La democrazia possibile.

Il momento che tutti stiamo vivendo è preoccupante. La sicurezza e la solidarietà sociale sono da tempo ridotte al minimo; l'economia è stagnante e gli operai sono licenziati; i conti pubblici segnano rosso ed i tagli colpiscono i più deboli; l'inquinamento è alle stelle; l'informazione pubblica cade a pezzi; l'istruzione, l'università e la ricerca sono lasciate a se stesse; le carceri sono stracolme; il governo piega la legislazione ai propri interessi personali (falso in bilancio, rogatorie, legittimo sospetto); la giustizia sembra essere impazzita. Una guerra dalle conseguenze inimmaginabili è alle porte.

Se questo quadro è - purtroppo - difficilmente contestabile e se le promesse di chi intendeva governare un cambiamento radioso sono fallite, occorre domandarsi come uscirne, su chi contare, cosa fare.

La vicenda che - attraverso l'ordinanza della magistratura cosentina - ha colpito alcune decine di militanti calabresi e meridionali, accusati di essersi associati al fine di sovvertire «l'ordinamento economico costituito nello stato» è parte organica di questo quadro, benché lo stesso governo ne risulti spiazzato. Non si tratta di inventarsi complotti, ma pur restando alla vicenda, a me sembra che questa tocchi un nodo che fa da sfondo al desolante scenario complessivo.

L'accusa rivolta ad un gruppo eterogeneo di una quarantina di persone è clamorosa: cospirazione al fine di "turbare le funzioni svolte dal governo italiano, sopprimere la globalizzazione dei mercati economici, sovvertire l’ordinamento dei mercati del lavoro".

Essa si basa principalmente sulla contestazione di reati di opinione, sulla trascrizione di parole dette in privato in differenti contesti e sul fatto che gli indagati si sarebbero associati in una Rete chiamata del Sud Ribelle (cui peraltro non tutti gli accusati appartenevano). Sono gli articoli del codice penale sopravvissuti alla legislazione fascista che consento queste accuse. Fatti e testimonianze, controprove e dati concreti spiccano per assenza. Come è ben noto i reati di opinione e di associazione contrastano con la Costituzione italiana, con l'ordinamento democratico e con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Ma questo non conta se uno strumento è disponibile.

L'ordinanza dei giudici cosentini, costruita sulla base delle indagini dei Ros e della Digos, è poi articolata attorno ad un impianto più ampio, che fa dell'Università della Calabria l'incubatoio della sovversione. Più volte esplicitato nella ordinanza, questo teorema è stato chiaramente riassunto dal Dott. Fiordalisi in una intervista al Corriere della Sera. Schematicamente se ne desume il seguente ragionamento: nei pressi della Zanussi di Rende è stato trovato due anni fa un volantino che rivendicava un attentato romano; nel comune di Rende c'è l'Università della Calabria; l'Università negli anni '70 è stata un covo di terroristi e brigatisti; un buon numero degli imputati lavora, studia o ha studiato presso l'Università della Calabria, dunque questi sono le nuove brigate rosse e quella è il loro covo.

A parte il fatto che le indagini del generale Dalla Chiesa ed il ben noto teorema dell'«UNICAL covo di terroristi» di fine anni '70 giunsero ad un clamoroso bel nulla; a parte il fatto che l'ateneo durante tutti gli anni passati è cresciuto sino a divenire uno dei migliori del nostro paese, va ribadito che - in molte sue componenti - esso si è sempre contraddistinto per la sua originalità scientifica, per la sua capacità critica ed innovativa, per il suo apporto al dibattito democratico ed alla apertura alle diversità.

Gli arresti e le imputazioni a carico di ricercatori, dottorandi, studenti e laureati presso l'UNICAL, così come il blitz all'interno del Dipartimento di Sociologia ed il sequestro di computer, e - al pari - l'irruzione nei locali del Centro Sociale Filo Rosso messi a disposizione dall'ateneo, si configurano - come molti docenti hanno sottolineato - come un attacco alla Università ed al suo contesto. Ma non è soltanto l'immagine dell'UNICAL ad essere offesa, come lo sono più gravemente i corpi dei suoi ricercatori e studenti incarcerati e quelli di tutti gli altri indagati. Con gli arresti al seguito della inquietante mossa giudiziaria , che - lo ripeto dopo aver letto e riletto le 359 pagine dell'ordinanza  - non presenta una prova decente, viene messo in discussione un principio fondamentale della democrazia, che la stessa Università in quanto istituzione incarna: la libertà di pensiero e di opinione, il diritto di critica. Questo è detto chiaramente nella mozione approvata dai docenti del Dipartimento di Sociologia: "…L'iniziativa della magistratura colpisce direttamente la nostra Università nelle persone di ricercatori e dottorandi arrestati ed indagati, collegandone l'attività ad una presunta vocazione sovversiva e paraterroristica dell'Università della Calabria, che secondo il paradigma accusatorio si sarebbe manifestata sin dalla sua fondazione. Di conseguenza lede gravemente la sua immagine e - per i modi in cui è stata condotta, per i principi e i pregiudizi che la ispirano - ne mina un'irrinunciabile funzione democratica ed istituzionale."

Quando negli anni '70 l'Università venne messa sotto accusa, soltanto il Sindaco Mancini - con forza e nell'isolamento rispetto agli stessi partiti di sinistra - la difese e si pose accanto ai docenti ed al personale.

Oggi la situazione - che potrebbe mostrare molte analogie - è invece molto diversa. Cosenza e l'Università sono indignate e si aprono alla partecipazione, all'accoglienza di quanti protestano, alla richiesta di libertà per gli indagati. Ha pienamente ragione la sindaca di Cosenza a sostenere che - a questo punto - la città e l'amministrazione sono eversive. Eversive rispetto al quadro nazionale che in apertura ho descritto.

La mobilitazione di questi giorni, a fronte della irresponsabilità di quelle istituzioni che dovrebbero tutelare democrazia e garantire libertà, raccoglierà quelle forze non istituzionali e quei soggetti delle autonomie locali che invece oggi sono gli unici ad assolvere sostanzialmente a quei compiti.

Democrazia e responsabilità, capacità di promuovere dal basso partecipazione ed azione politica sono nelle mani di questo movimento, di chi lo appoggia, di chi sa accoglierlo.

Dal Forum Sociale di Firenze a Cosenza migliaia di cittadini, in un movimento variegato, in un movimento di movimenti diversi, di senza partito, di individui consapevoli, di amministratori che sanno innovare, non soltanto protestano contro una ordinanza "sconcertante", contro una "mostruosità giuridica", contro un "teorema infondato" (traggo le definizioni dai maggiori quotidiani nazionali) e chiedono che gli arrestati siano scarcerati, ma si assumono - in luogo di chi dovrebbe - la responsabilità della democrazia attuale e la speranza di una democrazia possibile.

Nel buio del quadro complessivo, forse è questa la sola luce che brilla. Dovremmo tutti sperare che diventi un sole, portando ciascuno - con la propria diversità, culturale, politica, di opinione - la scintilla che ogni corpo libero sa sprigionare.

Osvaldo Pieroni

Università della Calabria

Allego qui di seguito la mozione approvata dal Consiglio di Dipartimento di Sociologia e dal Corso di Laurea in DES e, individualmente, sottoscritta da molti docenti della Facoltà di Economia.

L'iniziativa giudiziaria intrapresa dalla magistratura cosentina, definita da più e diverse parti «sconcertante», rappresenta a nostro giudizio un atto grave che colpisce fondamentali diritti individuali e tende a criminalizzare libertà collettive ed individuali.

L'impianto accusatorio di cospirazione politica mediante associazione per sovvertire «l'ordinamento economico costituito nello Stato» fa esplicito riferimento a norme del periodo fascista sopravvissute nel diritto penale ed inconciliabili con uno stato costituzionale di diritto e con un normale ordinamento liberale e democratico.

L'iniziativa della magistratura colpisce direttamente la nostra Università nelle persone di ricercatori e dottorandi arrestati ed indagati, collegandone l'attività ad una presunta vocazione sovversiva e paraterroristica dell'Università della Calabria, che secondo il paradigma accusatorio si sarebbe manifestata sin dalla sua fondazione. Di conseguenza lede gravemente la sua immagine e - per i modi in cui è stata condotta, per i principi e i pregiudizi che la ispirano - ne mina un'irrinunciabile funzione democratica ed istituzionale. L'Università è sede istituzionale della libertà di pensiero e di opinione, tanto nell'attività di ricerca che in quella di formazione. Essa è chiamata - nei suoi massimi organi e nelle sue strutture - a difendere ad alta voce questa prerogativa.

Crediamo sia nostro compito - indipendentemente dall'orientamento politico e culturale di ciascuno - esercitare attivamente il diritto di critica, di informazione e di mobilitazione democratica nei confronti di un atto che consideriamo lesivo dei nostri ruoli di docenti e ricercatori.

C'impegniamo pertanto a che l'Università garantisca a quanti partecipano alla vita universitaria, studenti in primo luogo, spazi di libera discussione e di organizzazione democratica.

Auspichiamo la più rapida scarcerazione degli arrestati ed una conclusione altrettanto celere dell'indagine. Ci riserviamo di appellarci alla magistratura stessa in quanto parte coinvolta e lesa da un'iniziativa giudiziaria che ha destato un così grande sconcerto nell'opinione pubblica e che crea una profonda inquietudine per i gravi rischi cui è esposta la democrazia italiana nei luoghi e nelle funzioni dello spazio pubblico.

Mozione approvata da:


Il Consiglio di Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica dell'Università della Calabria.
Il Consiglio di Corso di Studio in Discipline Economiche e Sociali (Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace), Università della Calabria.

Arcavacata di Rende, 19 novembre 2002

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