRODUTTIVO DELLA VITA
SOCIALE INDIPENDENTEMENTE DAL LAVORO, RICONOSCIMENTO DEL CARATTERE SOCIALE DELLA
PRODUZIONE
Là dove per
l'ipotesi neo-liberale il sussidio si accompagna a politiche d'esclusione dalla
produzione, nel reddito garantito si dispone invece la ricomprensione della vita
comune come interamente produttiva di valore, e ciò risponde a una dimensione
socio-economica del reddito di cittadinanza, per la quale precariato non è
quella miseria che ci viene rappresentata, ma ricchezza biopolitica del lavoro
sociale. E' qui in questione il fatto che se i contenuti del lavoro
presentano un carattere immediatamente sociale, allora si deve pensare a un
intervento redistributivo della ricchezza che di questa "socialità" della
produzione tenga conto, perché i precari sono la parte esclusa dal reddito e dal
benessere, ma non dalla produzione. Quei contenuti sociali del lavoro dei
servizi sono la trasfigurazione della sostanza del lavoro diffuso, del valore
spontaneo prodotto in tutte le eccedenze dell'economia reale. Questo lavoro
reale, ma non riconosciuto, della cooperazione sociale esige ora di essere
retribuito socialmente. La socialità continuamente cede una ricchezza enorme
senza che le venga garantito neanche il diritto alla sopravvivenza e alla
riproduzione. I flussi di valore diffuso si concentrano nelle prestazioni
lavorative singolari, ma valgono molto di più: hanno il valore delle virtù del
vivere comune e del cooperare. Le virtù comuni e immateriali sono la sostanza
del lavoro postfordista, dell'economia dei servizi. La socialità, le
affettività, la capacità di produrre e gestire le relazioni, ogni aspetto della
soggettività, trovano una collocazione di valore nell'accumulazione
postfordista. Ogni virtù soggettiva è una qualità potenzialmente produttiva. I
precari sanno che il loro lavoro è produrre organizzazione, gestire processi,
articolare comunicazione, sanno che questo è loro pagato. Sanno che ciò che
viene pagato è una ricchezza diffusa che anche loro hanno appresa fuori dai
corsi di "formazione al servizio" dell'impresa, sanno che è lì fuori dal lavoro
che si gioca il loro lavoro. Lo sanno e dubitano dei confini: il tempo di vita e
il tempo di produzione sono, per i precari, termini sovrapponibili,
continuamente. Il reddito di cittadinanza indipendente dalla prestazione
lavorativa disloca praticamente il concetto di 'produttività' sulla vita
sociale, costringe al riconoscimento del valore del tempo di vita che è oltre il
tempo di lavoro. E' una rivendicazione adeguata alla fase di accumulazione
flessibile del know how sociale, dove la flessibilità formale del tempo di
produzione (tempo di lavoro) nasconde un processo di accumulazione del sapere
sociale, del lavoro diffuso, un processo estensivo (capillare sul territorio
vivo della metropoli) e intensivo (nello sfruttamento della prestazione
individualizzata). Il reddito ricompone questi due livelli dello sfruttamento su
un generico tempo di produzione sociale, un tempo multiplo e singolare, il tempo
qualunque del precariato metropolitano. Questo tempo comune che ci viene
privato, che ci viene pagato solo in quanto "privato", solo come insieme di
capacità professionali individuali, deve trovare un riconoscimento più generale,
uno statuto adeguato alla socialità dei processi produttivi, evidentemente un
reddito indipendente dalla prestazione lavorativa. Privato come tolto, tolto al
sociale. Socializzare vuol dire diffondere, riconnettere. Il dare è qui un
restituire.
4. IL
REDDITO DI CITTADINANZA, PER TUTTO QUESTO, È IL CENTRO FOCALE SU CUI PROGETTARE
UNA SOGGETTIVAZIONE COLLETTIVA POSSIBILE DEL PRECARIATO, PER COSTRUIRE SULLA
CRISI DEL LAVORO, OLTRE LA SOCIETÀ DEL LAVORO
Là dove per
l'ipotesi neo-liberale il sussidio si accompagna a politiche d'assistenza e alla
pratica della delega e dell'assistenza, nel reddito garantito si aprono
piuttosto possibilità di autocostituzione autonoma, e ciò risponde a una
dimensione progettuale del reddito di cittadinanza, per la quale il precariato
non è più una condizione in cui sopravvivere, ma un costruirsi del lavoro
sociale. Un reddito garantito può prospettare un'emancipazione dalle forme di
dipendenza sociale, soprattutto per i giovani (per rendersi indipendenti dalla
famiglia), i migranti (per fare a meno del ricatto, da una parte, e
dell'assistenza, dall'altra) e le donne (per superare definitivamente i residui
dei vincoli patriarcali), soprattutto per i soggetti che sono oggi anche i meno
pagati, oltre che i meno occupati, meno garantiti da questo assetto sociale,
quindi più dipendenti. La società del lavoro discrimina, rende subalterni a un
regime dispotico di selezione sociale, tutt'altro che l'utopia realizzata della
"società aperta". Poter contare su un reddito garantito vuol dire invece avere
possibilità di liberare tempo, di crearsi spazi collettivi, di decidere propri
progetti. Possibilità di dedicarsi ad attività liberamente scelte. La creatività
sociale ci stupirebbe della sua capacità di trovarne di più varie. Chi ha paura
che i corpi liberi dal lavoro possano muoversi, incontrarsi, convergere? Chi ha
paura della creatività sociale? Chi vuole opporre alla libertà dal lavoro ancora
il moralismo del "lavoro che educa l'uomo"? Chi è che organizza sotto questa
dottrina morale il regime di dipendenza reale, effettiva, la subordinazione al
lavoro? Domande inevitabili, perché è rispondendo a esse che forse si viene a
capo di qualche fraintendimento, occasionale o voluto, sulla questione del
reddito di cittadinanza. Perché dovrebbe essere una preoccupazione la
possibilità di uno sviluppo della società al di là del lavoro? La libertà genera
ricchezza. Più spazi liberi si chiudono, più viene avvilita l'intelligenza
collettiva, la sua creatività. L'inibizione delle possibilità di sviluppo
autonomo si trasforma presto in implosione delle tensioni sociali, in
contrazione dell'intelligenza di massa, asservimento, clientela, sottomissione,
rabbia impotente, senza direzione, autoriflessiva, l'auto-da-fè sociale che
annusiamo ogni giorno intorno a noi, lungo i bordi della metropoli. Il reddito
di cittadinanza dovrebbe muoversi sul piano della ricchezza e della libertà, su
una possibilità di soggettivazione che non sia necessariamente quella che
intende il mercato e il lavoro. Il lavoro educa alla subordinazione, questo
sperimentano i precari nel dispotismo dei turni flessibili, dei pagamenti troppo
differiti, nel livello di isolamento soggettivo e di debolezza nel rapporto con
l'azienda. Sanno che vorrebbero sottrarre tempo al lavoro, ma che invece questo
è anche troppo poco, mai sufficiente per garantirsi un reddito adeguato alla
realizzazione dei propri progetti di vita. Qualcuno incomincia a definire
"diritto" il reddito garantito. Un reddito di cittadinanza incondizionato, senza
restrizioni né per genere, né per etnia, né per età, né per posizione rispetto
al lavoro, né per quant'altri criteri di separazione possono essere pensati per
dividere la moltitudine del lavoro precario. Il reddito garantito è il
presupposto per l'esodo al di là della società del lavoro. Questo è un bene, un
bene comune.
Reddito di
cittadinanza non vuol dire immediatamente liberazione dal ricatto del lavoro
salariato, certo. Può servire, però, per articolare un discorso politico, o
biopolitico, sul rapporto capitale/lavoro vivo, un'azione e una proposta che
siano all'altezza dei processi. Può fornire nuovi punti d'osservazione. Il
precariato è la parte maggioritaria della forza lavoro, intercambiabile in
quanto alla mansione, immateriale in quanto ai contenuti, flessibile in quanto
alla prestazione. Non scompare il contratto a tempo indeterminato o comunque
restano forme di fidelizzazione a lunga durata, ma come privilegio degli addetti
amministrativi di alto livello e dei tecnici professionali, altamente
specializzati e qualificati, che si ergono sopra l'enorme bacino di forza lavoro
invece precarizzata. Il posto fisso resta come parametro dell'esclusione e del
privilegio. I precari, questi soggetti in tensione tra lavoro e non lavoro,
sulla soglia che unisce produzione e vita, sono oggi la parte assolutamente più
consistente della forza lavoro, e se così è non si possono più ignorarne bisogni
specifici e istanze. Ripensare il lavoro deve significare ripensare la lotta
contro il lavoro, contro quel lavoro la cui consistenza sperimentiamo come
violenza, separazione, imposizione. Il lavoro non produce più ricchezza, è più
soltanto la camera di contenzione nella quale si perdono le forze attive del
proletariato. Bisogna diradare le nubi che si addensano sulla vita dei precari,
spingersi oltre il ricatto implicito nello slogan trionfante: "lavoro o morte!".
Il reddito di cittadinanza può porre un piano reale del rapporto tra capitale e
lavoro vivo, il piano della generalità del lavoro diffuso, precario e
immateriale, locale eppure globale. Il piano di una vita che è già oltre il
lavoro, che è già produttività del non-lavoro. Bisognerebbe affermare questo
ripensamento praticamente. La lotta per l'introduzione di un reddito di
cittadinanza è un punto di partenza, ma non è scontata la vittoria. Un sussidio
per l'esclusione sociale è scontato che dovrà essere introdotto: i neoliberali
lo sanno già, ritardano solamente, finché si può. Viceversa, l'introduzione di
un reddito indipendente dalla prestazione lavorativa e incondizionato, il
riconoscimento di una redistribuzione sociale per le moltitudini, non è per
niente certa. Di nuovo si tratta di scegliere tra un paradigma della miseria e
un'economia della ricchezza, tra la soggezione e l'autonomia. Si tratta di
scegliere.
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