|
SUL FILO DELLA MEMORIA di Antonio Orlando La recente pubblicazione degli Atti di un convegno, tenutosi a Palmi nell’aprile del 1991, sui quarant’anni della costituzione del sindacato FEDERBRACCIANTI-CGIL ci offre l’occasione di ripensare ad una pagina della nostra storia più recente con occhio attento, ma critico; benevolo, ma distaccato. Intanto c’è da dire che la vecchia e gloriosa Federbraccianti “il sindacato di classe”, tanto per intenderci, non esiste più e non si è limitata solo a cambiare nome. La nuova sigla - F.L.A.I. - intende, infatti, riunire in un’unica organizzazione tutti i lavoratori dell’agricoltura e dell’industria agroalimentare di trasformazione. Questo è, di per sé, segno dei profondi mutamenti che sono intervenuti all’interno della nostra società. Il tanto disprezzato, ovviamente da parte dei proprietari terrieri, “sindacato dei cafoni” o dei “vedani” è diventato un’organizzazione di lavoratori specializzati e professionalizzati, i quali, da tempo, hanno sostituito la zappa con strumenti di lavoro altamente sofisticati. L’agricoltura ha cessato di essere la cenerentola del mondo produttivo e comincia finalmente ad essere considerata un’attività d’impresa, degna della massima attenzione. Nuovi soggetti operano nelle campagne e problematiche affatto nuove si sono presentate sulla scena. Si pensi, tanto per fare un esempio, alla questione ambientale o all’uso dei pesticidi o alle biotecnologie o alle manipolazioni genetiche. Certo non guasta fermarsi a riflettere sul recente passato per cercare di capire da dove proveniamo e quanta strada, in pochi anni, è stata percorsa. Il volume, ben curato da Rocco Lentini, raccoglie, oltre la relazione introduttiva di Pasquale Larosa, dodici interventi, che sono altrettante testimonianze di un passato, aspro e appassionato, di lotte politiche. Come avverte nell’introduzione Emilio Viafora, segretario regionale della CGIL, “...ricostruire la storia di un movimento e di una organizzazione attraverso la testimonianza dei protagonisti comporta il rischio di una minore scientificità e freddezza, ma sicuramente arricchisce la conoscenza di pulsioni profonde...” e dà la misura di quali passioni, di quale carica civile, di quale tensione etica e democratica fossero pervasi le scelte, le decisioni e i comportamenti dei soggetti che, per la prima volta, entravano nell’agone politico a pieno titolo. La memorialistica è sicuramente intrisa di troppi elementi personalistici ed è, sovente, spinta da risentimenti che non giovano certo ad una ricostruzione obiettiva e serena degli avvenimenti. “Il testimone” tende ad esaltare il proprio ruolo ed a sminuire i propri errori, mentre dimentica facilmente la coralità delle azioni e la collegialità delle scelte e scarica volentieri su altri la responsabilità dell’adozione delle decisioni più difficili e più impegnative. Il tempo, che scorre inesorabile, fa il resto. Guai però, se non ci fossero queste testimonianze. La storia non potrebbe essere scritta poiché verrebbe raccontata unicamente dai vincitori o dai professori ed i difetti, degli uni e degli altri, sono così evidenti che è inutile insistervi. Senza contare che la ricchezza di informazioni, anche minute, e di notazioni che vengono fuori da una testimonianza, permette approfondimenti nuovi nella ricerca. L’intervento di Enzo Misefari, tra l’altro, credo, l’ultimo suo discorso in pubblico, con pochi tratti, delinea gli anni della faticosa ricostruzione del movimento sindacale nel reggino, mettendo in evidenza le contrapposte posizioni dei partiti di sinistra che, sul sindacato, avevano idee molto differenti. Ed anche dentro il P.C.I. non si può dire esistesse un’unanimità di consensi e di opinioni in ordine alle strutture sindacali, sia territoriali - le Camere del Lavoro - che di categoria. Si ricordi che fino al 1953, la presenza dei seguaci di Bordiga all’interno delle sezioni comuniste calabresi era rivelante e la vicenda di Maruca a Catanzaro è lì a testimoniarlo. Nella Piana, zona agricola fortemente specializzata, in cui sono presenti colture arboree altamente produttive ed è diffusa, da tempo, la piccola proprietà contadina, diventa difficile poter costruire un movimento bracciantile simile a quello del crotonese o della Sila. Le rivendicazioni dei braccianti della Piana non potevano avere, come obiettivo primario e pressocché unico, lo smantellamento del latifondo e la riforma agraria. La suddivisione della proprietà nella Piana è avvenuta in tempi molto lontani (le leggi di eversione della feudalità) e si è completata negli anni immediatamente successivi all’Unità. Durante il fascismo, nonostante il tentativo del regime di imporre surrettiziamente la mezzadria quale rapporto agrario tipo, nella Piana si sono instaurati rapporti molto articolati, particolari e peculiari alle colture praticate. L’esercito di braccianti e di raccoglitrici ha tutto l’interesse a condurre una lotta, sul piano strettamente sindacale e, perciò, di tipo semplicemente rivendicativo, diretta ad ottenere aumenti salariali immediati ed il riconoscimento di nuove e più moderne forme di organizzazione del lavoro. Appare del tutto velleitario rimettere in discussione gli assetti proprietari a fronte di una massiccia diffusione di piccole proprietà, acquistate, a prezzo di durissimi sacrifici, grazie alle rimesse degli emigrati. Infatti, gli unici due momenti durante i quali il movimento di lotta ritrova elementi di contatto con il movimento per l’occupazione delle terre, che, com’è noto, si sviluppa, in quegli anni, nel crotonese, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia e nel Fucino, riguardano le lotte per terre del “Bosco” di Rosarno e del “Sant’Elia” di Palmi, non a caso, terreni gravati da usi civici. Per il resto, e, a onor del vero tutte le testimoniante lo confermano, i braccianti della Piana, ma anche quelli del basso Jonio e del reggino, si indirizzano verso obiettivi quali l’imponibile di manodopera, la ripartizione dei prodotti, gli aumenti salariali e le sovvenzioni pubbliche. Tutti obiettivi tipicamente sindacali che mal si conciliano con l’idea comunista del sindacato, inteso o quale “cinghia di trasmissione” con il partito o quale strumento di organizzazione primaria e cioè “pre-politico”, della lotta di classe. Da parte della Sinistra si continua, in maniera molto confusa e superficiale, a parlare di “mondo contadino” o di “tradizioni contadine”, come se si trattasse di un universo indistinto, indifferenziato ed unitario proprio quando già s’intravedono invece ben chiare le prime differenze che stanno determinando una nuova e diversa stratificazione sociale nelle campagne. Gli interessi di questi ceti contadini non coincidono per niente e ciò che il corporativismo fascista aveva tentato, invano, di amalgamare, ora si presenta sulla scena giustamente diviso. Le aree del centro nord sono caratterizzate dalla presenza di un’agricoltura capitalistica cui si affianca una diffusa mezziadria che, per circostanze contorte e complesse, s’identifica con i partiti di sinistra. Con l’avvio della riforma agraria, nelle zone interessate, ha fatto la sua comparsa una nuova ibrida figura di contadino, che è “l’assegnatario”. I tre partiti massa (D.C., P.S.I. e P.C.I.), inoltre, spingono verso l’associazionismo dei contadini e propugnano la formazione di cooperative agricole quale moderno strumento di organizzazione della produzione. Il distacco dei braccianti della CONFEDERTERRA e la fondazione della FEDERBRACCIANTI agli inizi degli anni cinquanta, non fanno altro che sancire questo stato di cose, per cui la nscita del sindacato dei braccianti può configurarsi come una presa d’atto della nuova stratificazione sociale nelle campagne. Il grande merito della Federbraccianti nella Piana è quello di essere nato e cresciuto non come il sindacato dei contadini, che è termine molto generico e sociologicamente ambiguo, bensì come sindacato generale di tutti i lavoratori dela terra. Esso, dunque, non è mai stato un sindacato di categoria e per questo non è mai stato portatore di interessi particolari o corporativi; è stato, invece, il sindacato capace di organizzare tutti quei lavoratori potenziali, compresi i precari, i sottoccupati, le casalinghe ed i disoccupati. Il canale che permette a migliaia di donne di entrare, sia pure per brevi periodi e per attività stagionali, nel mondo della produzione agricola è proprio la Federbraccianti. La F.B. organizza “i contadini poveri”, i coloni, i “parcellari” che svolgono, diremmo oggi, un lavoro part-time e quelli che lavorano possedendo solo le proprie braccia; organizza quella che Marx chiama “la forza lavoro”, il proletariato spartachista sempre precario e sempre in attesa del lavoro stabile. Si tratta, al contrario dei contadini, di un ceto potenzialmente rivoluzionario, non foss’altro perché non ha veramente nulla da perdere. Tuttavia, imbrigliato ed incanalato all’interno di un’organizzazione ampia e generalista, questo gruppo stempera le proprie pulsioni e si adatta ad una sorta di lunga e defatigante “guerra di trincea” che, con il passare degli anni, se non altro, permette di migliorare le condizioni di vita. Un’altra consistente parte di braccianti, dopo le logoranti schermaglie degli anni ‘50, prende le vie dell’emigrazione, allentando così le tensioni che si erano accumulate nelle campagne della Piana. Le leggi sulla previdenza agricola, il 1° e 2° Piano Verde, la proroga dei contratti associativi, la riforma dei patti agrari, gli aiuti comunitari ed in ultimo le leggi di programmazione in agricoltura contribuiscono a modificare la struttura di un sindacato, nato come sindacato di lotta e consolidatosi invece come organizzazione professionale di assistenza e tutela degli interessi dei lavoratori agricoli. Sul finire degli anni ‘60, si avverte nella Piana che il sindacato dei braccianti non punta più ad organizzare grandi mobilitazioni per ottenere risultati, alla fine, modesti e limitati. Forte di un mutato rapporto nei confronti degli apparati dello Stato (INPS, in primo luogo), la Federbraccianti sente di poter svolgere un servizio pubblico, che non è un compito di pura intermediazione, bensì di organizzazione, di promozione e di gestione. Le conquiste di questo periodo, al di là delle successive degenerazioni, segnano una svolta epocale nel mondo dell’agricoltura. Il vecchio bracciante, il perenne “avventizio”, “il giornaliero di campagna” alla mercè dell’agrario, può diventare finalmente “operaio” poiché gli è consentito dimostrare un minimo di continuità lavorativa. E’ significativo che molti braccianti preferiscano la denominazione di “salariato fisso” a quella di operaio agricolo, quasi a voler sottolineare, con maggior forza, la conquista di un reddito più che l’acquisizione di una qualifica. Le “151 giornate” diventano il simbolo di un riscatto preofessionale e sociale, più che politico, e costituiscono l’elemento su cui fondare il nuovo status di operaio agricolo. I processi di modernizzazione dell’agricoltura, cui il sindacato ha fortemente contribuito, tuttavia, non si realizzano secondo uno schema lineare e corretto, ma presentano aspetti oscuri, contorti, ambigui e, spesso, chiaramente influenzati dall’intervento di forze criminali e mafiose. L’evoluzione della categoria dei braccianti è incontestabile e ad essa si accompagna un’accresciuta consapevolezza delle proprie capacità professionali e tecniche, mentre, dall’altra parte non si sviluppa, purtroppo, una classe moderna di imprenditori agricoli. I nuovi proprietari risultano troppo dipendenti dai finanziamenti e dagli aiuti pubblici e non sono in grado di avviare attività imprenditoriali capaci di innescare un processo produttivo autonomo, libero e non condizionato. Il sindacato è costretto a fronteggiare situazioni nuove, complesse, a volte contraddittorie e, perciò, anche la sua azione appare involuta. In alcuni casi poi l’attacco delle forze mafiose è diretto e frontale per cui il sindacato è costretto ad arretrare, a rivedere le proprie posizioni e, perfino, a rifare i conti al proprio interno. “Ma questa, come dice il vecchio barista in “irma la dolce”, è veramente un’altra storia. |
|