la pubblicazione di questi atti è stata possibile grazie alla gentile e qualificata collaborazione della dott.ssa Ester Latella dirigente del settore resoconti del Consiglio Regionale e dei resocontisti dott.ssa Stefania Catalano, dott.ssa Caterina Cugliari, dott.ssa Cristiana Lugarà e dott.ssa Giada Romeo

 

Convegno Mediterraneo Mareaperto

Un’occasione di sviluppo

Reggio Calabria – 10 aprile 2003

Testo non revisionato

 

Enzo INFANTINO, Segretario Pdci Reggio Calabria

Sono particolarmente onorato nel porgere questa mattina a tutti gli illustri ospiti presenti il più sentito e sincero saluto a nome mio e della federazione provinciale del partito dei Comunisti italiani.

Un ringraziamento va rivolto alla direzione nazionale del partito, al compagno Oliviero Diliberto; al dipartimento esteri con il compagno Iacopo Venier; al gruppo regionale col compagno Michelangelo Tripodi; all’associazione “Punto critico” per aver scelto Reggio Calabria quale sede di questa importante iniziativa “Mediterraneo Mareaperto” incentrata sul ruolo del Mediterraneo, sulle opportunità di sviluppo collegate e sulla importanza di definire una vera politica di pace e cooperazione attraverso l’integrazione delle diverse culture esistenti nell’ambito della vasta area del mediterraneo.

La scelta della città di Reggio Calabria quale sede del convegno non è avvenuta a mio avviso a caso. Quale città più di Reggio Calabria può dirsi città di frontiera mediterranea, punto di congiunzione tra i paesi del sud e del nord del mediterraneo oltre che estrema frontiera sud della futura Unione europea allargata? Quale città potrebbe con maggiore forza assumere il ruolo strategico e di ago della bilancia nell’ambito degli interscambi culturali, sociali e commerciali tra i paesi del mediterraneo, tra i paesi del processo di Barcellona?

Mi preme ricordare che questa è stata per anni l’ambizione coltivata ed il fine perseguito da un nostro illustre concittadino: Italo Falcomatà.

(Applausi)

Che ora non è più tra noi, fu lui a coniare la definizione “Reggio Calabria città del mediterraneo”. Una città in cui esistono laboratori culturali come l’Università mediterranea e l’Università per stranieri che operano e agiscono in funzione di quel vasto progetto cui prima facevo cenno.

Voglio inoltre ricordare che a Gioia Tauro esiste ed opera il più grande porto di transhipment del Mediterraneo che ha fatto della città un importante crocevia di interscambio di merci.

Il processo euro-mediterraneo avviato a Barcellona nel ’95 ha segnato l’inizio di una fase di relazione di partenariato che include sia la cooperazione bilaterale e multilaterale che quella regionale e sub-regionale.

I dodici paesi del mediterraneo nostri partners sono il Marocco, l’Algeria, la Tunisia, l’Egitto, Israele, la Giordania, l’Autorità Palestinese, il Libano, la Siria, la Turchia, Cipro e Malta, la Libia che mantiene ancora lo status di osservatore.

Gli obiettivi principali della partnership euro mediterranea sono la costruzione di un’area euro mediterranea comune, di pace e stabilità basata su princìpi fondamentali che includono il rispetto dei diritti umani e della democrazia.

La reazione di un’area di prosperità condivisa attraverso il progressivo stabilimento di un’area di libero scambio tra l’Unione e i partner mediterranei e i paesi mediterranei stessi, lo sviluppo delle risorse umane e la promozione della comprensione tra le culture e il riavvicinamento dei popoli della Regione euro-mediterranea.

E’ al perseguimento di questi obiettivi che siamo chiamati a votarci nell’attuazione di una nuova strategia euro-mediterranea per la realizzazione concreta della quale occorre non solo una maggiore volontà politica da parte delle istituzioni nazionali chiamate ad intensificare gli sforzi intesi a migliorare l’assistenza finanziaria e tecnica e a rilanciare la cooperazione politica e a sfruttare pienamente le opportunità offerte dal programma Meda, programma finanziario specifico per l’attuazione del partenariato euro-mediterraneo. Ma anche e soprattutto una maggiore attenzione e partecipazione delle autorità regionali e locali, delle organizzazioni non governative, delle associazioni e della società civile che giocano tutte un ruolo fondamentale nel dare un impulso decisivo alla cooperazione regionale e sub-regionale.

Nonostante l’Unione europea sia il maggior partner commerciale dei paesi mediterranei la Regione mediterranea non riesce ancora a trovare una sua personalità nello scacchiere mondiale ed è ancora lontana dai modelli di integrazione commerciale simili al Nacta o al Nasean.

Questo dovrebbe essere uno degli obiettivi da perseguire nel contesto di una politica di vicinato, preludio ad una forma di regionalismo politico ed economico.

Non posso infine non ricordare che questo nostro incontro si svolge in un momento storico particolare. Da una parte il conflitto in Iraq verso il quale l’Unione europea non ha saputo assumere una posizione comune e determinante; sta a mostrarci ancora una volta la contraddizione di una Europa gigante economico e nano politico.

Dall’altra ci troviamo alla vigilia dell’allargamento ad est della Unione europea, di una Europa composta da 25 Stati membri. Questa iniziativa – ne sono convinto – non può essere condizionata dal conflitto in Iraq.

In questo mio breve saluto consentitemi di riaffermare il ripudio della guerra come strumento per dirimere le controversie internazionali e l’auspicio del ritorno ai mezzi diplomatici quale elemento fondamentale per gestire e garantire la sicurezza nel mondo.

La guerra in corso potrà avere enormi ripercussioni sulla situazione dell’area mediterranea come pure nei rapporti tra i paesi membri del processo euro-mediterraneo.

Gli interrogativi che nascono sono tanti. Quali saranno le implicazioni della guerra in Iraq sulla politica europea nei confronti del Medio Oriente e del mediterraneo? Come reagiranno alla guerra i Paesi del Mediterraneo del sud? Come la guerra influenzerà il processo di cooperazione tra i Paesi del Mediterraneo? A tali interrogativi potrà darsi risposta adeguata soltanto col tenace impegno e la volontà di tutti della società civile in particolare che potrà col suo peso influenzare l’azione dei governi.

L’altra questione – chiudo – da non dimenticare è l’allargamento ad est della Unione europea. Nel momento in cui le frontiere si allargano dobbiamo pensare ad una strategia verso le Regioni più vicine dell’Europa come quelle mediterranee.

Sarebbe errato a mio parere vedere il Mediterraneo soltanto e principalmente come una questione di sicurezza, come frontiera meridionale della Unione europea sulla quale attestarsi per gestire i flussi migratori e combattere il terrorismo internazionale.

Il Mediterraneo va considerato invece come un’area nuova di cooperazione in cui stabilire delle relazioni speciali nel contesto di una più ampia politica di vicinanza.

Alcuni Paesi del Mediterraneo come Cipro e Malta saranno presto membri della Unione, altri come la Turchia sono candidati, ma anche con tutti gli altri paesi mediterranei siamo legati da situazioni, tradizioni e interessi specifici.

Dobbiamo lavorare perché i Paesi del Mediterraneo si uniscano nella diversità e da questa traggano la loro ricchezza ma non possiamo farlo partendo da una posizione di prepotenza eurocentrica chiusa e unilaterale ma da una idea di co-appartenenza che è stata alla base della nascita del processo di Barcellona ma che va rafforzata e portata avanti con decisione.

Vorrei chiudere questo saluto – mi scuso se l’ho fatta lunga – con un pensiero dello storico francese Bernard Brodin che scriveva “il Mediterraneo è mille cose al tempo stesso, non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi, non un mare ma una successione di mari, non una civiltà ma più civiltà ammassate l’una sull’altra. Il Mediterraneo è un antico crocevia, da millenni tutto è confluito verso questo mare scompigliando ed arricchendo la sua storia”.

Mi piace pensare che di questa ricchezza di civiltà sapremo fare appunto la nostra forza. Grazie.

Naturalmente auguro buon lavoro a tutti. Adesso cedo la parola al compagno Maurizio Musolino che dirigerà i lavori di questa mattina.

Maurizio MUSOLINO, responsabile mediterraneo e M.O. Pdci

Io volevo innanzitutto dire due parole brevemente. Questa iniziativa che noi oggi facciamo era nata ed era stata pensata quando la guerra era imminente, era un rischio che era sentita da tutti noi vicina ma non era ancora scoppiata.

Oggi ci troviamo invece con la guerra in corso, una guerra che ha mostrato in questi giorni tutta la giustezza delle motivazioni che noi abbiamo dato per opporci ad essa. La guerra si è dimostrata per quella che è: una cosa terribile e drammatica. Altro che missili intelligenti, in queste settimane abbiamo visto cadere bombe sui mercati, negli ospedali, nelle case dei civili fino al paradosso di due giorni fa quando un carro armato ha sparato contro l’hotel Palestina dove tutto il mondo sapeva che risiedevano solamente giornalisti, uccidendone tre.

Questa guerra – questi giorni l’hanno dimostrato ancora una volta in maniera forte ed eclatante – trova origine solo in ragioni di potenza ed in ragioni economiche. Lo avevamo detto fin dall’inizio. Questa guerra voluta fortemente da Bush rientra pienamente in una visione degli Stati Uniti che vogliono imporre a tutto il mondo il loro dominio.

Al contrario, invece, proprio questa nostra iniziativa qui oggi a Reggio Calabria vuole invece promuovere un’altra visione del mondo, una visione multipolare. E il Mediterraneo con la sua storia e la sua cultura è proprio uno di questi poli non il solo ma un polo importante.

Noi oggi qui iniziamo un percorso di studio e di ricerca per la quale la neonata associazione Punto Critico sarà uno strumento prezioso e utile. Lo iniziamo qui a Reggio Calabria – e lo ricordava qui Enzo Infantino – anche perché qui pochissimi anni fa anche se oggi guardando la città e le vie di Reggio Calabria sembrano passati molti anni, un uomo Italo Falcomatà aveva immaginato una Reggio Calabria città del Mediterraneo perno dello sviluppo per il Mezzogiorno. Aveva creduto in questo ed in questa direzione aveva lavorato.

Vogliamo quindi, dicevo, iniziare un percorso; vogliamo attrezzarci, darci maggiori capacità per poter leggere ciò che sta accadendo e capirlo.

Per fare questo i nostri ospiti che voglio ancora una volta ringraziare ci aiuteranno qui oggi ma ci aiuteranno soprattutto nelle prossime settimane, nei prossimi mesi tessendo insieme a noi una rete di rapporti che sarà proficua per noi e per loro.

Un’ultima considerazione prima di dare la parola ad Iacopo Venier. Credo che un reale sviluppo del Mediterraneo non potrà mai prescindere da uno sviluppo della democrazia e dai diritti nei Paesi che vi si affacciano.

Su questi due aspetti spesso attaccati oggi in Italia dal Governo Berlusconi penso che ci voglia chiarezza da parte di noi tutti. Diritti e democrazia sono alla base di uno sviluppo e di una convivenza pacifica, rispettosa di tutti quanti.

Do adesso la parola ad Iacopo Venier, responsabile delle politiche internazionali del Pdci.

Iacopo VENIER, responsabile delle politiche internazionali del Pdci

Cari amici, cari ospiti, cari compagni e care compagne, io vorrei prima di leggervi la relazione che ho preparato per questo nostro importante convegno dire che i giornali di oggi sono pieni di una propaganda indecente. Ci dicono che questa guerra è finita, che abbiamo liberato un Paese.

Io credo che da questa nostra iniziativa - come da tutte le iniziative che si stanno facendo in questi giorni e in queste ore e che si continueranno a fare sul tema della pace – dobbiamo riportare anche un elemento di verità e rispondere a questo tipo di stortura e propaganda che sta debordando e diventando intollerabile.

La guerra non è finita, purtroppo. “Cessate il fuoco” è uno slogan, un obiettivo che servirà per oggi e per domani perché purtroppo questa guerra non può essere contenuta e non sarà contenuta nell’attacco all’Iraq. Hanno conquistato un Paese non l’hanno liberato e non poteva che finire così per la sproporzione immensa di mezzi d’armi, di tecnologia, di potenza di fuoco. Hanno ucciso migliaia e migliaia di persone, anche i militari che difendevano il loro Paese non un regime dispotico, violento e repressivo come quello di Saddam Hussein.

Hanno invaso e conquistato un pezzo di Medio Oriente e questo è foriero di gravi conseguenze. Noi oggi siamo qui a riflettere anche nel contesto di questa guerra che non è finita e che purtroppo ci porterà altri disastri.

Allora è compito nostro anche con iniziative come questa o come altre oggi parlare e dire al nostro popolo che è un tempo difficile di fronte a noi e che nulla di positivo è accaduto perché l’unico evento positivo che possiamo augurarci, che costruisce lo sviluppo è la pace ed oggi pace ce n’è meno di ieri.

Cari amici, cari ospiti, cari compagni e care compagne, credo di non esagerare nel dirvi che l’iniziativa che teniamo qui oggi a Reggio Calabria sta assumendo una valenza straordinaria per il dipartimento politiche internazionali che ho l’onore di dirigere e più complessivamente per tutto il partito dei Comunisti italiani.

Per la prima volta – lo diceva già Maurizio prima – quando abbiamo ragionato, mi pare che era novembre, sulla necessità di approfondire le politiche relative alle aree del mediterraneo non era ancora chiaro allora che questo tema sarebbe divenuto una delle questioni decisive per la prossima fase politica del nostro Paese e più in generale del contesto internazionale.

Ciò che allora ci proponevamo era di richiamare l’attenzione del nostro partito, della coalizione dell’Ulivo e più in generale dell’intera sinistra su quest’area che se non proprio trascurata risultava certo non centrale nei ragionamenti e nella programmazione politica.

Alcuni mesi fa non avevamo ovviamente la percezione di quanto questi temi sarebbero divenuti decisivi dopo lo scoppio di questa guerra terribile e devastante. Siamo infatti sull’orlo di un burrone e rischiamo di essere trascinati in uno scontro di civiltà e di religioni.

Questo pericolo non siamo noi Comunisti ad enunciarlo ma è stato il Papa usando toni apocalittici a richiamare infinite volte l’attenzione su ciò che sta accadendo, sulle distruzioni non solo materiali che questa sciagurata guerra sta portando. La guerra apre ferite che sarà difficilissimo cicatrizzare e sta allargando le distanze politiche e culturali tra il cosiddetto Occidente ed il mondo arabo.

Ragionare sul Mediterraneo alla luce della nuova situazione aperta dalla guerra diventa quindi ancora più importante se siamo di fronte al rischio di uno scontro di civiltà, ad una guerra infinita che può assumere i toni della crociata o della jihad allora c’è chiaro che sotto il nostro mare, questo nostro mare si sta aprendo una frattura, una faglia che può provocare terremoti terribili.

I nostri obiettivi restano quindi immutati ma si collocano in un contesto diverso e drammatico. Volevamo infatti ragionare su quale sia ora fuori dalle carte patinate dei rapporti dei ministeri o dei commissari europei il vero punto dell’evoluzione del processo di Barcellona, cioè di quello che si candidava ad essere un grande progetto di costruzione di un’area economica, culturale e sociale a cavallo del nostro mare.

Oggi però questa valutazione va molto oltre la necessità di affrontare con interlocutori nazionali ed internazionali i contenuti e lo stato di realizzazione dei partenariati euro-mediterranei oppure l’entità dei finanziamenti dedicati a questo scopo o ancora le politiche agricole o migratorie definite dalla Unione europea.

Certo è sempre utile capire perché quel processo di Barcellona non si è realizzato ed anzi ha prodotto accordi bilaterali tra Unione europea e Paesi dell’altra sponda del nostro mare che quasi sempre sono stati segnati da una impronta liberista che tende a costringere gli Stati partners della Unione europea a scelte economiche ad esclusivo vantaggio nostro, europeo.

Purtroppo però di fronte alla crisi drammatica che sta vivendo l’Unione europea sconvolta da iniziative filo-americane di Italia, Spagna e Gran Bretagna diventa difficile davvero capire se ci sono spazi reali per affrontare il merito delle questioni aperte.

Preliminarmente bisognerà capire se l’Europa sopravviverà a questa durissima prova. E’ evidente che la guerra in corso ha tra i suoi obiettivi principali quello di colpire a morte ogni ambizione dell’Europa di divenire soggetto pieno di politica internazionale.

La strategia americana non prevede alcuna contraddizione al proprio dominio e si sta movendo da tempo, contando purtroppo su sudditi fedeli come il nostro Governo, per scardinare l’Europa.

In questi mesi si sta giocando una partita importantissima per il nostro futuro e purtroppo – lo diciamo anche con una certa amarezza perché comunque sia è il Governo del nostro Paese – la fase cruciale per il futuro dell’Europa rischia proprio di realizzarsi durante la Presidenza italiana della Unione europea.

Il primo nostro compito anche come partito sarà quello di incalzare il Governo affinché faccia perlomeno meno danni possibili.

Dobbiamo assolutamente raggiungere l’obiettivo dell’approvazione della nuova Costituzione europea. Il nuovo trattato che sta scrivendo la convenzione sul futuro dell’Europa che sarà affidato alla conferenza intergovernativa proprio nel secondo semestre del 2003.

Questa nuova Costituzione, un patto nuovo tra i Paesi dell’Europa deve attrezzare l’Europa ai compiti che le derivano dall’allargamento ad est e dalla necessità di proporsi sul piano internazionale come soggetto pieno di politica internazionale.

Solo con nuove e chiare regole di funzionamento interno e soprattutto con un preciso programma politico e di valori l’Europa potrà proporsi come attrice principale di un nuovo multilateralismo democratico e pacifico.

Per esempio vorrei da qui rilanciare una campagna che in questi giorni persone, personalità stanno sostenendo, cioè la campagna simbolica ma importantissima di fare dell’articolo 1 della nuova Convenzione europea l’articolo 11 della Costituzione italiana. L’Europa deve nascere dal ripudio della guerra perché l’Europa deve proporsi a livello internazionale come soggetto attivo nella costruzione di politiche di pace e di uno sviluppo più equilibrato.

Credo che questa campagna oggi abbia più senso di ieri con la conclusione drammatica di questa prima fase del conflitto.

Siamo ovviamente però preoccupatissimi sull’atteggiamento italiano in merito. Le posizioni antifederaliste sul piano europeo, clericali e belliciste assunte da Fini – Vicepresidente del Consiglio – nella convenzione fanno temere il peggio. Presi dall’unica urgenza di compiacere gli Stati Uniti gli esponenti del Governo italiano non difendono in alcun modo gli interessi nazionali e strategici italiani.

Questo è particolarmente evidente se guardiamo alle questioni legate al Mediterraneo. Sembra quasi banale dove evidenziare come per il nostro Paese l’allargamento ad est contiene molte opportunità ma anche alcuni rischi. Se infatti è importantissimo sostenere questo esito per un motivo legato alla nostra storia politica, cioè contrastare i processi di delocalizzazione produttiva e soprattutto il dumping sociale che ora mette in concorrenza diretta i lavoratori dell’est Europa con quelli comunitari - cioè realizzare una unificazione dei diritti e della classe su scala europea – non possiamo non vedere che l’allargamento può provocare anche una ulteriore disattenzione dell’Europa per le proprie Regioni meridionali.

La convergenza economica dei nuovi membri non solo andrà finanziata ma può comportare una rimodulazione degli investimenti e delle priorità politiche ed economiche della Unione europea. C’è il rischio che il baricentro dell’Europa si sposti ancora più a nord.

L’Italia ha quindi un interesse strategico proprio in questo momento cruciale a consolidare e rafforzare il dialogo euro-mediterraneo. Se questo è vero pare ancora più evidente l’enormità dell’errore politico commesso dal nostro Governo quando ha inclinato i rapporti con la Francia Paese cardine nella costruzione europea e non a caso in questa fase molto attivo proprio in Africa e nel Mediterraneo.

Mentre il Presidente Chirac e il Presidente Prodi che ha capito più di altri il rischio che corriamo noi italiani e che viaggia incessantemente nel Maghreb cercando di impedire che questa guerra spezzi tutti i fili nel mondo arabo. Mentre così fanno Chirac e Prodi i nostri ministri non sanno nemmeno mettersi d’accordo sull’accoglienza dei profughi in fuga dalla guerra e la Lega Nord addirittura dice o che sono turisti o che andrebbero affondati o rinchiusi in campi lager. E’ una indecenza.

Abbiamo rotto noi italiani con la Francia e la Germania, abbiamo abbandonato la nostra tradizionale politica aperta verso il mondo arabo e tutto ciò contro gli interessi e rischia di condannare definitivamente le nostre Regioni meridionali ad un futuro di arretratezza.

Un moderno meridionalismo parte infatti dalla ricollocazione anche simbolica del nostro Paese. Dobbiamo infatti smetterla di pensare che Reggio Calabria, che Bari, che Napoli, che Palermo siano il sud di qualche cosa.

Queste città straordinarie sono il centro di un’area che avrebbe una enorme potenzialità di sviluppo, sono il centro di uno spazio culturale, sociale, civile, sono il centro del Mediterraneo appunto.

La politica per la pace presuppone per il nostro Paese una rivoluzione culturale. Questa “Italietta” subalterna agli Usa è un disastro sotto ogni profilo. Dobbiamo quindi intervenire ad ogni livello per cambiare il corso delle cose. Diventa così ancora più decisivo il ruolo delle Regioni e degli enti locali.

La riforma del titolo quinto della Costituzione – lo ricordava Infantino prima nella sua introduzione – approvata dal centro-sinistra affida non a caso anche alle Regioni l’iniziativa nei rapporti internazionali. Si tratta della tradizione giuridica delle più avanzate teorie costituzionali e soprattutto di una pratica ormai acquisita.

Il rapporto diretto tra comunità dentro un contesto di sussidiarietà verticali è infatti fondamentale per sviluppare una politica che si basi realmente sulla percezione dell’interdipendenza reciproca e quindi punti su un modello di sviluppo equo, premessa indispensabile per la pace.

Non dobbiamo inventare nulla di alcunché perché anche il nostro partito ha già realizzato importantissime esperienze come per esempio quella del Festival del Mediterraneo che si realizza ogni anno nel comune di Bisceglie, amministrato dal compagno del nostro partito, Napolitano.

Poi il nostro partito sta già attrezzando i propri gruppi regionali per spingere queste istituzioni, le Regioni a rappresentare al meglio il loro ruolo e a difendere così anche gli interessi dei propri cittadini.

Ringraziamo quindi il gruppo regionale della Calabria per averci aiutato insieme all’associazione Punto Critico a realizzare questo appuntamento. Credo che proprio le Regioni meridionali del nostro Paese debbano assumere una iniziativa diretta in questo campo.

Se riteniamo strategico modificare il baricentro politico ed economico dell’Europa dobbiamo da un lato far sentire la nostra voce a Bruxelles dove purtroppo non possiamo contare per questo sul nostro Governo data la sua scarsissima credibilità e il fatto che ha rotto le relazioni praticamente con tutti in Europa. Dall’altro però bisogna praticare relazioni orizzontali tra le comunità, popoli e Stati che anticipino i processi e preparino il terreno a nuove integrazioni.

Dobbiamo infatti sostenere con ogni energia ad esempio il progetto di Unione Africana. Non so quanti di voi ne hanno sentito parlare.

E’ un progetto profetico che ha avuto tra i suoi promotori per esempio la Libia di cui abbiamo un rappresentante qui presente, noi contiamo molto sul suo contributo.

La nuova Unione Africana prende a modella l’Unione europea ed è una speranza per tutti noi. L’Africa, non solo quella del Maghreb, è cruciale per lo sviluppo dell’Europa e noi dobbiamo impegnarci concretamente per aiutare quel continente ad uscire da crisi e guerre organizzate spesso direttamente da interessi e multinazionali anche europee, nostre.

L’Unione europea e l’Unione africana sono due perni della questione. Può essere utile ragionare come per esempio propone il professor Allam esperto di rapporti con il mondo islamico su di una possibile integrazione di area che riguardi il Mediterraneo.

Intendo dire che di fronte alle difficoltà e ai limiti del processo di Barcellona e alla realtà deludente di tanti accordi di partenariato euro-mediterranei bilaterali si può forse e si deve pensare ad un salto in avanti che dia un nuovo senso politico alla relazione tra i Paesi delle due sponde di questo mare.

Senza un progetto se procediamo solo a spizzico e bocconi con accordi bilaterali molto disorganici, rischiamo di ritrovarci alla fine con un pugno di mosche in mano.

Questi accordi bilaterali sono infatti i figli di una Europa di ieri, dove il parametro unico era il mercato e la concorrenza. E’ una strada sbagliata, l’Europa di domani deve uscire dalla logica di una globalizzazione per i più forti voluta dall’organizzazione mondiale per il commercio e che rischia invece – questo tipo di globalizzazione negativa – di essere certificata nel nuovo round degli accordi Gaz che si chiuderà a settembre a Cankun. L’Europa egoista che mira solo a conquistare i mercati, a difendere con il protezionismo le proprie non ha futuro, senza relazioni equilibrate con i nostri partners pagheremo le conseguenze di uno sviluppo distorto che acuisce le contraddizioni e provoca immigrazione clandestina enorme, instabilità politica e sociale che nei paesi del sud favorisce inevitabilmente la diffusione del fondamentalismo islamico.

Non possiamo rassegnarci a questo esito e servono quindi proposte ambiziose che superino in avanti le difficoltà.

Riteniamo utile proporre alla discussione la nascita di una nuova organizzazione che comprenda tutti i paesi rivieraschi. Sappiamo dei motivi che hanno portato alla paralisi del dialogo e del cosiddetto gruppo del 5 più 5. Sappiamo anche degli sforzi per riavviare questo percorso. Sappiamo per esempio che l’ambasciatore della Libia che doveva essere nostro oggi è invece presente alla discussione del gruppo dei  5 più 5. Ne vediamo però la difficoltà.

Di fronte alla nuova fase aperta dalla guerra imperialista e coloniale pensiamo che possano aprirsi gli spazi per una integrazione d’area del Mediterraneo utile tra l’altro anche ad affrontare problemi importanti e difficilmente affrontabili poi da un ambito coerente come per esempio il rapporto con la Turchia, il problema di Cipro, la nascita dello Stato di Palestina o il destino del Sahara occidentale.

Un’altra sfida da lanciare è quella dei diritti contenuti nelle merci. Ne parlava già Maurizio prima, in termini generali.

Cioè l’apertura dei mercati deve corrispondere alla diffusione dei diritti dei lavoratori e dei consumatori. Questa è l’unica richiesta che l’Europa può fare agli altri ma soprattutto deve imporre a sé stessa lottando con decisione contro il lavoro nero, lo sfruttamento e la criminalità.

Anche la necessaria riforma della politica agricola comunitaria non deve solo quindi premiare la qualità sulla quantità, cioè premiare l’agricoltura del sud su quella del nord ma affrontare il tema della caduta delle barriere di protezione doganale esterne nel quadro di diffusione dei diritti dei lavoratori, uguale salario, uguali diritti per uguale lavoro. Deve essere il tema dell’integrazione economica di quest’area.

Tutto ciò per realizzarsi presuppone però un cambio del quadro politico nel nostro Paese e non solo. La destra infatti alimenta paure e costruisce muri. Noi abbiamo il compito di realizzare ponti.

In questo senso non è solo un gioco retorico parlare del mostro che si progetta qui a Reggio Calabria. Reggio Calabria rischia di divenire la città del ponte, un ponte tra il nulla e per il nulla, un simbolo di ciò che non si deve fare per lo sviluppo di questa terra. Se quel progetto era sbagliato prima dopo la guerra ne percepiamo la completa follia.

C’è una ironia tragica in un Governo che progetta opere faraoniche inutili mentre i militari partono da Aviano e Vicenza e distruggono ogni giorno i ponti sul Tigri e l’Eufrate mentre le nostre bombe incrinano quei ponti immateriali che mille e mille anni di relazioni, di interscambio culturale, di comune destino economico avevano costruito tra l’Europa e il mondo arabo, tra l’Italia e l’altra sponda del mediterraneo.

Siamo di fronte ad un Governo che in nome di piccoli interessi distrugge la funzione stessa del nostro Paese, dell’Italia. La funzione dell’Italia è quella di un ponte geografico e culturale che si allunga nel cuore del mediterraneo.

Quest’opera inutile, il Ponte sullo Stretto, che distruggerà l’ambiente e ingrasserà la criminalità organizzata se realizzata, sarà il simbolo della sconfitta del nostro Paese.

Questi signori ci diranno che il loro ponte servirà a collegare meglio il sud all’Europa ma nello stesso momento hanno portato il nostro Paese ad una guerra che rischia di spezzare per sempre le possibilità di sviluppo sociale, economico ed anche civile di queste terre.

E’ il mediterraneo che rischia di allargarsi, di trasformarsi in una barriera invalicabile. Questo mare che noi sentiamo come mare di pace può divenire una minaccia, una frontiera da cui penetrerà odio e rancore, disperazione e rabbia.

La destra si alimenta di questo odio, della paura che ne deriva; la soluzione della destra sono le barriere, i muri fisici e mentali. La destra in tutto il mondo costruisce muri e demolisce ponti. Pensiamo a cosa sta succedendo, per esempio, in Palestina dove si sta edificando un nuovo muro per umiliare un popolo e strappargli la terra.

L’unica sicurezza per Israele come per il nostro Paese, l’unica possibilità concreta che abbiamo di combattere il terrorismo e la violenza non viene dai muri, ma dal dialogo e dallo sviluppo della soluzione delle cause che alimentano i conflitti. Ma questo significa combattere contro interessi fortissimi.

Bossi - questo personaggio abbastanza colorito che sta sulla scena politica italiana purtroppo da troppi anni - il suo razzismo non sono solo un fatto di folklore ma si alimenta di interessi importanti, sono coloro che vogliono avere mano libera nello sfruttare il clima determinato dalla guerra per relegare gli immigrati al ruolo di nuovi schiavi.

Il vantaggio dei pochi colpisce l’interesse generale dei più, del Paese. Anche per questo noi abbiamo contrastato questa guerra, contrastiamo questo conflitto illegale ed umano perché la guerra è contro di noi, è contro l’Europa e l’Italia, è contro i nostri valori ed i nostri interessi perché le sue conseguenze dirette o indirette – come ho detto prima – colpiranno tutti ma in particolare le speranze di un futuro migliore per le popolazioni meridionali del nostro Paese.

E’ nostro dovere politico il chiedere l’immediato stop ai bombardamenti ma più in generale dobbiamo chiedere la fine di questo atteggiamento nei confronti del sud del mondo e nello stesso tempo dobbiamo mettere in campo una politica che possa affrontare i disastri che questa guerra produce, evitare i danni ed aiutare a cicatrizzare le ferite.

Anche per questo siamo felici di avere qui con noi ospiti internazionali tanto importanti. Sono compagni che vengono dai quattro lati del nostro mare, sono persone che rappresentano forze politiche e Paesi decisivi nel definire una diversa e nuova prospettiva nelle relazioni tra i popoli del mediterraneo.

A costoro diciamo che il Partito dei Comunisti italiani sente la necessità di un salto in avanti nelle relazioni reciproche. Vorremmo individuare insieme a loro percorsi di approfondimento di merito che ci consentano di dotarci di politiche comuni. La vera solidarietà è costruita su basi politiche, su obiettivi comuni da raggiungere. Noi abbiamo acquisito la piena consapevolezza della parzialità della dimensione nazionale e per questo sentiamo come cruciale la strutturazione di relazioni internazionali non diplomatiche ma basate su comuni campagne politiche.

Agli ospiti italiani vogliamo dire che siamo qui prima di tutto per imparare. Il nostro è un partito giovane anche se ha una lunga storia alle spalle. Abbiamo promosso insieme ad altri la nascita di una associazione di politica internazionale.

Il compagno Genovali è il segretario di questa associazione che ha l’ambizione di divenire un luogo di studio, di ricerca e di memoria. Vorremmo provare ad uscire da una certa approssimazione che negli ultimi anni ha coinvolto anche la sinistra. Abbiamo di fronte tempi difficili, noi intendiamo attraverso questo mare che vorremmo aperto ma che sentiamo oggi tempestoso e tra le onde serve più che mai una rotta chiara ed è questa che insieme a voi vogliamo cercare di tracciare. Grazie.

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Prima di dare la parola al prossimo intervento volevo fare un gesto simbolico: consegnare la bandiera della pace agli ospiti stranieri che sono qui con noi come auspicio per il futuro, che possa cambiare qualcosa e che lo strumento della guerra non sia più adoperato – come è successo in queste settimane e in questi mesi – per dare risposta ad altre questioni.

Inizierei con gli interventi degli ospiti stranieri dando la parola ad Ismail Alauoi, che è il segretario generale del Partito del progresso e del socialismo del Marocco.

(Applausi)

Questa è una forza che in questi anni ha dato un contributo altissimo allo sviluppo della democrazia in quel Paese, tra l’altro il nostro amico è stato anche ministro. E’ un partito che ha deciso inoltre di puntare proprio sulla emancipazione delle donne e sull’affermazione dei diritti per caratterizzare il suo quotidiano agire politico.

Ismail ALAUOI, segretario generale Partito del progresso e del socialismo del Marocco

Grazie mille, compagno Presidente. Cari compagni e care compagne, cari amici, non posso fare il mio intervento in lingua italiana, scusatemi se mi permetto di parlare in lingua francese.

Cari compagni, cari amici, a nome del mio partito, del partito del progresso e del socialismo del Marocco e del suo comitato centrale vi rivolgo i miei migliori saluti.

Non è per pura convenzione che rivolgo i miei saluti, i miei ringraziamenti alla direzione del Partito dei Comunisti italiani, al segretario Oliviero Diliberto, con un sentito pensiero al suo Presidente Armando Cossutta per questa iniziativa che verrà svolta e quella in particolare dell’associazione Punto Critico per tenere un colloquio su quelli che sono i rapporti tra le rive del mediterraneo, la riva nord e la riva sud e nell’occasione anche di stimolare lo sviluppo dei paesi che si affacciano sul mediterraneo.

L’importanza di questo incontro soprattutto in questo momento prende sempre maggiore acutezza. Infatti l’aggressione americano-britannica contro l’Iraq e il suo popolo sono dei pretesti fallaci, senza l’accordo delle Nazioni Unite, quindi ovviamente si parla di illegalità internazionale. Particolarmente anche per noi che viviamo nel mediterraneo, verso quindi un pezzo della civiltà umana.

In tutti i casi per noi che ci troviamo nel sud del mare nostrum vorrei dire riprendendo le parole del figlio della Palestina, di uno dei nostri più grandi poeti arabi contemporanei che è Mohamud Derwish, noi speriamo che l’entrata nel nuovo millennio possa permettere l’accesso ai valori universali di quello che è la democrazia e la libertà.

Ma noi purtroppo dobbiamo confrontarci con quello che è il dispotismo assoluto degli Stati Uniti. La guerra contro l’Iraq è una guerra che attraversa l’Iraq e la visione che l’umanità… pensiamo un po’ a quello che potrebbe essere, quello che l’umanità si fa del suo avvenire. Siamo lontani dal vivere in un tempo di divisioni, dobbiamo andare verso un tempo di dominazioni e di egemonia ma gli Stati Uniti sono riusciti a far prendere coscienza a tutta l’umanità della loro follia e della loro visione fondamentalista del mondo e questo va ovviamente a costituire il pericolo principale per la terra nell’attualità odierna.

Noi sappiamo, appunto, come ci ricorda la canzone che il poeta dice la verità.

Ma al di là della condanna vigorosa dell’aggressione che ovviamente ha luogo attualmente nell’estremità orientale del nostro dominio mediterraneo, condividiamo la condanna che fanno tutti i popoli del mondo, unanimi su questa cosa che pronunciano ogni giorno attraverso le loro manifestazioni, ovviamente bisogna anche comprendere le ragioni dello sgretolamento, della disfunzione della vita politica internazionale e bisogna cercare di apportare quella che si può dire una alternativa a ciò.

Per la maggior parte di noi qui presenti in questa sala, che ovviamente la nostra origine quella della scuola di Marx e quella che hanno continuato in maniera critica le sue analisi e le riflessione a partire dal vissuto della pratica del rispetto dei popoli e dell’economia politica e sociale del mondo nel suo insieme, la causa di questo sregolamento, di questa disfunzionamento è evidente ed è inerente alla natura stessa del sistema economico che nella realtà odierna predomina nel quadro di quello che è comunemente chiamato globalizzazione o mondializzazione.

In altri termini il capitalismo con il suo modo e i suoi rapporti sociali di produzione è la tappa attuale del suo sviluppo è all’origine di questo sregolamento, di questa disfunzione.

 relativi alla spesa (art. 14, comma 1, lett.a, di immobilizzare le masse, di mettere in gioco delle azioni conseguenti contro le cause del male senza dimenticare la complessità delle situazioni che vivono i nostri popoli nel loro quadro istituzionale, culturale, economico sociale e rendendosi anche conto del livello di sviluppo storico ovviamente ciascuno dalla sua parte.

Risulta necessario continuare una lotta da un punto di vista universale anche per riuscire a risolvere a livello meno globale, geograficamente parlando. Ma ciò che diventa importante sono i lavori di questo incontro dal titolo “Mediterraneo mare aperto” un’opportunità di sviluppo nel vero senso della parola.

In effetti quello che è la minaccia di disfunzioni che purtroppo ha portato a quella che è oggi la follia guerriera, si ritrova ancora alla base delle relazioni che prevalgono attualmente tra i nostri Paesi del mediterraneo quelli del nord e quelli del sud.

Questo si manifesta nel fatto che dietro le grandi dichiarazioni di attenzione sullo sviluppo degli scambi tra il nord da una parte e il sud del Mediterraneo dall’altra, il tutto si limita  a delle grandi facilitazioni per quelle che sono le esportazioni verso i Paesi del sud. Le difficoltà per questi paesi del sud e del nord è soprattutto per quello che va a definirsi quasi un divieto di entrata di persone, di esseri umani dai paesi del sud verso i paesi del nord. L’emigrazione sostanzialmente.

Ma ciò che ci affligge ancora di più è il flusso migratorio delle popolazioni del sud verso il nord. E’ una situazione centrifuga dei paesi del sud, una situazione molto difficile da sbrogliare e definire in questo intervento così modesto. Questo flusso migratorio è dovuto soprattutto ad un richiamo di manodopera e ovviamente tutto ciò parte da quello che è sostanzialmente una parte della economia dei paesi del nord. 

Ci sono delle “persone” specializzate in quella che è la tratta degli esseri umani, dai nostri Paesi del sud verso il nord e verso quella che è l’Europa.

Ci sono questi negrieri che lavoro mano nella mano e che inducono a questa tratta degli esseri umani che vanno a gonfiare le fila di alcuni lavori illegali ma nello stesso tempo troviamo anche persone che lavorano nell’agricoltura e nelle confezioni, i tessuti quindi.

Accanto a questo permettetemi di dare una mia testimonianza rispetto a quando ero ministro dell’agricoltura due anni fa nel mio paese. Ho dovuto seguire delle negoziazioni tra il mio paese e l’Unione europea nel dominio agricolo. Lasciatemi dire che la nostra situazione era migliore da un punto di vista globale.

Cosa abbiamo ricevuto a ritorno? Quando ho sviluppato questi rapporti in qualità di ministro all’agricoltura con la Unione europea era nel quadro del programma Meda dove la burocrazia era molto ben definita a livello di Unione europea. Non voglio prendere troppo tempo ma è necessario che noi cerchiamo fino ad oggi di raggiungere dei rapporti tra quelli che sono i paesi della Unione europea e quelli che sono i paesi delle rive del sud del mediterraneo. Bisogna rimediare ad una situazione sempre più ingiusta e che va ad appesantire delle conseguenze negative nell’insieme dei popoli.

E’ importante che ci sia sempre più, sostanzialmente, un approccio in positivo tra quelli che sono i paesi del nord e quelli che sono i paesi del sud del mediterraneo.

I nostri partiti progressisti devono cercare di riflettere su quello che accade e sul soggetto nel quadro degli incontri periodici che noi comunque facciamo. Sostanzialmente oggi viviamo in una situazione che - come abbiamo segnalato prima – con l’aggressione americana-britannica contro l’Iraq e contro il suo popolo va a svolgere una volontà di ricolonizzazione diretta.

Dobbiamo essere sensibili alla questione della occupazione della Palestina. Il rifiuto dei governi sionisti di aprire delle prospettive di pace reale e quindi dobbiamo denunciare la repressione incondizionata degli Stati Uniti e denunciare anche quella che è l’occupazione israeliana che non fa altro che incrementare sempre più un odio fra due popoli che sono condannati a vivere vicini, accanto.

Ovviamente in maniera concomitante dobbiamo anche promuovere e sostenere la lotta dei popoli delle rive del sud del mediterraneo per la democrazia e per il rispetto dei diritti dell’uomo.

Affinché il nostro mare Mediterraneo sia veramente un vero punto di congiunzione, tratto di unione tra gli Stati e i popoli che vengono rappresentati e l’opportunità anche di sviluppo è necessario che tanto le forze progressiste del nord che del sud si ritrovino il più frequentemente possibile per riuscire a svolgere una sorta di base di programmi chiari e ovviamente dei programmi in comune.

Ringraziamo ovviamente i compagni del Partito dei Comunisti italiani per l’organizzazione di questo incontro e ovviamente rivolgiamo le più calorose felicitazioni.

Cari compagni, i nostri popoli intorno al mediterraneo hanno degli interessi in comune. Il nostro destino stesso è comune. Tutti noi rifiutiamo quella che è l’unipolarità del mondo attuale, tutti noi vogliamo costruire un mondo più giusto, più equo, più equilibrato. Un mondo di pace vera e di pace nella dignità. Tutti noi rigettiamo quello che è il concetto di mercato dei nostri valori, delle nostre culture e dei nostri concittadini. Siamo tutti noi per un mondo di pace e di giustizia.

Trovo che la strada può della pace può essere difficile ma non impossibile. Le nostre organizzazioni politiche sono ancora più determinate ad agire in questo senso.

Vi confermo per la mia parte e a nome anche dei miei compagni militanti del Partito del progresso del socialismo in Marocco la nostro volontà ad agire in questo senso.

Alla fine di questo intervento voglio rivolgere un ringraziamento al Partito dei Comunisti italiani in Calabria e al compagno Enzo Infantino e voglio ancora inoltre ringraziarvi tutti per la vostra attenzione.

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Voglio ringraziare Ismail Alauoi per il suo intervento.

Voglio anche dire che nel corso della mattinata alla fine di questi nostri lavori verrà compiuto un atto importante, ovvero la firma di un protocollo di cooperazione tra il Partito dei Comunisti italiani e il Partito del progresso e del socialismo del Marocco.

Sarà un passo importante che sancirà un passo in avanti nel lavoro, nella collaborazione fra il nostro Partito e quello di Alauoi.

Voglio anche ricordare ai partecipanti che in fondo alla sala ci sono i compagni della provincia di Reggio Calabria con dei banchetti dove si possono trovare le copie del giornale “La Rinascita” oltre che le bandiere della pace e altro materiale.

Chi è interessato può vedere e dare un contributo eventualmente.

La Libia è un Paese che per lunghi anni ha subito e dovuto sopportare un durissimo embargo e un isolamento internazionale voluto dagli Stati Uniti che rientra nella stessa logica che rientra nel conflitto di quest’ultimo mese.

Dovevamo avere oggi ospite l’ambasciatore della Giamaieria libica in Italia che però non è potuto venire perché impegnato – come spiegava già il compagno Venier – in un incontro internazionale.

Abbiamo però come graditissimo ospite un rappresentante dell’ambasciata libica in Italia Mustaclif che invito ad intervenire.

(Applausi)

MUSTACLIF, rappresentante Libia

Perdonatemi per la lingua perché questo è un arabo tradotto in italiano perché qualche errore ci sarà.

Signore e signori, innanzitutto voglio cortesemente rivolgere il saluto del segretario dell’ufficio popolare sua eccellenza ……… il quale manda le sue scuse per non essere qui presente in questa preziosa manifestazione in quanto è stato trattenuto alla riunione dei 5 più 5 che si svolge oggi in Francia.

Signori presenti, colgo anche da parte mia l’occasione per ringraziare il Partito dei Comunisti italiani per il cortese invito a partecipare a questo incontro al fine di scambiarci i punti di vista ed arricchire il dialogo sulla collaborazione, sulle rive del mediterraneo.

Senza dubbio voi tutti comprendete perfettamente che tali incontri sono di grandissima importanza per radicare forti e privilegiate relazioni tra i popoli della Regione nel reciproco interesse e al servizio della sicurezza e della pace della nostra Regione.

La grande ……. libica popolare sociale in ragione della sua posizione mediterranea con una costa lunga 2 mila chilometri cerca della sua appartenenza e del suo fattivo ruolo politico, economico e culturale nel quadro del gruppo arabo e del gruppo africano, attribuisce una particolare importanza allo sviluppo delle relazioni di equa cooperazione tra il sud e l’ovest del mediterraneo e gli Stati della Unione europea, in generale e l’Italia in particolare.

In questo quadro desidero confermare la posizione promotrice della Libia per l’attivazione della cooperazione tra le due sponde del mediterraneo nella sua considerazione di anello di congiunzione e di cooperazione tra lo spazio africano e lo spazio europeo in generale con la conferma della necessità di rafforzare questa cooperazione tramite la fattibilità del gruppo 5 più 5 aggiungendo la Repubblica araba d’Egitto.

Consideriamo che la cooperazione nel quadro di questo gruppo sia l’importante e fattivo strumento per la costruzione di un equo partenariato da tutelare i comuni interessi dei paesi e dei popoli del sud e del nord del mediterraneo che costituisce una base per il reciproco rispetto e peculiarità di ciascuno dei paesi interessati e sulla comune opera affinché il mediterraneo diventi un lago di pace, di stabilità e vera amicizia tra i popoli.

Questo è stato ribadito in più di una occasione dal nostro leader Gheddafi. Cari signori, il vero partenariato è quando serve agli interessi dei popoli, ai due continenti europeo e africano e richiede sforzi comuni, contributi paralleli a cura degli equi interessi tra tutti gli Stati di questo gruppo e richiede il disegno di…. di questa cooperazione nel contesto di una strategia comune.

La preparazione della quale contribuiscono tutti i paesi del gruppo è che ciascun paese provveda ad interpretare i passi interpretativi e i provvedimenti atti a sostenere questa popolazione e realizzi la richiesta di apertura dinanzi alle idee, ai cittadini prodotti e alle finanze degli altri Paesi.

In quanto alla Libia essa ha preso dei provvedimenti di trasferimento delle merci, servizi… ed ha emanato la legge speciale numero 5 del 1997 sulla promozione di investimenti di capitali stranieri per la costruzione di progetti di investimenti produttivi e la loro domiciliazione nella Libia sia nei settori pubblici che con quello privato nel quadro dei settori di base e quelli vitali compresi i piani di sviluppo economico e sociale della Libia.

Per questi possibili investimenti ci sono dei progetti oppure l’ingresso della gestione….. soli oppure tramite piccole e medie imprese….

Per quanto riguarda i privilegi concessi dalla predetta legge dell’investimento straniero sono previsti privilegi quali l’esonero di tutti gli oneri e le imposte doganali e simili sui macchinari ed impianti relativi all’esecuzione di qualsiasi di questi progetti ed altri vantaggi.

I settori più importanti che riguardano i piani di sviluppo libico riguardano la Sanità, l’industria e il turismo, l’agricoltura con… le fonti d’acqua del deserto, il grande fiume artificiale per costruire… di obiettivi per creare nuovi posti di lavoro. Sapete che la Libia ha un grande flusso di emigrati, dall’Africa… anche per importare il know-how, la tecnologia per realizzare dei progetti a livello anche mondiale se è possibile.

Sul versante laterale tra la Libia e l’Italia attualmente vediamo la dichiarazione congiunta firmata tra i due Paesi a Roma il 4 luglio del ’98 che rappresenta una importante svolta politica positiva nelle relazioni bilaterali e nella traccia delle grosse linee per la costruzione di una fruttuosa e costruttiva cooperazione degli interessi dei due popoli nei vari settori.

Infatti è stato costituito un comitato di partenariato italo-libico che tiene le proprie riunioni a volte a Roma a volte a Tripoli per levare qualsiasi ostacolo e riguardare i progetti futuri verso un partenariato e gli investimenti.

Questi accordi si sono fermati su una cooperazione sui trasporti marittimi in accordi culturali.

Nel campo dell’interscambio, sapete che l’Italia rappresenta da anni il primo partner commerciale per la Libia e le statistiche di scambio tra i due Paesi hanno registrato da alcuni anni alcune cifre… le cito fra i quali nel ’97 il volume degli scambi commerciali ha raggiunto 9 mila 313 vecchi miliardi di lire. Nel ’98 7 mila 242 miliardi di lire e nel 2000 il volume di scambio commerciale ha raggiunto i 3 mila 500 miliardi di dollari. Lo scorso anno nel 2002 all’incirca 6 mila 225 milioni di euro.

Si aggiunge a questo scambio commerciale il valore degli investimenti libici in Italia, i nuovi contratti stipulati con le imprese italiane tra i quali quelli del gasdotto dall’ovest di Tripoli a Gela, quasi 8 miliardi di metri cubici di gasdotto.

Infine i popoli di quest’area, dell’area mediterranea sono legati da relazioni civili e culturali dall’antichità in quanto il mediterraneo è stato un incontro di civiltà del sud e del nord che li mette di fronte ad un patrimonio culturale comune che forma una solida base per la costruzione di un partenariato mediterraneo le cui dimensioni superano gli scambi commerciali ed economici. Perciò gli si attribuisce una particolare importanza alle dimensioni culturali ed intellettuali della cooperazione tra i nostri popoli che si adoperano per la cura di tale patrimonio culturale e civile comune.

Vi ringrazio per l’ascolto e rinnovo la mia considerazione e ringraziamento per tutti coloro che hanno contribuito alla preparazione e al successo di questo incontro e per l’ottima ospitalità ed accoglienza.

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Adesso la parola per l’intervento al responsabile esteri del Synaspismos, un partito, una forza importante della sinistra greca. Voglio sottolineare come abbiamo più volte detto questa mattina che l’Europa deve e può avere un ruolo importantissimo nel definire relazioni diverse tra i paesi del mediterraneo.

La Grecia ha oggi la Presidenza della Unione europea e quindi ritengo particolarmente importante questo contributo anche…

(Interruzione a causa di una cattiva registrazione)

Panos TRIGAZIS, responsabile esteri Synaspismos

A nome del Synaspismos mi vorrei congratulare con il Partito dei Comunisti italiani per questa iniziativa. Una iniziativa volta alla promozione di una campagna per i problemi che riguardano il mediterraneo in questo momento critico. Credo come dicevo ieri sera parlando col compagno Tripodi al quale dicevo che in greco Tripodi vuol dire uomo o comunque tre gambe.

In questo momento vorrei dire che il Partito dei Comunisti italiani ha più di tre gambe nella sua iniziativa per coprire gli importanti obiettivi che si propone.

Il Mediterraneo in questo momento rappresenta di fatto il barometro del clima politico mondiale poiché una guerra si sta svolgendo in quest’area ed  è maggiormente importante considerarla.

Le necessità che subentrano con l’arrivo e la realizzazione di questa guerra sono fortemente complicata nei rapporti tra il Medio oriente e l’Unione europea e oggi così come ha sottolineato il compagno Venier, il bisogno di una cooperazione euro-mediterranea è ancora più forte di prima.

Quindi il Mediterraneo è un crocevia importantissimo, globale, è la frontiera del terzo mondo con l’Europa e dell’est con l’ovest, la culla dell’esistenza o del conflitto, delle civilizzazioni e delle religioni. E’ una via molto importante che ci conduce direttamente a Regioni ricche di petrolio e altre materie prime.

Il mediterraneo dell’est, il Medio Oriente assorbono un terzo delle esportazioni globali di armi in questo modo diventando la Regione più fortemente militarizzata della terra.

Le principali ineguaglianze sociali delle Regioni globalizzate e le ineguaglianze del nord e del sud trovano una drammatica espressione particolarmente in questa Regione, stanno riconducendo a nuovi conflitti, stanno riaccendendo il fondamentalismo religioso e il nazionalismo con tragiche conseguenze.

Se le attuali relazioni tra il nord ed il sud del mediterraneo fossero mantenute si calcola che il divario nello sviluppo tra la Unione europea e i paesi del mediterraneo del sud e dell’est crescerà dall’attuale rapporto di uno a dieci al rapporto di uno a venti nei prossimi trenta anni.

Non è’ qualcosa di sconvolgente se diciamo che c’è molto da fare e che c’è molto da cambiare nel mediterraneo.

Questo dipende dall’intervento delle forze di sinistra e di progresso per l’ecologia e per la pace e i nuovi movimenti sociali.

Queste forze devono organizzarsi in un dialogo euro-mediterraneo su base permanente. Questo significa che devono essere fatte scelte di pace per la soluzione dei conflitti, per la democrazia e i diritti umani, la solidarietà internazionale, la sicurezza ecologica e una cooperazione internazionale equa.

Queste scelte devono supportare e sostenere le regole del diritto internazionale e non si devono assoggettare alla legge dei potenti o alla politica di due pesi e due misure relativamente alle risoluzioni e alle decisioni dell’Onu.

L’Unione europea deve essere allargata. Noi abbiamo una visione non europea per il processo di integrazione, ed è importante e fondamentale che nella integrazione della Unione europea vengano appunto inseriti due nuovi membri Cipro e Malta e anche questi due parteners potrebbero promuovere questa cooperazione mediterranea cui ambiamo.

Questa cooperazione euro-mediterranea non deve essere vista unicamente come un progetto della Unione europea ma come un progetto unitario di tutti i paesi mediterranei.

Questo modello deve servire e fare da ponte per riempire quello spazio vuoto che deve essere colmato e perché la Unione europea possa avere una politica differente dagli Stati Uniti si deve unicamente agire in funzione di questa unione del vuoto che resta da colmare nel mediterraneo.

C’è anche bisogno di nuove istituzioni nel Mediterraneo come per esempio un’Assemblea parlamentare euro-mediterranea. La cooperazione euro-mediterranea non è compatibile con la fortezza Europa.

Quindi c’è bisogno anche di un ruolo più forte da parte dei governi locali, di gemellaggi fra città del mediterraneo.

Durante una conferenza sui gemellaggi tra città ho avuto il privilegio di parlare di razzismo. Una proposta è stata adottata, cioè quella della creazione di un osservatorio antirazzista a livello di una realtà locale.

Deve essere anche visto il mediterraneo come un’area di sicurezza comune. Una sicurezza che sia multidimensionale, non stiamo parlando di sicurezza in senso militare ma è un concetto di sicurezza omnicomprensivo che includa l’economia, l’ecologia, i diritti umani, lo sviluppo.

Non è pensabile la sicurezza nel Mediterraneo senza la sicurezza nel Medio Oriente. L’Unione europea dovrebbe avere una politica differente nei confronti del Medio Oriente, una politica differente rispetto alla pace e alla questione palestinese con la creazione di un dialogo arabo-europeo che sia permanente.

Ancora una volta dico no alla guerra e grazie a tutti voi.

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Vorrei dare adesso la parola a Josep Vendrell che è il rappresentante di iniziativa per la Catalogna Verde (Spagna). Un partito ecologista con una forte impronta ecologista.

La dimostrazione anche di rapporti internazionali da parte del nostro partito che vanno ben oltre i confini della tradizione con i partiti comunisti, un esempio nelle relazioni internazionali anche della proposta che noi come Comunisti italiani mettiamo sul piatto della politica italiana, ovvero la confederazione tra forze diverse della sinistra.

Inoltre Barcellona ospiterà nei prossimi mesi il forum sociale del mediterraneo, un appuntamento importante al quale nel nostro piccolo anche con questa iniziativa vogliamo dare un contributo di idee e di proposte.

Josep VENDRELL, rappresentante di iniziativa per la Catalogna Verde (Spagna)

Grazie compagni e compagne, grazie alla federazione calabrese

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Chiedo scusa, volevo solo dire che parlerà in spagnolo ma parlando piano credo sia comprensibile da tutti quanti noi.

Josep VENDRELL, rappresentante di iniziativa per la Catalogna Verde (Spagna)

Non parlo italiano ma capisco l’italiano politico che è più facile.

Solo un attimo per spiegare cosa è l’iniziativa per la Catalogna. E’ un partito comunista ecologista erede del vecchio partito socialista catalano che viene dal partito comunista della Catalogna.

La tradizione di questo partito oltre alla tradizione marxista originale si è arricchita con il pensiero ecologista e con il pensiero femminista. I tre punti toccati dalla mia relazione saranno questi: in primo luogo il tema della guerra contro l’Iraq; in secondo luogo il tema legato alle relazioni euro-mediterranee e poi appunti legati ad una alternativa possibile della sinistra rispetto a queste relazioni.

Ciò che importa agli Stati Uniti è l’esito militare di questa guerra nonostante che la guerra stessa si sia dimostrata una sconfitta diplomatica e anche sul piano militare ne abbiamo visto le conseguenze. Ciò che importa agli Stati Uniti sono i risultati per quanto riguarda i propri interessi non tanto per quanto riguarda le questioni diplomatiche o morali.

Si tratta di una sconfitta diplomatica perché gli Stati Uniti e l’Inghilterra si sono isolati rispetto alla comunità internazionale e si tratta di una sconfitta morale perché non solo i governi ma la maggioranza della umanità ha rifiutato questa guerra.

Come ha detto Obsbaum lo storico inglese, ciò che ha cambiato il mondo non è l’11 settembre ma la risposta americana rispetto a questo evento. Il paradosso è che gli Stati Uniti vogliono risolvere i problemi politici con la forza delle armi per questo si può parlare di politica immorale.

Come ha detto uno scrittore spagnolo in altre circostanze storiche: potrete anche vincere ma non ci convincerete.

Certo non si può dire che i biologi della nuova destra americana si nascondano ma hanno la sfrontatezza di far capire benissimo che l’Europa deve relegarsi ad un ruolo di sudditanza rispetto alla loro politica. Ha parlato degli Stati Uniti come di una potenza che non si conosceva dai tempi dell’impero romano.

Non si può paragonare la guerra contro l’Iraq come fa l’amministrazione Bush alla guerra contro il fascismo della seconda guerra mondiale. Se mai un paragone con un conflitto precedente si può trovare è quello con le guerre coloniali del diciannovesimo secolo che venivano fatte in nome della civiltà. Oggi si fa la guerra in nome della democrazia.

Ci troviamo davanti ad una politica estremista sostenuta da Bush, Aznar, Berlusconi ma dobbiamo dirlo anche da Blair fondata sull’unilateralismo, la forza delle armi, sulla ideologia del conflitto di civiltà, soprattutto sul dominio del mercato statunitense nel mercato del panorama mondiale.

La riunione mediterranea condensa gran parte delle contraddizioni che esistono nel mondo, nord-sud, tra l’Occidente e il mondo arabo, i problemi legati alla religione, al razzismo. Ma il mediterraneo potrebbe essere una Regione estremamente dinamica per sviluppare progetti alternativi rispetto all’ordine esistente.

Se è vero che l’Europa si è divisa con la famosa lettera degli otto che tra i firmatari aveva anche Berlusconi e Aznar forse i popoli europei non sono stati mai così uniti contro la guerra. Il 91 per cento degli spagnoli sono stati e continuano ad essere contro la guerra secondo un recente sondaggio e questo dimostra l’unità del popolo europeo nel sostenere le posizioni alternative a questo conflitto.

….l’ordine mondiale in cui gli Stati Uniti impongono la loro politica e l’Europa si limita a ricostruire i danni causati dagli americani oppure soltanto ad emergenze umanitarie. Non può essere questo l’apporto che…

E’ indispensabile per un reale e possibile dialogo euro-mediterraneo la creazione dello Stato Palestinese con Gerusalemme est come capitale e con il ritiro dei coloni israeliani dai territori occupati. E’ indispensabile un maggior sforzo in questa direzione perché sennò si mina la possibilità di un efficace dialogo per…

La sicurezza del mediterraneo non può essere messa nelle mani della Nato o degli Stati Uniti ma si deve fondare su politiche alternative. I problemi che riguardano la sicurezza non devono essere affrontati come situazioni di emergenza e di confini, ma deve essere un tema quello della sicurezza posto in forma condivisa non unilaterale.

La pace e la sicurezza non si fanno con le guerre. La pace non è nemmeno l’assenza delle guerre ma è una pratica politica volta alla costruzione delle istituzioni democratiche, di cooperazione, di sviluppo sociale e di giustizia.

Nonostante che il progetto iniziato a Barcellona di cooperazione euro-mediterranea avesse grosse potenzialità questo progetto nella messa in opera non ha fatto che riprodurre le disuguaglianze tra le diverse sponde del mediterraneo e non è servito come sviluppo.

Vediamo che cosa è successo realmente in questi anni rispetto al tema delle disuguaglianze tra le sponde del mediterraneo. Sono diminuite o sono aumentate? Ecco guardando i dati si capisce che le differenze tra le sponde del mediterraneo non sono certo diminuite, anzi aumentate. Guardiamo il deficit commerciale che è aumentato a vantaggio della Unione europea.

Il problema dei prodotti agricoli. L’Europa esporta prodotti agricoli nonostante Aznar continua a dire che dovrebbe esserci uno sviluppo agricolo dei Paesi del … il tema del debito e tutti gli altri indici indica che non c’è stato uno sviluppo da parte di quelle realtà.

Il tema, il problema di queste differenze è legato allo stesso disegno della zona di libero commercio, il liberismo come parametro assoluto. Secondo questo assioma affinché si sviluppi una relazione tra Europa e sponda meridionale del mediterraneo è necessaria una modernizzazione economia. Affinché questo avvenga è necessario una democrazia che si ottiene attraverso il liberismo economico.

Questo assunto va rovesciato. Affinché ci sia una vera cooperazione è necessario che la ricchezza sia condivisa e per far questo è necessaria la democrazia che però non si ottiene attraverso la semplice introduzione del liberismo economico come è stato dimostrato.

Per invertire queste tendenze che ho descritto è necessario implementare delle politiche diverse. Prima di tutto una integrazione orizzontale tra i paesi del sud, una conversione del debito estero e quindi un azzeramento del debito da parte dell’Europa con invece investimenti anche per quanto riguarda l’agricoltura, per esempio, ……… della sponda sud del mediterraneo, il rafforzamento delle strutture sociali, ………. Sindacati, associazioni…

Nel marzo del 2004 si va a celebrare il forum sociale del mediterraneo. Preparando questo forum ancora la presenza che si annuncia dei paesi, delle organizzazioni arabe è scarsa. Concentriamoci su questo obiettivo per vederci tutti insieme a Barcellona in tanti nel marzo del 2004.

(Applausi)

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Andiamo concludendo questa mattinata di lavori con l’ultimo intervento. Volevo prima ricordare due cose.

Subito dopo questo intervento ci sarà la firma – come dicevo prima – fra i segretari dei partiti di questo accordo. Subito dopo invece vi invito a rimanere e non andar via perché nell’intervallo fra i lavori della mattina e quelli del pomeriggio ci sarà un buffet, per cui vi invito a rimanere.

Do adesso la parola Said Saadi che è membro della segreteria nazionale del partito del progresso e del socialismo del Marocco ma soprattutto è Presidente del centro di ricerche e studi Aziz Belal quindi è un interlocutore importante e prezioso anche per l’associazione Punto Critico che nelle prossime settimane vorrà affrontare questo tipo di ricerca.

Said SAADI, segreteria nazionale del partito del progresso e del socialismo del Marocco

Chiedo scusa se presento il mio intervento in francese, cercheremo di procedere nel corso della mia comunicazione, cioè faremo un bilancio su quello che è il partenariato euro-mediterraneo.

Innanzitutto vorrei brevemente ricordarvi di cosa si tratta, che cosa è questo partenariato euro-mediterraneo.

E’ il partenariato euro-mediterraneo è stato creato con i paesi del Maghreb e più in generale con i paesi del sud e dell’est del mediterraneo e risponde ad una doppia logica. Innanzitutto una logica geo-politica che si pone a raffigurare quella che è la frontiera sud dell’Europa minacciata dall’aggravamento degli squilibri economici tra le due rive del Mediterraneo, la polarizzazione delle ricchezze, l’instabilità sociale, la rimonta di quello che è l’integralismo religioso, l’immigrazione clandestina e il narcotraffico.

La seconda logica è geo-economica e da questo punto di vista l’Unione europea cerca di rafforzare la sua posizione concorrenziale in rapporto a due altri poli dell’economia mondializzata gli Stati Uniti e il Giappone riservandosi un accesso privilegiato alla sua periferia euro-mediterranea che dovrebbe dare, svolgere un vantaggio competitivo rispetto al profitto del grande capitale europeo alla ricerca di nuovi parti di mercato e di opportunità di minimizzazione dei costi di produzione nel quale della decomposizione internazionali dei processi produttivi.

Questo partenariato euro-maghrebino si rivolge a tre aspetti sostanzialmente. Un aspetto politico che va a promuovere i valori della democrazia e dello stato di diritto, del rispetto dei diritti dell’uomo. Un aspetto prettamente economico e finanziario che va a prevedere l’edificazione di una zona di libero scambio euro-mediterraneo e poi un aspetto socio-culturale il cui oggetto principale è quello di favorire sempre più, sicuramente, la comprensione tra le culture e gli scambi tra le società civili.

Si parla di questa logica neo-liberale che è stata avvalorata in un certo senso da quello che è il consenso di Washington che sostanzialmente si basa su un orientamento di carattere economico, che si basa su tre princìpi, tre aspetti fondamentali. Innanzitutto la privatizzazione, la liberalizzazione economica, l’austerità budgetaria e la deregolamentazione.

Il terzo aspetto riguarda la marginalizzazione del progetto socio-culturale. La dichiarazione di Barcellona metteva l’accento sull’importanza fondamentale del dialogo interculturale e anche intereligioso, il ruolo dei media per la comprensione anche reciproca delle culture e lo sviluppo delle risorse umane nel dominio culturale, quindi gli scambi culturali, e la messa in opera di programmi di carattere educativo e culturale che potessero rispettare le identità culturali stesse. La realizzazione in questi domini è rimasta purtroppo molto debole così i fondi destinati all’agricoltura sono stimabili appena all’1 per cento dell’insieme dei finanziamenti a titolo del Meda quindi nel periodo che va dal ’96 al ’99.

E’ illusorio voler limitare questa zona ad un semplice spazio di circolazione dei beni in esclusione con quello delle persone. Infatti come viene riconosciuto da certi rappresentanti della società civile la barriera più importante è sicuramente quella che si urta col partenariato reale del mediterraneo e si situa ancora a livello della rappresentanza.

Dagli avvenimenti dell’11 settembre le cose ovviamente non sono volte in positivo. Al contrario: l’incomprensione, la disconoscenza sostanziale dell’altro, l’aumento della paura è sempre più profondo.

Rispetto a questa frattura di carattere culturale la reazione della Unione europea si è limitata alla realizzazione di qualche forum. Nello stesso tempo si è assistito ad un netto indurimento delle condizioni rispetto ai visti di accesso nei paesi dello spazio di Shenghen così si è andati a rafforzare l’immagine che si ha dei popoli del Maghreb, di una Europa fortezza, una sorta di grande Svizzera  continentale replicata sul suo patrimonio sia umano che economico e culturale protetto da misure potenziali sia del sud che dell’ovest musulmano in generale e delle barriere che non si riescono appunto a rimuovere.

In definitiva la marginalizzazione della dimensione culturale del partenariato euro-maghrebino si pone come una…. fondamentale del processo europeo del mediterraneo. Una parte…. Di una Europa che cerca di far crescere la sua influenza di ….. economica nel mediterraneo va a costituire una vasta Regione euro-mediterranea …. dell’Europa stessa. D’altra parte……

Il quarto aspetto è prettamente economico. Si parla appunto dei rischi economici. Sono quattro i rischi maggiori sostanzialmente che possono essere identificati di fatto con l’apertura del mercato dei paesi del Maghreb ai prodotti dei paesi industriali europei.

Il primo è un rischio sicuramente industriale che va a porsi nell’impatto probabile della zona di libero scambio del tessuto industriale locale che è formato sostanzialmente da industrie di importazione che sono poco abituate ad affrontare il rigore della concorrenza internazionale.

In questo momento ciò che era previsto non si è ancora realizzato in ragione dell’esistenza di un periodo transitorio durante il quale la protezione effettiva degli….. locali doveva incontrare …. E aumentare.

Ed è intorno proprio agli anni che vanno dal 2004 al 2006 che il rischio industriale comincerà a produrre i propri effetti. A questo riguardo pensiamo al fatto che effettivamente sia le imprese che potrebbero essere competitive per quanto riguarda due Regioni del Maghreb che sono la Tunisia e il Marocco possiamo stimare percentualmente il 33 per cento per la prima e il 40 per cento per la seconda.

La stessa cosa vale per le imprese potenzialmente competitive ma che avrebbero bisogno di una seria ristrutturazione per riuscire a sopravvivere e sempre al 33 e al 40 per cento le imprese non competitive che vengono, appunto, minacciate di scomparire.

Il secondo rischio è legato all’aggravamento del deficit commerciale e strutturale con la Unione europea che porterà all’aumento delle importazioni industriali che provengono da quest’ultimo.

La persistenza di questo deficit del Maghreb, del mediterraneo rispetto alla Unione europea è una delle manifestazioni di questo scambio ineguale che va a tradursi con un transfert netto dei circuiti finanziari che non è che compensato che parzialmente dagli aiuti allo sviluppo di questi paesi.

Naturalmente questi effetti dovrebbero prendere la forma di un migliore accesso al mercato europeo, l’armonizzazione delle regolamentazioni applicate per i paesi membri della zona e appunto con un afflusso di investimenti diretti, stranieri per perseguire delle politiche economiche e liberali di trasferimento di tecnologie.

Sette anni dopo il lancio del processo di Barcellona questi effetti tardano però a farsi sentire. La produttività è comunque sempre bassa nel Mediterraneo ed essa stessa è diminuita in questi ultimi anni.

Quanto all’afflusso degli investimenti diretti stranieri purtroppo la realtà di questi ultimi anni dimostra che le grosse multinazionali europee preferiscono investire più in America latina o nei paesi dell’Europa centro-orientale piuttosto che nei paesi mediterranei.

Queste condizioni di attrazione degli investimenti diretti stranieri sono molto difficile da riunire nei paesi maghrebini. Ci sono delle pre-condizioni di attrazione come la stabilità economica, il clima favorevole alla iniziativa privata, l’esistenza di programmi di privatizzazioni che sono condizioni necessarie, condizioni politiche attive di promozione degli investimenti stranieri.

Da questo punto di vista possiamo dire che i paesi parteners del mediterraneo rischiano di subire un effetto di riduzione del profitto dei paesi ovviamente meglio posizionati come quelli del…… Nella maggioranza vanno a raggiungere l’Unione europea a partire dal 2004 e si approfitteranno dell’aiuto di quest’ultima. Alla fine possiamo rimarcare che malgrado gli accordi di libero scambio che esistevano tra i paesi del sud e dell’est del mediterraneo l’accesso effettivo di questi paesi nei mercati europei resta comunque sostanzialmente basso.

L’ultimo aspetto che è importante è quello dell’assistenza finanziaria sostanzialmente insufficiente. Sono due gli indicatori che vanno a sottolineare questa insufficienza notoria dei finanziamenti della Unione europea ai paesi partener mediterranei con il titolo di programma Meda. Effettivamente i redditi spesi sul periodo ’96-’99 sono aumentati. I trasferimenti  finanziari effettivi sono stati di 890 milioni di euro da paragonare ad un deficit commerciale cumulato nel periodo di 22 miliardi di euro.

In conclusione il bilancio che abbiamo cercato di svolgere dello stato del partenariato euro-mediterraneo ci permette di rivelare tutte le sue contraddizioni in termini e di sottolineare anche la sua non viabilità.

Così il Movimento sociale che opera tanto a sud quanto a nord del Mare Nostrum è chiamato a  mobilitarsi perché un mediterraneo sia possibile. Cioè il mediterraneo della cittadinanza, della  democrazia, della solidarietà, dell’avvicinamento tra i popoli e del rispetto dell’ambiente.

Come, appunto, è stato definito dal Forum Civile Mediterraneo il progetto mediterraneo deve essere basato su una vera logica di cooperazione di cui possano approfittarne tutti i popoli del mediterraneo. Un mediterraneo per il quale bisogna militare, bisogna costruire sia per i bisogni sociali che politici, educativi e culturali dei popoli.

In questa prospettiva i propositi che adesso dirò sono assolutamente degni di interessi. Innanzitutto l’annullamento del debito dei paesi partners mediterranei. In secondo luogo l’adozione di una vera politica di cooperazione per lo sviluppo industriale e agricolo favorendo anche l’orientamento verso la soddisfazione dei bisogni essenziali della popolazione in materia di alimentazione, alloggio, trasporto ma anche agricolo di sostegno di quella che è una agricoltura familiare orientata verso la soddisfazione dei bisogni interiori. Poi ancora una politica dell’acqua, di investimento nelle infrastrutture e naturalmente la risoluzione per quanto concerne la circolazione delle persone.

Un altro aspetto è la presa in considerazione del principio di eguaglianza tra gli uomini e le donne come fattore di progresso, di sviluppo durevole, di giustizia sociale. Poi la costruzione di infrastrutture per progetti federativi forti come per esempio il tunnel sullo stretto di Gibilterra, le infrastrutture anche di trasporto trans Maghreb, quindi tra la Tunisia e il Marocco e la promozione dell’integrazione sud-sud.

Infine si può concludere senza sottolineare la responsabilità interna dei paesi partner mediterranei quindi la democrazia, il buon governo, l’adozione di strategie di sviluppo centrate sulla soddisfazione del bisogno dei popoli nell’emergenza di un mediterraneo che sia prospero, solidale, stabile e democratico.

(Applausi)

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Ringraziamo Said Saadi e concludiamo la mattinata dei lavori. Vorrei chiamare alla presidenza il segretario del partito…

Do la parola ad Iacopo Venier che illustrerà…

Iacopo VENIER, responsabile delle politiche internazionali del Pdci

Credo che i lavori di questa mattina vengono conclusi nel modo migliore dalla firma di questo protocollo di collaborazione tra i nostri due partiti quello del progresso del Marocco e quello dei Comunisti italiani.

Questo è quello che vorremmo fosse un nostro piccolo contributo al rafforzamento di tutte le relazioni tra le forze progressiste, democratiche della sinistra ma anche tra i nostri popoli. In questo momento ci sembra un simbolo che va al di là del significato che è già grande dei nostri partiti ma che parla del compito che abbiamo, della relazione tra le comunità.

Ovviamente firmeranno l’accordo in francese e in italiano i due segretari.

(Applausi)

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Iniziamo i lavori del pomeriggio con Andrea Genovali, segretario dell’associazione Punto Critico.

Andrea GENOVALI, Segretario associazione Punto Critico

Care compagne, cari compagni e amici. Innanzitutto vorrei riprendere i lavori di oggi ringraziando la splendida organizzazione che i compagni di Reggio Calabria hanno fatto per far riuscire al meglio questa iniziativa importante. Mi sembra doveroso doverlo ricordare anche se altri compagni lo hanno già fatto perché mi pare che questo convegno stia assumendo un rilievo dal punto di vista degli interventi che della partecipazione di notevole spessore.

Vorrei velocemente approfittare di questo convegno che abbiamo organizzato per spiegare brevemente quello che è Punto Critico. Punto Critico è una associazione che nasce da una esigenza forte che come Partito dei Comunisti italiani abbiamo sentito in special modo attraverso il lavoro di Venier al dipartimento esteri poi con l’aiuto e lo stimolo che sia il compagno Diliberto che Cossutta ci hanno dato nel proseguire su questa strada.

E’ una associazione che parte dall’esigenza di riprendere una critica forte e approfondita dell’attuale modello di sviluppo e andare alla ricerca di idee e pratiche politiche che possano aiutarci sia a capire meglio la fase e approfondire l’analisi per cercare di dare risposte all’attuale modello neo-liberista ed imperialista.

Questo perché constatiamo la necessità ineludibile di riprendere un percorso di analisi, di rielaborazione teorica perché ci rendiamo conto che questo modello di sviluppo è inaccettabile ed improponibile per due terzi dell’umanità, vale a dire per miliardi di persone.

Da questo prendiamo le mosse perché ci sembra che ci sia appunto la necessità di riprendere questo cammino.

La stessa guerra preventiva, quella di Bush, è strettamente collegata con questo modello di sviluppo. La guerra torna ad essere lo strumento affinché una piccola parte del mondo possa continuare a godere di privilegi e benefici che vanno a danno dei due terzi della umanità, cioè di due miliardi di persone.

In questo senso ci sembra che questa guerra che abbiamo definito colonialista ed imperialista nel senso più classico del termine nel senso di nuovo cioè riappropriarsi di territori e risorse anche con una prospettiva di lunghissimo periodo 15-20 anni, cioè controllare oggi certi punti strategici e riordinarli in una certa maniera vuol dire riuscire a controllare lo sviluppo nei prossimi 15-20 anni di interi popoli e di interi continenti.

Questo credo sia un punto insieme a tanti altri che ovviamente per motivi di tempo non approfondirò che collocano la sinistra europea e gran parte della sinistra italiana in posizione subalterna anche dal punto di vista dei valori purtroppo e la rende impreparata anche a dare risposte all’altezza del compito.

Crediamo che questo sia un punto fondamentale che nel nostro piccolo con l’aiuto di tutti i compagni, le compagne e gli amici che vorranno aiutarci dovremo portare avanti.

La nostra associazione nasce dal Partito dei Comunisti italiani ma ha già raccolto, sta continuando a raccogliere anche adesioni da parte di compagni e amici che non sono dei Comunisti italiani.

Credo che noi dovremo portare avanti e ancora esercitare con sempre maggior determinazione questo allargamento perché l’associazione diventi un punto di elaborazione e di confronto teorico per questa grande sfida che abbiamo davanti.

Dall’altra parte ci rendiamo conto che non possiamo limitarci al solo aspetto teorico seppur fondamentale ed importante, non possiamo limitarci solamente ad aggiustare la nostra cassetta degli attrezzi, abbiamo necessità anche di “sporcarci le mani” nel senso di lavorare qui ed ora per un progetto concreto che vada nell’alternativa a questo modello di sviluppo e di sfruttamento di risorse ambientali ed umane che non condividiamo.

Allora credo che dovremmo agire concretamente sia da soli che con enti locali,  che con organizzazioni non governative ad associazioni laiche e cattoliche per costruire insieme progetti che vadano nella direzione di un nuovo modello di sviluppo e di stare insieme.

Lo dovremmo fare, noi pensiamo, superando o non prendendo come riferimento la logica dell’emergenza. Una logica importante che non sottovalutiamo ma che non rientra a nostro avviso in quello che deve essere il nostro lavoro di rielaborazione e di riannodare fili e reti di rapporti con l’esterno.

Dovremmo lavorare a quella democrazia dei poli che parte dal favorire oltre che dal partecipare i rapporti fra enti locali italiani e dei paesi del sud povero del mondo. Noi crediamo fondamentale per superare – lo diceva il compagno Venier in apertura – razzismi e profonda xenofobia e tanti altri disvalori presenti nella nostro società è fondamentale che le nostre comunità e popolazioni entrino in contatto con quelli che vengono definiti gli altri ma che in realtà servono per costruire una società plurietnica e pluriculturale.

Crediamo che questo sia un punto importantissimo di azione politica. Quindi una rielaborazione teorica ma anche un tentativo di cercare concretamente attraverso piccoli progetti senza crearci problemi e obiettivi molto più grossi di noi, ma dei piccoli progetti che vadano sull’interscambio culturale, e sulla costruzione di una economia e uno sviluppo sostenibile e altro da quello imperante.

Non a caso, lo dicevano i compagni che mi hanno preceduto, abbiamo cominciato con un convegno sul Mediterraneo in una città come Reggio Calabria perché crediamo che sia possibile proporre e cercare di costruire insieme agli altri popoli dell’altra sponda del mediterraneo un modello di sviluppo economico differente e non più incentrato sui disvalori del neo-liberismo.

Ci rendiamo conto che questa è una impresa grandissima che avrà tempi lunghi che non sono i tempi di un partito ma della riflessione e dell’agire concretamente. Per far questo il nostro Presidente sarà il compagno Saverio Vertone che è un indipendente ma è scritto nel nostro gruppo parlamentare alla Camera con alte capacità di analisi, esperienza e di capacità di saper interpretare i grandi movimenti che avvengono a livello internazionale.

Quindi anche col suo aiuto e la sua collaborazione dovremo riuscire a portare avanti, a cominciare a costruire pezzi di questo nostro progetto.

Mi avvio alla conclusione. Semplicemente stiamo iniziando l’avete visto su Rinascita che ospita una pagina della nostra associazione, stiamo iniziando a costruire anche sul territorio con i nostri compagni ma anche con amici e compagni non del partito ma che vogliono impegnarsi in un processo di costruzione di questa associazione che vogliamo diventi una cosa importante e che ci metta in contatto con tutta la sinistra e con pezzi del volontariato cattolico impegnati fortemente su questi aspetti.

Quindi lo vogliamo fare appunto dicendo ai compagni che partiamo qui da Reggio Calabria. Cominciamo a vedere se riusciamo a mettere su pezzi di associazione e gruppi di lavoro che facciano piccole cose, piccoli progetti ma che vadano nella direzione che ho appena indicato.

Quindi noi crediamo che vi sia la possibilità con prospettive non di brevissimo periodo ma di riuscire ad intervenire ovviamente con la collaborazione e l’aiuto che tutti insieme dovremo cercare di mettere a frutto, riuscire a modificare quelle onde lunghe della storia che poi segnalano i grandi movimenti, le grandi mutazioni nel corso dei decenni della storia umana.

Nel nostro piccolo e con tanta modestia ma anche supportati dalla consapevolezza e dalla importanza e soprattutto contando sull’aiuto di tanti compagni, di tante persone che in Italia vogliono partecipare a dare il proprio contributo per la trasformazione, vogliamo lavorare per cercare di orientare queste onde lunghe della storia in un senso progressista e che vada nella direzione dei valori e delle idealità della sinistra. Grazie.

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Noi ci proponevamo all’interno di questo convegno di unire momenti di riflessione anche a momenti di concretezza, la concretezza del fare quotidiano.

Per questo abbiamo previsto alcune testimonianze di esperienze vere, di progetti e di lavoro già in atto. Una di queste è quello dell’ex Sindaco di Gioia Tauro, Aldo Alessio, che chiamo ad intervenire che oggi è Presidente impegnato in una associazione antiracket in una delle aree, quella di Gioia Tauro appunto, tra le più difficili della nostra penisola.

E’ una esperienza importante perché durante gli anni in cui ha svolto il suo incarico di Sindaco questo porto che era diventato un monumento inutile ed inattivo ha avuto modo di svilupparsi ed assumere all’interno del mediterraneo un ruolo e una funzione importante per l’area di Gioia Tauro.

Aldo ALESSIO, ex Sindaco di Gioia Tauro

Volevo approfittare di questo convegno per fare qualche riflessione. La prima è questa: il Partito dei Comunisti italiani ha fatto bene a scegliere questo tema che non è scontato, neanche all’interno del corpo del nostro partito.

Qui si parla oggi di mediterraneo che rappresenta e dovrà rappresentare sempre di più una nuova frontiera per tutti noi, per l’Italia e per questa città Reggio Calabria in quanto rappresenta una grande risorsa, una opportunità di sviluppo e consente a questa terra di avere un ruolo strategico di una politica futuro di cui con la discussione di oggi si tenta di gettare validi ponti con le altre Nazioni di cui abbiamo avuto ospiti validi rappresentanti che hanno parlato prima di me.

Non è un tema scontato perché non è vero che tutti abbiamo questa consapevolezza del ruolo che la storia oggi ci ha assegnato proprio per questa collocazione geografica che ha la Calabria, Reggio Calabria, l’Italia anche rispetto al corpo europeo.

Cioè la prima riflessione che dobbiamo fare è questa. La terra che calpestiamo è sì terra calabrese ma è terra europea. Che il mare che lambisce questa terra è mediterraneo ma è mare europeo, questa è la prima consapevolezza che dobbiamo avere, cioè sentirci europei dentro il bacino del mediterraneo.

Che significa questo? Che la dobbiamo smettere di continuare a pensare come si ragionava negli anni passati che siamo il sud del sud. Non è vero. Chi di noi continua a ragionare e si considera sud del sud vuol dire che non ha nessun progetto di sviluppo per questa terra, per questo bacino del mediterraneo, per questo territorio.

Allora ribaltiamo la cosa. La potremmo ribaltare dicendo che siamo il nord di un altro sud. Può dire qualcosa o niente, può essere anche un termine provocatorio per chi dovremmo identificare come nuovo sud ma non è questo il senso della mia provocazione.

Ma lo dobbiamo ribaltare dicendo che siamo un punto importante dell’Europa e strategicamente siamo baricentrici nel mediterraneo di un mare importante che da diversi secoli ormai aveva perso la sua centralità nei traffici marittimi internazionali. Mi riferisco a quanto Colombo ha scoperto l’America. Fino a quella data il mediterraneo era centrale nei traffici marittimi, poi si spostarono nell’Atlantico e il nostro mare perse tutta la sua importanza.

Adesso con gli ultimi decenni l’esplosione della economia del sud-est asiatico ha ridato centralità ai traffici marittimi nazionali e internazionali che necessariamente per la rotta Singapore-Rotterdam devono necessariamente passare dal mediterraneo e fortunatamente lungo questa rotta lo scostamento con Gioia Tauro è di circa 60 miglia e non è uno scostamento che non consente di avere un punto di eccellenza. Quindi abbiamo questo punto di eccellenza che è Gioia Tauro grazie a questa ritrovata centralità dei traffici marittimi internazionali che passano per la Calabria e quindi per Gioia Tauro.

Questa è un’altra riflessione. Un’altra ancora.

Cioè la Calabria e Reggio Calabria punto di unione, trait d’union tra la cultura europea e quella araba, tra l’economia europea e quella araba-africana, tra le nazioni che si affacciano sul mediterraneo e l’Europa, di una Europa che si allarga sempre di più come qualcuno prima ha accennato: Cipro, Malta, Turchia cioè una Europa che diventa sempre più mediterranea.

Allora se abbiamo questa consapevolezza dobbiamo vedere come ci attrezziamo per poter sviluppare una analisi tale da consentirci di avere questa occasione di sviluppo per l’intero popolo mediterraneo.

Allora il popolo calabrese, noi, Reggio Calabria città e la sua provincia se incomincia ad avere le idee chiare che può diventare un punto di cerniera tra mondi diversi, tra culture diverse si deve attrezzare. Ma se continua a pensare di essere un sud dell’Europa, di una Nazione che continua sulla strada di andare a chiedere l’elemosina chiaramente se non abbiamo l’ambizione di poter servire ad una causa nazionale ed internazionale resteremo marginalizzati perché ce la siamo cercati noi questa marginalizzazione.

Allora noi dobbiamo avere questa ambizione di poter avere un ruolo strategico nel mediterraneo.

Porto un esempio, l’Università di Reggio Calabria che non si chiama più così ma “Mediterranea” ha un nome significativo. Abbiamo questa consapevolezza di sapere cosa significa Università Mediterranea? Quella di essere un punto di riferimento nel Mediterraneo rispetto a culture diverse che prima o poi si devono incontrare nel senso più buono del termine non in senso di scontro culturale ed economico.

Allora attrezziamoci ed organizziamoci perché questo ruolo possa essere svolto nella nostra comunità.

Dicevo prima: Gioia Tauro come punto di eccellenza. Eccellenza perché c’è una ritrovata centralità nei traffici marittimi ma è un punto che va consolidato. Ma come va consolidato? Con il ponte sullo Stretto? Credo di no.

Ponti ne possiamo far tanti e ne dobbiamo fare tanti. Dobbiamo fare il ponte che unisce l’Europa al mondo arabo e noi siamo la testa di quel ponte. Dobbiamo fare il ponte che unisce diverse economie di mercato a livello internazionale attraverso il mar Mediterraneo che unisce non divide, è un mare aperto e di pace, un mare che unisce.

Allora anche qui cominciamo a costruire quei ponti che ci collegano con le varie nazioni che si affacciano sul Mediterraneo e facciamo diventare il Mediterraneo mare di pace e di integrazione. Per questo dico che il Partito dei Comunisti italiani ha fatto bene a fare qui questo convegno ma a cercare anche la discussione di oggi.

Una discussione che spazia in avanti e che ci dà il senso di quella che può essere la prospettiva e il futuro dell’Italia, della Calabria, della città di Reggio Calabria rispetto al bacino del Mediterraneo quindi come ci organizziamo per far questo.

Dicevo quindi: Gioia Tauro come punto di eccellenza. Come ci organizziamo di più? Rafforzando l’esistente. Abbiamo un problema infrastrutturale di come questa città, il porto di Gioia Tauro attraverso le free railwais, le ferrovie rinnovate e moderne possa collegarsi sempre più con l’entroterra come possa collegarsi con i mercati del centro-nord Europa, come attraverso la costa adriatica e quella tirrenica rafforza e fa diventare un punto di forza questo punto impropriamente definito periferico dell’Italia ma centrale dal mio punto di vista rispetto all’economia mediterranea.

Qui naturalmente c’è una classe politica nazionale, almeno quella governativa, che non riesce a vedere più in la. Quindi quegli investimenti del ponte, tutti quei miliardi che vorrebbero buttare lì per fare un ponte che non serve a nessuno e che si mangia solo dei soldi e non dà nessun risultato né commerciale né economico, allora parte di quei soldi ma una cifra molto inferiore può essere utilizzata per rafforzare il collegamento di questo punto forte che è Gioia Tauro rispetto all’Europa.

Non vi voglio però parlare di Gioia Tauro altrimenti rischierei di discutere di questo. Voglio solamente trasmettere questa riflessione che questo territorio può diventare un punto forte nel Mediterraneo se assieme sapremo sviluppare una politica mediterranea in grado di darci quella centralità che geograficamente abbiamo sempre avuto e che va poi scoperta e utilizzata al meglio.

Faccio questa riflessione perché – vi parlo da calabrese – ricordo che nel mio partito, vengo dal Pci, si parlava sempre di collina, di uliveti, agrumi. Per carità… ma io ero un marittimo navigante e ci tenevo che si parlasse sempre del mare. Una Calabria con 600 chilometri di coste fortunatamente anche se in ritardo incomincia adesso a parlare di mare, mare che è la nostra più grande risorsa. L’Italia con 8 mila chilometri di coste… vivaddio incominciamo a parlare di mare. Abbiamo questi due grandi canali navigabili il Tirreno e l’Adriatico, sfruttiamoli nel senso più bello del termine anche perché i costi marittimi sono quelli più bassi sia rispetto al gommato che alla ferrovia. Utilizziamo questi canali naturali che abbiamo nel Mediterraneo e sviluppiamo una politica M Mediterranea affinché territori deboli come quelli calabresi possano diventare territori forti.

L’esperienza che abbiamo vissuto a Gioia Tauro è significativa perché prima si dimostra che si può fare impresa dal basso. Anche qui è vero che c’è la presenza della criminalità, della mafia, tutto quello che vogliamo però se si vuole si può fare anche esperienza dal basso e creare impresa sana. Il limite di questa terra è che non tutte le imprese sono sane.

Come possiamo organizzarci perché si possano favorire la nascita e la crescita di imprese sane anziché di imprese che convivono, sono colluse col mondo criminale. A Gioia Tauro abbiamo fatto una bella esperienza. Una cooperativa di disoccupati che oggi è la prima cooperativa che dà servizi nel settore portuale di Gioia Tauro con 125 dipendenti tutti calabresi, della piana di questa provincia.

Questo dimostra chiaramente che si può fare impresa dal basso. Certo ci vogliono anche quegli strumenti istituzionali che accompagnano queste volontà organizzative per aiutare i processi di sviluppo ed occupazione. Ne cito alcune perché li abbiamo utilizzati, c’è stato il contratto d’area, la sovvenzione globale, l’accordo di programma. Sono cioè strumenti istituzionali che possono favorire la nascita e crescita di imprese sane sul territorio ma questo dipende da noi, dalle nostre scelte incominciando dalle scelte quotidiane perché nelle scelte quotidiane dobbiamo contrastare l’incultura della illegalità diffusa per contrapporla alla cultura della legalità.

Questa è una scelta che riguarda una intera classe sociale e dirigente non solamente nelle grandi scelte, nelle battaglie contro la criminalità ai livelli più alti ma anche nelle scelte quotidiane. Tanto per capirci anche nel semplice linguaggio quotidiano che usiamo tra di noi o con i nostri concittadini, anche con i nostri usi e le nostre consuetudini che devono essere rimodellate rispetto ad un progetto di legalità che deve diventare vincente sul territorio.

Quindi l’esperienza ci dice che in città anche dove c’è stata una forte presenza criminale si può amministrare diversamente da come si è amministrato nel passato. Certo sono anche delle scelte difficili ed impegnative per chi le fa ma non impossibili da fare. Noi le abbiamo fatte a Gioia Tauro. Per portarvi un esempio a Gioia Tauro quello che è stato per tantissimi anni il simbolo della mafia oggi è diventato il simbolo dell’antimafia. Abbiamo contrapposto al potere mafioso, il potere istituzionale dell’euro-motel simbolo dell’antimafia oggi diventato un centro di scuola di alta formazione professionale. Credo che quello era il massimo che si potesse fare in una realtà difficile come Gioia Tauro.

Quindi c’è un problema di cultura da contrapporre alla incultura della illegalità. Si può fare.

Ecco io voglio dare questo segnale a noi tutti, queste sono battaglie difficili ed impegnative che si possono fare anche qui in Calabria, a Gioia Tauro e nella Piana così come tanti altri sindaci che sono ancora oggi impegnati su questo terreno hanno saputo dimostrare con fatti.

Questa era l’esperienza che volevo testimoniare. La questione dell’associazione antiracket la dice lunga. Anche qui contrastare la criminalità rispetto al racket e all’usura cosa impensabile fino ad alcuni anni fa, oggi nella Piana abbiamo, per esempio, ben sei associazioni antiracket che si sono costituite. Proprio ieri sera abbiamo fatto l’ennesima riunione tra di noi, questo è un terreno difficile che secondo me, però, rappresenta il futuro della nostra terra.

Quindi dobbiamo organizzare la legalità in modo tale che dia lavoro, sviluppo, uno sviluppo sostenibile dal basso che si può fare, dobbiamo fare in modo che il binomio legalità-sviluppo stiano assieme e che sicurezza e giustizia sia un altro binomio che deve accompagnare tutte le nostre analisi, le nostre scelte e i nostri progetti.

Non mi dilungo più di tanto, volevo semplicemente dare questa testimonianza e dare uno spunto di riflessione su quella che è la politica mediterranea che deve essere impegnativa per tutti perché rappresenta la nostra frontiera, il nostro futuro e una grande opportunità di crescita economica e sociale non solo per la nostra provincia, per la Calabria e per l’Italia ma per l’intero bacino del Mediterraneo.

A questa premessa, finisco, c’è un problema di classe politica, lo dicevo prima. E’ inadeguata la classe politica nazionale e quella che governa questa Regione. Quando noi abbiamo 20 mila miliardi di fondi europei non spesi, ebbene con chi ce la prendiamo? Non certamente con Bossi ma con una classe politica che può fare tutto tranne che venire a governare la nostra Regione, la nostra Calabria.

Anche qui dobbiamo portare avanti un momento impegnativo così come sta facendo il nostro partito in campo regionale in modo che a questa classe politica vada una nuova classe politica in grado di saper sviluppare questa politica di centralità mediterranea di cui noi, l’Italia e l’Europa abbiamo bisogno.

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Grazie ad Aldo Alessio, passiamo adesso alla seconda testimonianza che è quella di Franco Napoletano, sindaco di Bisceglie.

Fino a qualche settimana fa probabilmente nei giorni in cui noi abbiamo pensato e predisposto gli interventi avrei detto l’unico sindaco che i Comunisti italiani hanno in un grande centro. Oggi è uno dei Sindaci perché proprio poche settimane fa in un altro grande centro in Sicilia, quindi ancora una volta nel Mezzogiorno, il compagno Crocetta si è visto riconoscere un diritto che aveva in realtà acquisito con le elezioni ma che oggi è stato riconosciuto e quindi oggi è sindaco.

La parola a Franco Napoletano.

Franco NAPOLETANO, Sindaco di Bisceglie

Cari compagni, è difficile intervenire a questo bel convegno che il Partito ha fatto di fronte alle immani sofferenze a cui è costretto il popolo iracheno da una aggressione e da una guerra illegittima.

(Applausi)

La tristezza e la indignazione dell’oggi si accompagnano alle gravi preoccupazioni del domani. Non possiamo rassegnarci ad un mondo in cui ci sia una super potenza che detta le regole per tutti, che si impone il ruolo di gendarme del mondo, che scatena una guerra per controllare le risorse energetiche, che scatena una guerra per cominciare a ridisegnare gli equilibri politici in Medio Oriente e per riaffermare il proprio dominio sul mondo.

Ecco perché è fondamentale lottare perché sia l’Europa comunque allargata ad avere un ruolo di contrappeso e da protagonista negli equilibri mondiali. Ecco perché è fondamentale che una Europa così pensata possa e debba avere un rapporto più stretto con tutti i paesi dell’area del Mediterraneo. L’opzione euro-mediterranea è una opzione strategica per i futuri assetti dell’intero pianeta. Noi nella nostra città quando ormai dal lontano ’96 abbiamo avuto dalla gente l’incarico di governare, di farlo in modo diverso dal passato ci siamo posti delle prerogative programmatiche.

Nel mentre ci stiamo impegnando ancora per dare una nuova direzione dello sviluppo alla nostra città, per tirar fuori tutte le potenzialità dalla nostra collettività non possiamo rassegnarci soltanto a questo pur fondamentale ruolo. Noi riteniamo altrettanto fondamentale che anche un ente locale, una pubblica amministrazione, un comune si battano perché le idealità si accompagnino alle progettualità e alle crescite economiche e sociali.

Perché se non crescono gli ideali della pace, della solidarietà e della cooperazione tra i popoli non c’è vera crescita economica per le nostre realtà perché soltanto su questi valori può poggiare, può esserci come base una crescita dei nostri paesi.

Allora abbiamo lavorato con questa intuizione alla creazione di questo ponte a cui si riferiva l’ex Sindaco di Gioia Tauro che mi ha preceduto. Ad una Europa che magari non conosce bene gli Stati dell’area del Mediterraneo. Abbiamo cominciato a lavorare per creare un ponte che sia intanto di un progetto culturale e umano che unisca la cultura europea e italiana in particolare per quanto ci riguarda con i Paesi del Mediterraneo.

Abbiamo guardato con particolare attenzione a questi Paesi e segnatamente al mondo arabo da sempre per scarsa conoscenza anche della storia e dei grandi meriti che questi popoli hanno nella crescita e nello sviluppo della intera umanità. Potesse essere conosciuta perché la conoscenza reciproca elimina il pregiudizio, perché soltanto nella cooperazione di questi Paesi entrambi possano guadagnarci.

Abbiamo avuto questa intuizione di creare questo festival dei popoli mediterranei che affida alla cultura, intanto, questo veicolo straordinario che deve diffondere gli ideali della pace, della solidarietà e dalla cooperazione tra i popoli.

Li abbiamo messi insieme, intellettuali e artisti di ogni Paese, abbiamo avuto punte di 25 paesi rappresentati nel nostro festival con un coacervo variopinto, multietnico di colori che si sono fusi, di gente che cercava di capirsi anche quando parlava una lingua diversa. Abbiamo vinto una scommessa anche quando i nostri stessi alleati di governo non credevano a questo ma lì come in un Consiglio di sicurezza abbiamo posto noi il veto per cui abbiamo da prima imposto ma poi vinto questa scommessa perché l’intera città di Bisceglie da prima e poi le città vicine e poi da altre Regioni dopo sono affluite per vedere una rassegna che non è soltanto culturale, non vede soltanto espressioni della musica, della danza, della poesia, della letteratura, della pittura di tutte le arti mettersi insieme e scambiarsi esperienze e crescere col contributo di tutti.

Ma un festival in cui c’era intanto – questa è anche una caratteristica che lo rende diverso da tanti altri – nel quale nel solco della cultura si inserisce la presenza istituzionale di questi Paesi, si inserisce anche l’approfondimento di alcune delle tematiche più importanti che attanagliano l’area del mediterraneo.

L’anno scorso abbiamo – neanche a farlo apposta – approfondito il problema nel Medio Oriente del popolo palestinese con la presenza straordinaria di Monsignor Capucci.

Scommesse vinte perché c’è stata una grandissima partecipazione dei nostri concittadini, di tantissimi giovani che hanno ascoltato in silenzio questi testimoni che hanno raccontato una verità che spesso le televisioni non raccontano.

Vedi sull’Iraq quante cose non vengono date nel momento in cui si contrabbanda una guerra per la democrazia e la libertà contro le armi chimiche. Ricordatevi del Napalm in Vietnam e chi lo fece;  ricordatevi di chi ha sostenuto tutti i regimi dittatoriali; ricordatevi di chi oggi si accorge che l’Iraq era dittatoriale e nell’86-’88 quando c’era Komeini in Iraq e bisognava creare lo strumento non ci si accorgeva che in Iraq c’era la dittatura o le armi chimiche verso i curdi.

(Applausi)

Questa grande e straordinaria opportunità di mettere insieme varie etnie, vari artisti, vari ambasciatori, ministri, sindaci di importanti città ci hanno dato la possibilità anche di conoscere personalmente questi Paesi perché allora le relazioni sono andate sempre più stringendosi, questo festival sempre più si è allargato e oggi è estremamente conosciuto in moltissimi paesi del Medio Oriente. Pensate anche ai gemellaggi che ne sono scaturiti con la città di Keniunis, per esempio, che non ho avuto più il piacere di avere a Bisceglie perché Israele nega il visto al Sindaco e ad altri intellettuali palestinesi di Keniunis.

Così come il gemellaggio con la città di Halfui……. in Giordania, paese con il quale abbiamo relazioni sempre più strette; un sindaco di questa città, compagni, un sindaco comunista oggi si stringe la mano e viene ricevuto dai sindaci delle città di Hamman, Gaza, la stessa Keniunis per non parlare della marocchina Agadir, per non parlare di Kuwait City e di Bagdad dove abbiamo constatato personalmente cosa hanno significato 12 anni di embargo verso quel popolo al di là del giudizio che sappiamo essere negativo su quel tipo di regime. Perché il popolo ha pagato le conseguenze, un popolo tramortito da 12 anni di embargo è quello che abbiamo visto fare razzie non appena ne ha avuto la possibilità.

Un fare molto triste se si pensa all’orgoglio e alla storia di quel popolo, alla culla della civiltà che è l’Iraq, bisognerebbe spiegarlo a Bush che cosa significa.

Voglio dire che abbiamo allargato il campo delle nostre relazioni ma la cultura, la conoscenza reciproca hanno cominciato anche a fornire occasioni di sviluppo economico perché quando ci si conosce e quando ci si fida, quando si apprezzano anche le prese di posizione si crea un afflato umano che spazia su tutti gli altri tipi di relazioni umane.

Abbiamo cominciato a creare occasioni di scambi commerciali, abbiamo ospitato una delegazione della Siria nella nostra città che ha visitato alcuni degli opifici più importanti. La mia è una città di quasi 52 mila abitanti con una economia che risente meno rispetto ad altre città di momenti di crisi perché ha anche la carta del turismo che comincia a giocarsi. Diciamoci la verità, abbiamo cominciato a fare anche un po’ di infrastrutture che per anni dicevano di voler fare e non sono state mai fatte e quindi stiamo mettendo in condizione anche le nostre aziende di lavorare meglio e occupare più persone e poter affacciarsi su un mercato di tipo diverso.

Con la Siria si era raggiunta una intesa di massima con un imprenditore della mia città e con una grande azienda italiana come la Parmalat, così come con gli Emirati Arabi Uniti, Fujera in particolare, del quale abbiamo personalmente incontrato l’emiro… non vi sto a dire qui l’elenco dei ministri che conoscono e ricevono il Sindaco di questa città perché insomma sembrerebbe quasi celebrativo ma così non è assolutamente, è solo per farvi capire come il livello sia cresciuto.

Abbiamo visitato questo Stato, erano pronti a ricevere la nostra delegazione di imprenditori lì in uno Stato che ha grandissimo interesse ad avere forme di collaborazione anche economica con la nostra città. Abbiamo visitato le zone franche dove i nostri imprenditori hanno facilitazioni di tipo fiscali per questi tipi di Paesi che addirittura mettono a disposizione degli stabili alle aziende che vanno.

Quindi una serie di opportunità che abbiamo cominciato a creare e che purtroppo si sono dovute fermare perché la guerra non è una cosa localizzata all’area in cui esplode e basta. Sarebbe stato un po’ difficile dire ai nostri imprenditori prendiamo gli aerei quello degli Emirati, magari, prima compagnia del mondo e andiamo ad Abu Dhabi a Fujera ecc..

Quindi vedete quante conseguenze negative in più, quante costruzioni di rapporti vengono ad essere minati da questo conflitto che certo non ha fatto e  non fa gli interessi nostri dell’Europa o dell’Italia.

Queste operazioni andranno ancora avanti, faremo il possibile per mantenere allacciate queste relazioni. Ci rendiamo anche conto della nostra piccola responsabilità.

Da una città come la nostra è bene che continui ad essere lanciato questo messaggio di solidarietà tra i popoli anche in condizioni avverse quando lo stesso Presidente del Consiglio che non è molto stimato da quelle parti, sapete, le fotografie con le corna fanno il giro di Internet, non c’è molta stima. Ma quando il nostro Presidente del Consiglio adombrava – vi ricordate – una nostra differenza di civiltà dobbiamo ringraziare la posizione della Chiesa perché almeno non andiamo allo scontro tra religioni, con tutto questo dico che stiamo cercando di mantenere saldi i rapporti e dire guardate non è proprio tutto così. C’è una grande risorsa nel popolo italiano, un popolo grandemente apprezzato all’estero nonostante queste posizioni. Andrebbero meglio utilizzate queste risorse soprattutto in quei Paesi che sono stati protagonisti nel loro corso storico di un grosso contributo alla crescita dell’umanità.

L’Italia e Roma stanno lì come sta l’Egitto, la Grecia, la Mesopotamia e tutto quel mondo arabo che per quanto riguarda la scienza e la storia faceva parlare di sé almeno fino al quindicesimo secolo.

Quindi questo riconoscimento reciproco del fatto che stiamo indispensabili entrambi nel comune solco dell’umanità. Noi attraverso l’arte universale abbiamo creato questo rapporto e vogliamo che se ne parli sempre di più, che si sfruttino sempre di più queste risorse.

Per questa estate abbiamo cominciato ad invitare nuove personalità e già questo convegno me ne offre di nuove perché altri paesi possano essere ospiti del nostro festival della nostra città per mettere a disposizione la loro esperienza, le loro conoscenze, il loro contributo perché da questa piccola cosa pian piano ne sorga una sempre più grande perché gli ideali della pace e della cooperazione dei popoli sono fondamentali per lo sviluppo futuro della nostra umanità.

(Applausi)

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Ringraziamo il Sindaco di Bisceglie. Devo dir la verità devo fare ammenda. A volte stando qui a Reggio Calabria si danno cose per scontate che però meritano invece di essere sottolineate anche se poi sono ala conoscenza di tutti.

Prima ho menzionato due Sindaci, ce ne è un terzo di Polistena, che è Tripodi, che è qui fra di noi, una personalità storica del nostro partito e della Calabria, un altro Sindaco comunista che amministra una grande città.

Finite le testimonianze darei la parola a Michelangelo Tripodi, capogruppo dei Comunisti italiani alla Regione Calabria al quale devo personalmente come dipartimento esteri un ringraziamento perché è stato un po’ il perno che ha consentito la possibilità di realizzare questo bell’appuntamento che stiamo svolgendo oggi.

Michelangelo TRIPODI, consigliere regionale

A mia volta ringrazio il Partito, i compagni Diliberto, Venier, Musolino, Genovali che hanno voluto fare questa scelta di tener qui a Reggio Calabria questo convegno nazionale così importante, lo abbiamo visto nel suo svolgimento, nei contenuti e nella qualità degli ospiti stranieri ma non solo, anche italiani che hanno accettato di partecipare a questa iniziativa che credo sia foriera di fatti importanti nell’iniziativa futura del nostro Partito.

Consentitemi di ringraziare anche oltre ai dirigenti nazionali del nostro Partito i compagni che sono venuti da fuori, sono compagni. Il compagno Ismail Alaoui il segretario generale del partito del progresso e del socialismo del Marocco; il compagno Josep Vendrell di iniziativa per la Catalogna; il compagno Panos Trigazis, responsabile esteri del Synaspismos; il compagno Mufta…. dell’ambasciata Libica e il compagno Mohamed Said Saadi della segreteria del partito del progresso e del socialismo del Marocco.

Queste presenze ci hanno onorato ed hanno elevato la qualità di un dibattito e di un confronto che sicuramente continuerà.

Credo che la scelta e la presenza qui a Reggio Calabria in quella che è una grande città del Mediterraneo che è in una Regione che rappresenta una sorta di piattaforma proiettata anche in modo geografico e naturale in questo mare che ha questa grande storia, questa grande civiltà, che è stata la culla di tante civiltà che qui sono nate e che torna ad essere protagonista – sono d’accordo con chi l’ha affermato – e grande ed indispensabile crocevia del mondo. Questo oggi è sempre più il Mediterraneo e noi pensiamo che dentro questo Mediterraneo, dentro questa grande area geografica nella quale sono raccolti popoli e paesi che hanno storie importanti e regimi politici, istituzionali, economici diversi sia necessario oggi più che mai investire in modo strategico.

Credo che noi siamo molto più di altri interessati ad uno sviluppo di una politica nuova verso il Mediterraneo. Lo siamo come meridionali, come calabresi, come reggini.

Non possiamo certamente immaginare che il nostro futuro possa essere un futuro nel quale c’è una Unione europea che di fatti va avanti sul terreno dell’allargamento che di fatto produrrà uno sbilanciamento verso il centro e l’est dell’Europa. Dal 1° maggio del 2004 – lo sappiamo – altri 10 paesi diventeranno membri della Unione europea. Otto di questi dieci paesi sono del centro e dell’est dell’Europa.

Sicuramente questo può determinare un grande rischio, e noi lo avvertiamo, di una ulteriore emarginazione del sud dei paesi terzi, dei paesi della sponda sud del Mediterraneo ma una ulteriore emarginazione del sud dell’Europa di cui noi siamo parte, come sappiamo, di questo sud dell’Europa.

Non vorremmo cioè una Europa strabica, nella quale finiscono per prevalere definitivamente le aree forti e più ricche e sviluppate e che esclude tutto il resto. La nostra idea quella per la quale ci siamo battuti e l’ha detto fortemente sottolineando questo aspetto nella sua relazione il compagno Venier, è una idea di una Europa che non esclude ma che fa della cooperazione e della solidarietà due capisaldi fondamentali delle sue politiche in tutti i settori. Delle politiche industriali, agricole, ambientali.

Quindi in questo senso noi pensiamo e credo che sicuramente abbiamo bisogno di ragionare e di lanciare messaggi politici forti che mi pare in modo del tutto evidente emergono da questo convegno.

Qualcuno ha citato il processo di Barcellona che aveva avviato una nuova fase delle politiche europee verso il Mediterraneo. Oggi dobbiamo dirlo con grande chiarezza che il processo di Barcellona sostanzialmente è fallito.

Io sono del tutto convinto e consapevole che il processo non ha dato i risultati sperati e auspicati. E’ un processo che va ripreso e costruito su nuove basi. Nessuno può immaginare che una politica di cooperazione e sviluppo rivolta ai paesi della sponda sud del Mediterraneo possa avvenire sulla base di una logica di scambio del forte nei confronti del più debole.

Qualcuno ha immaginato, per esempio, quando si parla dell’area del libero scambio che doveva essere realizzata entro il 2010 - ritengo che sia molto difficile che questo obiettivo si realizzi - ma l’area di libero scambio per come è stata immaginata servirà alle grandi economie dell’Europa per esportare le loro merci, per imporre i loro modelli.

Non è questo che si può chiedere a questi paesi e a questi popoli. Dobbiamo fare un ragionamento che sia fortemente fondato su una idea di integrazione, di rispetto e di reciprocità. Se questo viene meno, se si pensa di voler imporre come si è fatto con i programmi che sono stati impostati in questi anni che si chiamavano programmi degli aggiustamenti strutturali, che erano quelli di imporre in quei paesi le logiche e le politiche del liberismo più selvaggio attraverso privatizzazioni e una filosofia che noi abbiamo conosciuta bene ma che lì è stata pagata a caro prezzo dalle popolazioni e dalle società locali.

Allora bisogna cambiare. Noi Comunisti italiani abbiamo questo dovere e con questo convegno – l’ha detto con forza Venier – lanciamo questo messaggio che dice sostanzialmente che noi Comunisti che stiamo da una parte e che cerchiamo di interpretare e leggere la situazione, di fare una analisi e poi di avanzare queste proposte pensiamo che questa politica che fino ad oggi viene portata avanti dalla Unione europea è una politica che non produce risultati. Non ha bloccato il fenomeno della immigrazione e l’unica risposta che si dà oggi in Italia a questa situazione è una legge Bossi-Fini che abbiamo considerato xenofoba e razzista. Perché qualcuno immagina invece di affermare politiche serie ed efficaci che possano produrre sviluppo reale o più occupazione in quei paesi che possano determinare un affrancamento dal sottosviluppo di mettere le motovedette sul mare, di impedire a questo flusso enorme che c’è verso i Paesi in cui c’è la possibilità di poter trovare una occupazione, di poter vivere e migliorare la propria occupazione, di poter impedire tutto questo.

Credo che sicuramente da una iniziativa di questo genere che non possiamo riaffermare con forza la nostra netta opposizione a quella impostazione, alla idea che sta dietro e che è una idea leghista. Bossi dice che i meridionali sono mafiosi e vagabondi, che gli immigrati dobbiamo buttarli a mare.

Bene noi Comunisti italiani anche da questa iniziativa lanciamo una idea diversa, l’idea cioè che proprio a partire dalle differenze e dalle diversità che pure ci sono nel Mediterraneo che sicuramente riguardano la politica, la cultura, l’economia e la religione certamente nessuno può immaginare che attraverso provvedimenti che hanno un carattere liberticida questi problemi si possono eludere o rimuovere e cancellare.

Sono lì, bussano all’ordine del giorno di questa fase del mondo e nessuno può immaginare solo di mettere le cannoniere alle frontiere sul mare o sulla terra perché non è questo il terreno su cui si risolveranno le questioni.

Credo che sicuramente c’è un problema di come l’Unione europea affronta la nuova fase e c’è un problema che ci riguarda anche direttamente. Cioè di come dentro questa Unione europea le Regioni del Mezzogiorno, del sud d’Italia possono e debbono svolgere un ruolo.

Sapete che c’è stata una riforma, una delle ultime leggi che ha fatto il Parlamento nella fase del centro-sinistra che si chiama riforma del titolo quinto della Costituzione. Quella riforma che oggi vogliono rovesciare in una serie di aspetti attraverso quel progetto che si chiama devolution, che è un progetto di spaccatura e divisione del nostro Paese che vuole affermare Bossi e che ha imposto agli altri suoi alleati della Casa delle libertà del centro-destra.

Era un progetto che comunque aveva posto il problema di come le Regioni possono cominciare a ragionare anche in termini di questioni internazionali, di politiche che vanno al di là del campo locale e territoriale.

Credo che dobbiamo avere la capacità con le forze e le presenze che abbiamo nelle diverse Regioni meridionali di affrontare e lanciare questo tema. Il tema cioè di come le Regioni possano essere al centro di una capacità che può stimolare e proporre percorsi nuovi, che valorizzi le diversità e le differenze ma che in qualche modo diventi un ponte, quel ponte che noi vogliamo costruire non certamente quella mostruosità di cemento e acciaio del ponte sullo Stretto.

Abbiamo bisogno di un altro ponte noi calabresi, noi siciliani, noi meridionali in genere. Abbiamo bisogno di costruire un ponte che in qualche modo ci colleghi ad un’area che di fatto per quanto ci riguarda dal punto di vista geografico è molto più vicina a Milano o alle aree del nord. Noi siamo più vicini alla Libia e alla Tunisia piuttosto che ha Milano.

Quindi dobbiamo avere questa capacità in rapporto al bisogno di recuperare un ruolo e nel tentativo di dare risposta a quella che oggi è l’importanza strategica che verrà e viene ad assumere sempre più quest’area del mondo.

Credo che il Mediterraneo di fronte a quello che è avvenuto e che sta avvenendo in Iraq e la risposta che noi abbiamo dato indica plasticamente l’alternativa a quello che è il mondo e la cultura della guerra intesa come volontà di dominio, di oppressione, come la prepotenza del più forte che in ogni caso deve prevalere.

Ci siamo opposti alla guerra di aggressione, ci opponiamo a quella filosofia che sottende quella guerra, la filosofia preventiva, ci opponiamo con gli strumenti di una politica alta come noi abbiamo cercato di fare in questo convegno. Una politica capace di ascoltare, dialogare e sostenere non è certamente una politica di rapina quella che noi proponiamo e non la proponiamo né per l’Europa, né per il nostro Paese né per le nostre Regioni.

Sicuramente penso che da questa Regione che ha 800 chilometri di coste, che io considero Regione d’Europa e del Mediterraneo nella quale, appunto, i due termini di coniugano e in qualche modo si fondono: Regione europea e Regione del mediterraneo.

Una Regione che in questa piattaforma avanzata… è una Regione che come abbiamo detto ha deciso di cambiare il nome della propria Università e di chiamarla Università Mediterranea, è una città – questo dobbiamo ricordarlo – che ha la seconda Università per stranieri d’Italia. In Italia a parte questa c’è solo quella di Perugia.

L’Università di Reggio Calabria ospita ogni anno centinaia di ragazzi del Marocco e della Libia, di altri paesi del terzo mondo che studiano qui a Reggio Calabria ed ha anche questa caratteristica di avere una realtà che si è storicamente consolidata negli anni e dunque anche sul piano culturale c’è questo sforzo, questo tentativo di comprendere che quello dell’apertura di questo mare che è aperto che non è né può essere considerato un mare ostile come secoli fa da dove arrivavano una volta i nemici, le invasioni.

Oggi questo mare può diventare diceva Alessio una grande risorsa. Dobbiamo fare di tutto perché questo avvenga attraverso operazioni di partenariato euro-mediterraneo che siano di partenariato alla pari non di un partenariato che invece finora è stato solo frutto di una logica di imposizione di un modello economico e di un tentativo di saccheggio di risorse.

Noi sappiamo di essere parte di questo Occidente, siamo parte di quelli che in qualche modo hanno goduto della rendita e dei benefici di questo modello e di questo sistema. Dobbiamo in qualche modo capire che dobbiamo ragionare per mettere in discussione anche certezze nostre nel mondo che cambia, nel mondo nuovo che dobbiamo tentare di costruire e che non è il mondo della dominazione e della invasione dell’Iraq.

Quell’idea del mondo non ha futuro, una idea del mondo che ha futuro è una idea del mondo nel quale il colore della pelle non sia considerato una minaccia, nel quale una Regione non venga blandita come uno strumento per determinare guerre e conflitti nel quale invece – sottolineo questo punto – si tenga alla inclusione e alla integrazione non certamente alla esclusione come sta invece nella logica e nelle politiche, nei programmi delle forze che oggi governano il nostro Paese.

Abbiamo presentato qualche settimana fa come gruppo dei Comunisti italiani una proposta di legge che ha un valore simbolico in questo contesto. L’abbiamo chiamata “la Calabria per la pace”.

Vuol dire che comunque noi dentro questa vicenda, questa situazione così drammatica, straordinaria e così grave della quale avvertiamo tutto il peso e tutte le difficoltà che si determinano anche nei rapporti e nelle relazioni avvertiamo il bisogno di una nostra iniziativa regionale visto che manca una iniziativa nazionale in questa direzione. Per dire che noi siamo un popolo che vuole la pace innanzitutto perché pensa che senza la pace non ci possa essere lo sviluppo, perché questi sono termini che non possono non stare insieme, non possono non essere coniugati.

Senza pace non c’è sviluppo, senza la pace nel Mediterraneo non c’è sviluppo né per i popoli e per i Paesi che fanno parte della Unione europea, non c’è sviluppo per i popoli e per i Paesi della sponda sud del Mediterraneo.

Credo che in questo senso, con questa volontà, con l’idea che noi abbiamo voluto lanciare simbolica sicuramente ma credo densa di significati, con l’impegno che in qualche modo da questa parte del mondo, dell’Italia parte un messaggio di chi punta a costruire nuove relazioni e ad aprire nuovi scenari nel Mediterraneo perché questo è nell’interesse innanzitutto dell’Italia ma soprattutto delle Regioni meridionali.

Sicuramente – concludo – questa idea e questi interessi possiamo portarli avanti. Non siamo – è stato ricordato - una grande forza, il Partito dei Comunisti italiani è nato da poco e sta facendo un percorso faticoso per crescere e radicarsi nella società italiana.

Credo che anche una iniziativa difficile come quella che abbiamo fatto e che stiamo facendo qui a Reggio Calabria su un tema che non richiama una particolare attenzione sociale, un particolare interesse di gruppo organizzato, eppure il fatto che tanti compagni e compagne, tanti amici abbiano sentito di partecipare proprio in questo momento la dice lunga sugli spazi, sulle possibilità, sulle opportunità che in qualche modo si possono aprire.

Noi cercheremo sicuramente di fare la nostra parte e certamente noi che siamo in Calabria, noi che abbiamo oggi a Gioia Tauro il porto più importante del Mediterraneo con 3 milioni di container nel 2002, un porto che ha ripristinato e rilanciato tutti i traffici come è stato detto… volevo ricordare che certamente oggi costa molto meno – lo dobbiamo sapere – far spedire un container da Singapore a Rotterdam che da Tunisi a Marsiglia.

Questo è il problema grave e grandissimo che c’è oggi e su questo terreno ho indicato un esempio sul quale dovremo lavorare nel futuro e dobbiamo lavorare sapendo che dobbiamo fare uno sforzo sul terreno della integrazione ma non può essere l’integrazione che noi facciamo calare dall’alto. Essa va sviluppata con la costruzione di fatti concreti.

Mi pare che sia stata fatta una proposta, si è parlato di un forum euro-mediterraneo. Può essere quella la sede, uno strumento, una indicazione di lavoro per il futuro.

Non so se sarà di carattere istituzionale, se riusciremo ad avere questo momento ma certamente il nostro partito può avere l’ambizione di proporsi come soggetto attivo e protagonista della costruzione quanto meno di una sede, di un momento, di un luogo che metta insieme soggetti, forze democratiche, progressiste, di sinistra come abbiamo fatto qui andando oltre, facendo un ragionamento e costruendo una piattaforma e una intesa comune.

Credo infine che questo serve perché il Mediterraneo è un centro vitale per la pace e per la prosperità del mondo. Qui credo che l’Europa debba riuscire a dimostrare tutta la sua maturità e responsabilità. Senza una nuova politica verso il Mediterraneo sicuramente sarà una Europa monca, sbilanciata che non coglie tutte le opzioni e tutte le possibilità mentre può diventare un grande gigante insieme ai paesi del Mediterraneo delle volontà e degli ideali di pace.

L’Europa esce divisa e frammentata dalla vicenda della guerra all’Iraq ma noi crediamo che in Europa ci siano culture e storie che se messe insieme alle culture e alle storie dei paesi della riva sud del Mediterraneo possano rappresentare quella idea di pace, solidarietà, sicurezza e stabilità che vogliamo portare avanti, costruire affinché il Mediterraneo possa diventare un fattore di stabilità e prosperità a livello globale.

Credo che i Comunisti italiani faranno sicuramente la loro parte. Vi ringrazio ancora per l’onore che ci avete dato.

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Grazie a Michelangelo. Io vorrei partire da una considerazione che proprio per legare – come abbiamo detto più volte durante questa giornata – il valore delle riflessioni alla concretezza, anche alla concretezza della economia.

Noi avevamo invitato a partecipare ai lavori del convegno Giancarlo Elia Valori, Presidente degli industriali di Roma e del Lazio che ha un ruolo anche molto importante a livello di Confindustria nazionale e non è escluso che sia fra i candidati alla Presidenza in un futuro prossimo.

Il professor Valori non è potuto venire ma ci ha inviato un suo vero e proprio contributo, non si tratta di un saluto ma di quello che doveva essere il suo intervento e il suo contributo ai nostri valori oggi che adesso leggerò.

E’ una lettera inviata al segretario del nostro Partito qui presente.

“Caro Olivierio, desidero testimoniarti i miei sentimenti più sinceri di grande apprezzamento e condivisione sui quali domani in occasione del convegno di Reggio Calabria “Mediterraneo mareaperto, una occasione si sviluppo” condurrai la riflessione e l’attenzione di noi tutti. La rinnovata necessità ad intraprendere azioni concrete per rilanciare forme effettive di collaborazione, di integrazione e coesione con i paesi della sponda sud del Mediterraneo nell’ottica prioritaria della pace e della cooperazione.

Come ho avuto già modo di comunicarti era nei miei desideri e nelle mie più autentiche intenzioni non mancare a tale interessante assise poiché da lungo tempo sono io stesso portatore di una precisa posizione politica della nostra azione come rappresentante della imprenditoria di Roma e del Lazio nei confronti dell’intera area mediterranea.

Purtroppo una serie di impegni improrogabili ad Udine nonché la Presidenza di un consiglio di amministrazione ed una riunione di Confindustria si sommano tutti nella giornata di domani impedendomi nei fatti l’ipotesi di un viaggio a Reggio Calabria e quindi la partecipazione al vostro appuntamento.

Non di meno desidero trasmetterti brevemente le linee del mio pensiero affinché tu stesso possa a tua volta comunicarle agli illustri ospiti della giornata di lavori tra i quali desidero menzionare gli invitati della Spagna, della Grecia, della Libia, del Marocco ai quali rivolgo per tuo tramite il mio più cordiale saluto.

Il futuro del nuovo sviluppo europeo ormai costituito dall’unione dei 25 paesi del continente deve essere oggi interpretato a mio parere come un raccordo e un coordinamento fra le quattro più importanti meso-Regioni che delimitano l’Europa: il Baltico, l’Europa centrale, l’Europa occidentale e il Mediterraneo.

Appare immediatamente chiaro come ad alcuni paesi in questo approccio policentrico spetti un ruolo particolare proprio per la loro posizione geo-economica. L’Italia come ponte privilegiato fra le altre Regioni Francia, Grecia, Spagna e Portogallo ed il Mediterraneo. La Danimarca come frontiera con Svezia e Finlandia verso il Baltico. I paesi e le Regioni Danubiane e quelle dell’Alpe Adria come anello di collegamento con l’Europa orientale e con l’est del mondo.

Al pensiero ed al modello europeo appartengono invero le politiche mediterranee. L’Europa si riflette nel Mediterraneo come in uno specchio. L’Italia dovrà dunque anche porsi alla guida della riscoperta e della valorizzazione delle dimensioni regionali mediterranee impegnandosi a dirigere la trasformazione delle politiche mediterranee della Unione europea.

Ripensare il Mediterraneo vorrà dire saper ripensare l’Europa. Le fondamenta della nuova impostazione ed organizzazione della società europea poggiano su una visione policentrica che sostituisce la strategia di integrazione fra paesi basata sul solo progressivo ampliamento della Unione europea con quella basata sulla logica del cosviluppo e della conservazione e valorizzazione delle differenze.

In tal senso ho sempre sostenuto l’importanza delle azioni finalizzate a rinsaldare l’immagine cooperativa dell’Italia all’estero troppo spesso dimenticate nel decennio appena trascorso che ha progressivamente smantellato la cooperazione internazionale.

Anche il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha voluto in più occasioni richiamare le nostre responsabilità verso le aree più svantaggiate indicando che l’Italia e l’Europa dovranno avere come priorità impegni di amicizia, comprensione e sostegno per il continente africano collegando saldamente e durevolmente il futuro dell’Africa all’Europa.

L’unione degli industriali di Roma ha già saldamente lavorato in partnership con i paesi dell’Africa mediterranea con l’obiettivo di collaborare da vicino alla nuova fase di internazionalizzazione che deve guardare non soltanto alle logiche dei paesi ricchi ma rivolgere anche una adeguata attenzione ai problemi dell’est europeo, del mediterraneo, dell’estremo oriente e delle aree povere del sud del mondo.

A questi obiettivi si ascrivono le missioni, gli accordi quadro, i numerosi incontri realizzati con molti paesi dell’area mediterranea ed in ogni continente. La mia visione, la mia esperienza mutuata da tanti anni di impegno concreto a livello internazionale mi fanno ritenere con fondatezza che l’Italia dovrà saper ripartire da una valorizzazione profonda del rapporto produzione-bisogni a livello regionale e da una visione policentrica europea e mondiale.

Noi auspichiamo che Roma torni ad essere una grande capitale internazionale nella piena consapevolezza che mentre forse l’Europa del nord può ancora rinchiudersi nella sua dimensione orgogliosa l’Italia da Roma verso il sud non solo ha il Mediterraneo nel sangue ma ha il Mediterraneo in casa ed il problema dello sviluppo Mediterraneo è per noi una frontiera immediata verso la quale abbiamo responsabilità prioritarie.

Roma ha dunque una priorità mediterranea. Il ruolo di Roma come cerniera verso il resto del Mediterraneo permetterebbe al nostro Paese proprio dalla città capitale verso il sud di diventare Regione di forti cooperazioni internazionali. Spingerebbe il potenziamento dei porti e delle città facilitando una nuova Regione mediterranea di infrastrutture necessarie a dare nuova forza e nuove dimensioni a molti settori economici: turismo, telecomunicazioni, trasporti.

Sviluppare il mercato mediterraneo significa far nascere una forza economica capace di entrare in rapporti di relazione con la Unione europea e di contribuire alla realizzazione di un vero mercato europeo dal Mediterraneo al Baltico.

Roma e l’Italia contribuirebbero per questa via a costruire una Europa di dimensioni tali da poter realmente affrontare una concorrenza internazionale come modello avanzato di organizzazione dell’economia e dei rapporti fra paesi.

Ma vorrei fornirti un importante elemento in più. Nella logica che ho fin qui seguito si inserisce anche il progetto di istituzione da parte della Unione europea in accordo con tutte le istituzioni locali della banca per il mediterraneo con sede a Roma.

La nuova istituzione finanziaria avrebbe come obiettivo quello del finanziamento dei progetti volti a promuovere l’integrazione dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo con i paesi membri della Unione europea rafforzandone la coesione economica e sociale e lo sviluppo equilibrato di una economia basata sulle conoscenze e sull’innovazione.

La sua costituzione spetterebbe appunto alla Unione europea ed avrebbe per destinatarie le imprese che realizzano investimenti produttivi dai quali possa derivare il rafforzamento delle relazioni tra l’Europa e i paesi della sponda sud del Mediterraneo per il miglioramento delle condizioni socio-economiche di questi paesi.

Il modello derivato dalla Bay dovrebbe prevedere il finanziamento della banca per il Mediterraneo attraverso l’acquisizione di prestiti sul mercato dei capitali. A differenza delle banche classiche non disporrebbe di risorse commerciali provenienti da depositi di risparmio o da conti correnti.

La sua missione consisterebbe nel finanziare investimenti pubblici e privati che concretizzano gli obiettivi della integrazione fra Unione europea e paesi del Mediterraneo. Il volume dei fondi raccolti sul mercato dei capitali verrebbe poi investito in progetti accuratamente selezionati.

In tal senso la banca per il Mediterraneo fungerebbe da catalizzatore per altre fonti di finanziamento, rafforzerebbe la competitività delle industrie europee e del settore delle piccole e medie imprese. Attuerebbe la realizzazione di reti infrastrutturali di trasporto, telecomunicazioni e trasferimento di energia. Opererebbe per la tutela dell’ambiente naturale ed urbano, interverrebbe con investimenti nel settore della sanità, dell’istruzione, della formazione professionale, delle tecnologie dell’informazione. Opererebbe per lo sviluppo delle Regioni delle aree meno favorite.

Su questo come su tutti gli altri aspetti che ho voluto illustrarti resto disponibile ad ogni utile approfondimento affinché si possa utilmente e rapidamente lavorare ad un progetto di dialogo con i paesi del Mediterraneo fondato – come già in precedenza accennavo – sul rispetto delle diversità e su una cooperazione che abbia al centro il rafforzamento dei legami storici, ambientali, economci e culturali fra i popoli.

Il bacino del Mediterraneo dovrà dunque divenire una zona di pace e di interscambio politico, economico e culturale favorendo per questa via la stabilità e la sicurezza dell’intera area. Stabilità e sicurezza dovranno coniugarsi col rispetto universale dei diritti umani di espressione, di pensiero e di religione.

Nel rinnovarti la mia stima personale e l’apprezzamento sincero per l’iniziativa di domani alla quale auguro ogni successo mi è gradito porgere i più cordiali saluti”.

Credo che questo sia stato un contributo importante per la qualità e per aver voluto mettere le mani su aspetti concreti della questione che noi oggi discutiamo.

E proprio del figlio di un imprenditore morto per mano della mafia e dei racket è il prossimo intervento: Tano Grasso, Presidente onorario della federazione antiracket italiana.

Credo – lo abbiamo più volte detto nella giornata odierna – che la legalità sia il requisito fondamentale per far vincere al Mediterraneo la sua scommessa di sviluppo.

Tano GRASSO, Presidente onorario della federazione antiracket italiana

Condivido quanto dice Iacopo Venier quando dice che un moderno meridionalismo parte dalla ricollocazione anche simbolica del nostro Mezzogiorno con riferimento soprattutto ad alcune città – che lui cita - Reggio Calabria, Bari, Napoli e Palermo.

Sono uno di coloro che crede seriamente, chi può essere così scemo da non crederlo, che l’area del mediterraneo possa costituire una occasione molto seria di sviluppo e benessere per il Mezzogiorno d’Italia che è il luogo geografico naturale di relazioni con quel mondo.

Sto lavorando, fra l’altro, per convincere alcuni amici a dare vita ad una esperienza di banca etica del Mediterraneo, una banca che operi con certe caratteristiche e che riesca ad intervenire per finanziare attività di investimento in quella che sarà ormai, che in parte lo è già e che sarà un’unica grande area economica dentro la quale come giustamente dice Venier il Mezzogiorno d’Italia è un punto centrale.

Fatta questa premessa adesso vorrei fare un paio di ragionamenti su questa prospettiva partendo dal fatto – spero di non passare troppo per una Cassandra – che il sud d’Italia ha avuto innumerevoli occasioni nel corso della sua storia recente, quasi tutte occasioni utile per altri, occasioni perse per il Mezzogiorno.

Penso all’ultimo dato del fatto di come in coincidenza della unificazione dei mercati economici europei siano derivati seri vantaggi, seri progressi economici per alcune aree - gli economisti citano sempre l’esempio dell’Irlanda ma non è il solo - e come a fronte di questo non vi sia stato uno sfruttamento di occasione da parte del Mezzogiorno.

Penso che l’insieme di tutte queste occasioni perse costituisce quella che - anche se va vista in maniera nuova e con occhi nuovi in una prospettiva nuova – è la questione meridionale.

Appartengo a quelli che ritengono che abbia un senso forte oggi in questa attuale fase storica parlare di questione del Mezzogiorno e che abbia un senso ancora più forte – non debba apparire questo in contraddizione – soprattutto in questo scenario di allargamento verso il Mediterraneo.

In che termini noi possiamo parlare oggi di questione del Mezzogiorno? E’ chiaro che sono termini profondamente diversi rispetto a quelli in cui questa questione è stata conosciuta nel dopoguerra, negli anni del boom economico ecc..

Per farla breve dico questo: ci sono tante ragioni che possono configurare la questione meridionale oggi ma io ne individuo una che mi pare essere dal punto di vista dell’esperienza di un imprenditore una delle questioni centrali. E’ questa: oggi la questione meridionale coincide con la questione criminale mafiosa.

Ciò che fa la differenza fra un pezzo di economia di questa nostra Regione con un analogo pezzo di economia del Veneto o del Piemonte è l’esistenza in questo nostro territorio di forme forti di condizionamento criminale e mafioso sull’economia.

Recentemente c’è stata una importante inchiesta del Censis che ha dimostrato attraverso l’intervista di un campione costituito da un migliaio di imprenditori come i condizionamenti mafiosi costituiscano la principale causa di inibizione per lo sviluppo del Mezzogiorno.

Cosa si vuole dire? Si vuole dire qualcosa che va oltre il costo economico che il condizionamento mafioso rappresenta per le imprese, il costo del pagamento del pizzo per esempio. Ma si va a guardare qualcosa che invece incide nella stessa identità imprenditoriale.

Faccio alcuni esempi concreti. Non è possibile pensare ad una politica di sviluppo che non ruoti attorno ad un ruolo centrale dell’impresa. Non può esserci sviluppo senza una impresa che investe. L’impresa investe meglio quando le vengono assicurate due condizioni: poter lavorare in un normale regime di concorrenza e di poter operare con quella libertà di scelta che è costitutiva della identità della impresa stessa.

Queste due questioni sono drasticamente annullate del tutto in alcune realtà del Mezzogiorno ma in altre seriamente ridimensionate. Come può esprimersi con libertà l’imprenditore costretto ad acquisire merce solo presso il fornitore indicato dall’organizzazione mafiosa o a servirsi di servizi o forniture dallo stesso indicato.

Ma il secondo aspetto – quello della concorrenza – come è possibile pensare che una impresa possa mettersi in gioco con i propri capitali e con le proprie capacità in un mercato in cui la presenza dell’impresa mafiosa ovvero di quelle imprese assolutamente lecite e normali ma costituite con quei capitali di provenienza illecita tende a dilagare in un modo assolutamente preoccupante.

Ora quando io dico che il problema non è solo economico in senso stretto, queste forme di condizionamento alla fine hanno l’effetto di demotivare. Perché la Calabria o la Sicilia non hanno fatto il percorso dell’Irlanda? Perché un imprenditore dalla Francia, dall’Inghilterra o dal Veneto dovrebbe venire ad investire nella piana di Gioia Tauro – che ha delle risorse enormi e straordinarie che non ha l’Irlanda – sapendo che investire in quella realtà significa assumersi in partenza un onere che in altre realtà non avrebbe, cioè l’onere di non dormire la notte perché questo è ciò che produce la demotivazione dell’impresa.

L’onere di confrontarsi quotidianamente con i problemi della sicurezza mettendo in conto che deve lavorare in un territorio controllato dalla mafia e con essa deve quotidianamente rapportarsi. Se uno ci nasce c’è ma se uno si deve andare a cercare il guaio… chi è quel masochista che viene ad investire in questa realtà? Senza contare il fatto di quelle imprese – ce ne sono anche nel Mezzogiorno – che vivono in situazioni di crescita e che vengono demotivate ad investire ulteriormente.

Cosa voglio dire e chiudo su questo punto. Noi parliamo di un fenomeno che è preoccupante per gli aspetti quantitativi. Lasciamo stare la qualità delle dinamiche, intanto io sto parlando di una cosa allarmante da un punto di vista quantitativo.

Noi non parliamo di singole aree del paese o di singole imprese ma della realtà drammatica di un paese dove un quarto delle sue imprese ovvero imprese collocate nel Mezzogiorno in terra di mafia non possono esercitare liberamente la propria identità di impresa.

Questo è l’elemento essenziale della questione meridionale oggi. Che fare? E questo è il secondo ragionamento.

Io qui penso di porre una sollecitazione che sia prima che economica di tipo culturale e politico, ma soprattutto culturale e riguarda, secondo me, la stessa sinistra italiana. Penso ad esempio che non ci si possa limitare – cercherò di spiegare questo concetto, spero di riuscirci – ad invocare genericamente una politica di sviluppo per il Mezzogiorno. L’invocazione della politica di sviluppo non ha senso sulla base delle premesse fattuali che ho appena fatto.

Qui invocare una politica di sviluppo non è la richiesta di qualcosa di neutrale perché non è detto e dico una ovvietà - ma la voglio ripetere per specificare meglio con quello che dirò dopo – che lo sviluppo di per sé porti sempre delle conseguenze positive.

Penso che invece qualunque politica di sviluppo debba essere rapportata in modo tale, deve essere calibrata affinché riesca ad incidere nelle dinamiche delle imprese secondo le relazioni che queste imprese hanno con i condizionamenti mafiosi e con la mafia stessa perché non tutte le imprese sono le stesse nella relazione con la mafia.

La mia idea è che una politica di sviluppo deve incoraggiare non le imprese tutte intere, genericamente intese, ma deve puntare ad incoraggiare quel mondo di economia, quelle imprese che lavorano nel Mezzogiorno senza convivere con la mafia o meglio opponendosi ad essa.

Abbiamo vari tipi di imprese. Abbiamo conosciuto l’impresa in fuga un fenomeno che negli ultimi anni è diminuito perché per fortuna nel Mezzogiorno è nata questa esperienza dell’associazionismo antiracket che ha fatto da sponda agli imprenditori che rifiutavano la logica dell’acquiescenza ai condizionamenti mafiosi e non trovavano la forza per reagire. Erano quindi costretti alla fuga, cioè mollavano, via, io non voglio lavorare subendo il condizionamento mafioso per cui vado via.

Abbiamo poi un’area di impresa, che sono poi le imprese acquiescenti, per le quali ha senso secondo me parlare in senso stretto di condizioni di vittima. Ovvero quelle piccolissime e piccole imprese che vivono il condizionamento mafioso in termini di intimidazione. Cioè io subisco una intimidazione dura da parte del soggetto mafioso.

Un terzo gruppo di imprese sono quelle che dalla relazione con le organizzazioni mafiose pur passando attraverso o imposizioni che subiscono o attraverso intimidazioni che subiscono comunque dentro questa situazione trovano una ragione di convenienza economica.

Poi c’è il quarto gruppo di quelle imprese che sono colluse con la mafia, ovvero imprese che anche se non sono mafiose comunque sono imprese che hanno interessi economici diretti… ma lì è un problema che riguarda il Codice penale non il nostro ragionamento.

Allora la mia domanda è: è mai possibile pensare se guardiamo a questa impresa del Mezzogiorno ad una politica di sviluppo che prescinda dalla necessità di una strategia di disarticolazione del mondo delle imprese, che non riesca ad incidere in queste dinamiche?

Questo è il punto sul quale dobbiamo ragionare. Io ho una proposta molto parziale perché aggredisce solo un lato di questo blocco sociale dentro il quale vi è l’impresa, la politica e la mafia. Una proposta che prevede in primo luogo di lavorare su questo terzo gruppo di imprese ovvero su questa impresa che ha una convenienza nella relazione con la mafia.

Che significa lavorare su questo gruppo? Significa riuscire a pensare quando si parla a questo mondo di imprese ad una convenienza capovolta. Cioè riuscire ad offrire una possibilità di svolgere impresa in termini di resistenza ai condizionamenti mafiosi trovando conveniente l’atteggiamento di resistenza e di non acquiescenza.

Solo così riesco a disarticolare questo blocco sociale e a pensare di porre le premesse concrete per la costruzione di una politica di sviluppo del nostro Mezzogiorno.

Qual è il modo? Non penso ad iniziative che intervengano nell’ambito della giurisdizione ma ad iniziative che riescano ad intervenire nell’ambito del mercato e che anzi prevedano delle forme, che nel mercato realizzino forme di compensazione.

La premessa di questo ragionamento qual è? L’impresa che ha il costo aggiuntivo alla fine non è l’impresa che paga il pizzo ma quella che resiste, quella che dicendo no all’acquiescenza viene messa fuori dal mercato e quindi si trova con quegli oneri aggiuntivi non economici ma sostanzialmente più impegnativi e tali che la portino alla completa e assoluta emarginazione.

E’ possibile pensare ad un meccanismo che dentro una economia realizzi questo? L’idea è quella che è stata già sperimentata al comune di Napoli con la clausola “sirena” cioè prevedere nell’ambito delle gare d’appalto l’esclusione dall’albo delle gare che partecipano agli appalti per quelle imprese che nei confronti delle organizzazioni mafiose non assumano un atteggiamento di opposizione e di resistenza.

Si tratta – finisco – di ragionamenti che so bene in partenza non hanno una prospettiva immediata e sappiamo bene che il senso di realismo ci deve tenere ancorati molto sulla terra. Non hanno una prospettiva immediata anche perché sono il sintomo – questi ragionamenti – di una straordinaria arretratezza culturale del mondo industriale italiano. Da D’Amato a Berlusconi il mondo dei moderni liberisti e dei moderni promotori del mercato è un mondo di soggetti che non hanno neanche idea di dove stia la libertà di impresa e cosa sia la concorrenza di un mercato.

Però questo nonostante la difficoltà è un percorso che va assolutamente e obbligatoriamente avviato perché queste occasioni– ecco il punto in cui temevo di fare la parte della Cassandra - come la storia del Mezzogiorno ha dimostrato altre volte, queste occasioni di scenario internazionale, queste relazioni, queste occasioni legate alla realizzazione di importanti opere pubbliche rischiano concretamente di essere occasioni in negativo, ovvero mettere una pietra tombale su quel pezzo che c’è di piccola – dal punto di vista quantitativo – ristretta area economica che per fortuna riesce a lavorare senza convivere con la mafia nel nostro Mezzogiorno.

Secondo me è questo il senso di una sfida – lo voglio ripetere – culturale prima ancora che politica per la stessa sinistra italiana perché il Mezzogiorno oggi è questo ed è questo purtroppo nelle dimensioni di cui ho appena accennato. Grazie.

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Grazie a Tano Grasso. Chiamo a svolgere il suo intervento Gino Barsella che è stato direttore della rivista dei comboniani Nigrizia.

Credo che il suo intervento meriti di essere sottolineato per due aspetti. Innanzitutto è un contributo che viene dal lavoro di quella base cristiana che stiamo incrociando in queste settimane anche nei movimenti contro la guerra.

Il secondo perché ci può aiutare a dare uno sguardo anche oltre il mare e quindi parlare del Mediterraneo parlando dell’Africa e penso che questo sia un pezzetto di riflessione utile e meritevole.

Gino BARSELLA, redazione di Nigrizia

Buonasera, io sono stato chiamato qui a parlare dell’Africa quindi ad allargare un po’ il discorso dal Mediterraneo verso sud. Non mi sento fuori tema perché sono convinto ma anche per due motivi concreti che vi vado a dire.

Il primo perché credo che un logo non è mai fatto a caso e qui il logo di Punto Critico ha una freccia che punta proprio all’Africa. Genovali, ve la siete cercata ma è una responsabilità interessante.

L’altro motivo è una mia convinzione personale perché io lavoro sull’Africa e il Mediterraneo fa parte dell’Africa non è solo un mare europeo come qualcuno erroneamente ha detto prima. Cioè se le sponde del Mediterraneo sono la vetrina, l’Africa è il retrobottega.

Questa non è essenzialmente una connotazione negativa, cioè se il retrobottega non ha la brillantezza e la bellezza della vetrina però è molto importante perché mantiene quelle scorte che sono essenziali affinché il negozio vada avanti.

Andiamo a vedere concretamente quanto vi dirò stasera.

L’Africa. Di cosa stiamo parlando? Di un continente nostro dirimpettaio, che ha 100 milioni di persone, 2 mila lingue parlate in cui la speranza di vita supera di poco i 50 anni. Dal nostro punto di vista - degli occidentali cioè – è un continente quasi sempre collocato nel campo della insignificanza storica e della inconsistenza culturale.

Questo grazie anche alla informazione, al sistema della informazione globale di oggi che così forsennata dietro le immagini si basa solo sul luogo comune dell’Africa che muore e del caos incomprensibile.

L’Europa è andata in Africa da colonialista, con l’Africa continuiamo a mantenere rapporti di affari, diamo aiuti allo sviluppo e allo stesso tempo vendiamo armi. L’Africa è fraintesa ancora di più oggi.

Certo non si può negare che sia attraversata da una crisi, ma è una crisi che ha problemi che possano essere risolti e che si riferiscono certamente a quello che è un contesto locale e storico, quindi cause che vengono fuori dell’Africa ma anche cause che sono in Africa che si rifanno soprattutto a problemi interni soprattutto di inadeguatezza della classe dirigente.

Credo che come occidentali dobbiamo renderci conto che l’Africa esiste davvero, che non è fatta dei nostri stereotipi e che ha realtà molto più interessanti di quelle che noi pensiamo. Colmare cioè un deficit di conoscenza e questo lo dobbiamo fare secondo me soprattutto ripartendo dalla storia.

Credo che noi occidentali dobbiamo ripensare la storia cercando di farlo anche dal punto di vista degli altri. Se facciamo così la prima cosa che viene fuori chiara è che il capitalismo occidentale o – se vogliamo – il nostro benessere perché possiamo contestare quanto vogliamo il capitalismo occidentale ma ci stiamo e ci viviamo dentro, quindi il nostro benessere quello del 20 per cento della popolazione mondiale che si nutre dell’80 per cento delle risorse affonda le sue radici in 500 anni di colonialismo e nella schiavitù nei quali ci siamo nutriti delle risorse e del sudore africano e  non solo - ma oggi devo parlare dell’Africa per cui mi fermo lì – e del sangue della schiavitù.

Non è detto che perché il colonialismo è finito le cose oggi siano cambiate. La globalizzazione di oggi è l’insieme dei sistemi che perpetuano questo sistema e che ci permette ancora oggi di continuare a succhiare le risorse del sud del mondo.

Pensate ai conflitti e alle guerre africane che non sono altro che un mezzo che l’Occidente escogita per continuare a nutrirsi delle risorse africane. Non ho il tempo per elaborare ma potremmo tirar fuori degli esempi, basti pensare al Congo, al Sudan, alla Sierra Leone, ai diamanti, al petrolio, all’oro, tante cose.

Il debito internazionale. Chi mi ha preceduto negli interventi, ha parlato del fatto di dover annullare il debito internazionale. E’ un mezzo che noi oggi abbiamo ancora e lo riprenderò più tardi per controllare le risorse nel sud del mondo e per controllare politicamente i paesi del sud del mondo.

La storia continua oggi con la nuova globalizzazione neo-liberista per cui credo che sia importante dal punto di vista occidentale ripensare questa storia e individuare anche quelle che sono le nostre responsabilità.

La storia ci chiama in causa, mica il bene contro il male di qualcun altro che va a fare la guerra per questo. Le cose sono ben più complesse.

Bene. Ragionando sull’Africa però non dobbiamo dimenticare anche altri punti importanti.

Primo che il peso di questo continente nell’economia globale e nello scacchiere geo-politico mondiale è leggero. Nella stanza dei bottoni l’Africa conta pochissimo.

La politica e l’economia mondiale non fanno affidamento sulla rinascita africana e d’altronde il fallimento delle ricette economiche del fondo monetario internazionale della banca mondiale fanno vedere che le nostre forme sviluppiste imposte dall’alto verso l’Africa hanno fallito completamente. L’Africa in fondo in fondo ci serve solo quando ci serve ma su questo punto parlando della guerra attuale farò qualche esempio.

Però l’Africa nonostante conti poco nello scacchiere mondiale soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino che da una parte per l’Africa è stata tragica perché l’Africa ha contato molto meno ma dall’altra è stata provvidenziale perché l’Africa ha cominciato a dire: dobbiamo cavarcela da soli. Questo ha portato a quello che oggi è l’Ua di cui Venier accennava nel suo intervento, cioè l’unione africana. L’Africa come continente oggi sta facendo un cammino che molto si ispira a quello europeo cinquantennale ormai, un cammino di unità importante e che si pone di fronte all’Europa, alla globalizzazione mondiale e al G8 si pone come una potenza che ha le sue risorse che non chiede aiuti – su questo sono stati molto chiari i leaders politici africani quando sono venuti a Genova per il G8 – ma che ha risorse ed idee, vuole rapporti paritari. Quindi vuol cambiare questo sistema basato sul protezionismo – come qualcuno ha già detto – sul paternalismo, sui neo-colonialismi.

L’Unione africana vuole quindi rapporti paritari nuovi e pone sullo scacchiere mondiale il piano, il Nepat, il piano per lo sviluppo africano fatto da africani, dicendo questo è il nostro piano e le nostre condizioni. Voi potete investire, noi abbiamo bisogno dei vostri investimenti, noi abbiamo le risorse però dobbiamo far questo su basi nuove.

Facciamo ancora fatica a capire questo tanto è vero che al G8 di Genova l’Africa che si presentò con questi temi fu molto strumentalizzata a livello di immagine. Perché si disse: dobbiamo aiutare l’Africa poverina.

Però in realtà i G8 quagliarono molto poco in fatto di “discutiamo di queste cose da pari a pari”.

Un secondo punto che non dobbiamo dimenticare quando parliamo dell’Africa è che un'altra conseguenza importante del colonialismo europeo a parte quella delle risorse tirate via e della dipendenza creata, un’altra conseguenza devastante è stata l’aver creato una frattura politica e culturale fra i leaders politici e le popolazioni.

Cioè l’imposizione di modelli culturali europei anche alla politica o alla proprietà privata ecc.. noi andiamo adesso ad esportare la nostra democrazia… diceva qualcuno prima che una volta esportavamo con le guerre del colonialismo la civiltà, adesso esportiamo la democrazia ma lo abbiamo già fatto creando delle classi politiche in Africa negative al massimo perché orientate ad un sistema solo europeo, solo occidentale che però non si incontrava con quella che era la realtà culturale e il cammino democratico e politico africano.

Ecco perché ci siamo trovati di fronte con le dovute eccezioni perché l’Africa ha avuto dei grandi leaders politici che non sto a citare ma ci siamo trovati a fare i conti con dirigenti assolutamente inadeguati, attaccati al potere personale, ai loro conti in banca, a fare armi e guerre nell’interesse loro e dell’ex madre patria che grazie a loro continuavano a mangiare le risorse del continente africano.

Tanto è vero che si è venuta a creare una situazione ben appoggiata dall’America di Clinton soprattutto, per esempio, quello della pratica della legittimità combattente per cui un leader valeva, un leader che si trovava il potere grazie al colpo di Stato, al militare, alle armi e al potere forte che però riusciva a gestire lo Stato secondo i criteri del neo-liberismo. Lascia perdere i diritti umani, la democrazia ecc.. Questi sono gli stati su cui investire e Clinton andava a visitare l’Etiopia, l’Eritrea, questi erano i nuovi leaders insieme al Ruanda, all’Uganda, i Burundi, tutti coinvolti in quella che oggi è la guerra in Congo.

Quindi regimi riconosciuti dal punto di vista internazionale ai quali si chiede di garantire l’ordine, di essere iperliberisti in materia economica e di attenersi al rigore contabile di banca mondiale e di fondo monetario internazionale. Il resto non conta o oggi ai quali si chiede di stare contro il terrorismo.

Oggi c’è, dopo l’11 settembre, questa nuova discriminante e allora ti trovi davanti a paesi come il Sudan che hanno un terrorismo interno fortissimo, una guerra civile che dura da 50 anni e che l’America ha condannato come un regime canaglia per anni e che oggi gode di tutti gli appoggi perché ha una forte esperienza in termini di terrorismo e insieme una grande capacità di sopravvivere.

E’ per questo che l’Africa resiste e va avanti nonostante tutto. L’Africa poi – qui combattiamo veramente uno stereotipo che abbiamo – ha la grande ricchezza dell’etnicità. Cioè questa diversità etnica e culturale che ha l’Africa può essere utilizzata per la ricostruzione sociale dell’Africa stessa proprio perché l’identità e la solidarietà tribale è una fra le strutture che meglio funzionano in Africa.

Il problema è che col colonialismo noi abbiamo usato male queste cose mettendo una tribù contro l’altra e poi ci troviamo oggi con la situazione del genocidio del Ruanda ecc.. Quindi le abbiamo usate per motivi sbagliati ma in realtà l’identità e la solidarietà tribale sono cose che funzionano bene e che se usate bene possono contribuire veramente alla salvezza dell’Africa.

Poi c’è la vitalità dell’economia informale. Sull’Africa l’economia globale non ha avuto alcuna influenza se non quella di far del male, di ridurre l’Africa in ginocchio però l’Africa va avanti proprio per la sua capacità di avere una economia informale della gente, del mercato che è capace di dare importanza innanzitutto alle relazioni umane, alla solidarietà e poi al profitto.

Cioè il profitto dipende nel mercato africano dalla capacità di creare relazioni vere tra le persone, è attorno al mercato che si costruisce tutto in Africa.

Il profitto va tanto meglio quanto migliori sono le relazioni umane. Questo è il principio dell’economia africana e questo credo sia molto importante proprio come passo successivo e alternativo al sistema neo-liberista.

In Africa poi c’è una società… non solo c’è una politica in crescita, ci sono realtà di democrazia che stanno crescendo, che trovano le loro difficoltà, ma che stanno crescendo in maniera importante in Africa basta citare il sud Africa o la Nigeria, l’Algeria, realtà difficili per citare le più grandi che però stanno crescendo o anche realtà più piccole come il Gana.

Però oltre a questa crescita politica reale del continente che trova il suo frutto più maturo nell’unità continentale. C’è una società civile in Africa più importante che sa farsi valere.

In Congo dove c’è una guerra regionale che coinvolge 7 paesi sono le parti della società civile che si stanno mobilitando per creare quello che è un cammino di pace che speriamo possa concretizzarsi. In Kenia, una realtà come quella della piantagione del Monte… sono stati gli operai e i sindacalisti che hanno raccolto gli elementi che hanno permesso all’Italia di montare la campagna per dire no all’uomo del Monte.

Questo ha fatto sì che il boicottaggio della Del Monte in Italia in breve tempo portasse ad un cambiamento della situazione di questi operai in questa piantagione.

Ma la cosa è partita da loro. Oppure pensate al Mozambico, paese essenzialmente agricolo, dove il problema della terra lo si sta risolvendo grazie a famiglie e a gruppi di contadini che stanno rioccupando le terre in maniera pacifica ma ponendo un problema serio.

Poi c’è la realtà del forum sociale africano. Nel contesto del movimento del forum sociale mondiale in Africa si è creato tutto un movimento di questa società civile a livello continentale che ha già realizzato l’anno scorso e quest’anno due forum continentali in cui si pone chiaramente la questione del neo-liberismo da superare a livello mondiale come globalizzazione e contro la guerra.

In questo senso l’Africa si è posta chiaramente contro questa guerra ed è una società civile questa che si raduna attorno al Forum sociale africano che pone domande chiare non solo alla globalizzazione mondiale ma anche ai propri leaders politici contestando per esempio lo stesso piano di sviluppo africano – Nepat – dicendo che è ancora troppo legato alle logiche neo-liberiste e che questo piano va aiutato a scendere giù a stare in mezzo alla gente.

Una società civile che pone queste questioni a livello globale ma anche continentale con forza e che al tempo stesso dice quanto l’Africa possa dare al mondo. Vi ricordo solo due aspetti a cui ho solo accennato: uno è la capacità di relazioni di solidarietà che l’Africa ha nel contesto economico, quindi il contributo che l’Africa può dare a questo livello e poi in maniera se vogliamo causticamente ironica, l’expertise africana in materia di globalizzazione.

Cioè si dice: noi abbiamo una esperienza di commercio e globalizzazione molto antica, per esempio la colonizzazione, la schiavitù, la tratta transatlantica. Questa è la globalizzazione ci dicono gli africani.

Bene, come si pone l’Africa di fronte a questa guerra globale? L’Africa è stata coinvolta anche se non lo sappiamo dalle televioni in maniera pesante in questa guerra globale.

Gibuti che si trova all’incrocio dei mari verso l’Iraq è una base su cui gli americani e i britannici hanno giocato in maniera fortissima ma anche l’Eritrea, l’Etiopia e il Sudan hanno dato disponibilità di territori e di mari per le operazioni americane e tutto questo in cambio di forti aiuti economici.

Non parliamo del Kenia che da 4 anni ha i fondi di aiuto del fondo monetario della banca mondiale bloccati per i problemi di corruzione interna e che adesso vengono sbloccati grazie all’impegno in appoggio agli americani.

Però dall’Africa vengono anche voci forti di protesta. L’Unione africana, per esempio, ha chiesto chiaramente come Unione africana una soluzione pacifica alla crisi irachena ovviamente prima che la guerra scoppiasse ma continua tutt’ora a farlo e questo insieme alle Nazioni Unite.

Molto forte è stata per esempio la posizione del sudafricano Beki che ha chiesto ai leaders africani ancora incerti di non sottostare ai ricatti economici dell’America perché in questo modo l’America ha agito in Africa ricattando economicamente paesi per ottenere appoggi. In particolare si tratta di Angola, Camerun e Guinea che voi sapete essere paesi che fanno parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Quindi a questo punto contano perché hanno un voto uguale all’America, alla Francia e a chiunque. Questi sono stati messi sotto forte pressione da parte dell’America affinché dessero il voto, a quello che so io non erano però disposti a darlo, nonostante tutto, nonostante le pressioni. Su questo l’Africa è stata molto forte.

Vado via veloce e cito Mandela che ha detto che Bush è un Presidente privo di lungimiranza e ragionevolezza che sta compiendo il più grande errore della sua vita. Mandela è una persona che credo andasse citata.

Il Sudafrica ha preso posizioni chiare e questo è importante in quanto bisogna tener conto che il Sudafrica al di là e prima della guerra ha un rapporto con l’America molto vicino un po’ su tutto. Invece sulla questione della guerra si è chiaramente distaccata.

Poi ovviamente le varie dimostrazioni contro la guerra soprattutto nell’Africa del nord completano il quadro.

Quali sono le conseguenze sull’Africa di questa guerra? Primo: la militarizzazione del continente.

Dicevo che l’Africa è il retrobottega in tutti i sensi e quindi lì l’Africa diventerà lo sfogo naturale di vendita di armi, sfogo delle valvole di tensione della pressione delle tensioni militari. Il continente sarà militarizzato ancora di più da parte occidentale e sarà sottoposto ad una maggior pressione islamista dall’altra parte e non solo nell’Africa del nord ma in tutta la fascia sahariana ma scendendo poi nella costa orientale.

Non solo, la guerra preventiva di Bush prevede tappe africane che sono la Somalia – che non ha più niente da mettere sul piatto, non c’è neanche uno Stato -, nonostante tutto il Sudan e la Libia. Questi tre paesi africani sono nel mirino dell’America ingiustamente a mio avviso.

Chi pagherà i costi di questa guerra? E’ chiaro che ci sarà un drenaggio di risorse destinato ad incidere sui già magri rivoli di aiuti ai paesi poveri. Cioè i primi che pagheranno saranno gli aiuti che saranno ridotti.

Voi pensate che nel corno d’Africa ci sono almeno 15 milioni di persone minacciate dalla carestia e altrettanti in Africa australe. Sarà quasi impossibile trovare il pugno di dollari necessario per evitare una ecatombe della fame.

Pensate alla Somalia dove ci vogliono un po’ di soldi per cercare di ricostruire questo Stato. Il Presidente è riuscito a mettere insieme 20 milioni di dollari, cioè una miseria e non si riuscirà a far niente in Somalia.

Poi c’è l’altro aspetto quello della Francia. La guerra dell’America sta riportando la Francia in Africa ma attenzione l’africanismo di Chirac è un africanismo paternalista e autoritario, l’antitesi della politica e andrà in Africa in aperto contrasto con gli Stati Uniti quindi avrà spazio. Si sta ricreando in Africa un bipolarismo pericoloso che ricalcherà le pratiche tipiche della guerra fredda.

Chiaro? Io ti do in quanto appoggi me e non l’altro e sappiamo tutti qual è questo sistema. Sarà quindi difficile in Africa d’ora in avanti riprendere a parlare di cose importanti come la democrazia, la governance, il rispetto dei diritti umani, la cittadinanza, lo sviluppo sostenibile.

Avranno invece sempre più spazio personaggi pragmatici come Kagame del Ruando, la legittimità combattente, che assicurano l’ordine e il rispetto delle priorità globali di chi comanda. Mentre passeranno sempre più sotto silenzio le vere crisi africane che non meriteranno più attenzione come in questi giorni chi si è accordo che in centro-Africa c’è stato un colpo di Stato.

Il pur debole ma eletto Presidente Patassé è rifugiato, esiliato in Camerun… c’è un ufficiale dell’esercito Bosisé che ha preso in mano il potere e questo significa che il Paese è diviso fra varie truppe straniere che appoggiano l’uno o l’altro.

Al sud del Paese c’è il congolese signore della guerra Jean-Pierre Bemba che sta gestendo il sud ed il centro africa come suo teatro di guerra e al tempo stesso chi sta sfruttando oggi le risorse minerarie centro-africane? Sono le multinazionali non certo africane.

Lo stesso petrolio sarà di chi se lo prende e tutto questo si crea per questa nuova situazione internazionale che si viene a creare in seguito alla guerra.

In controtendenza la grande mobilitazione della società civile che è contro questa guerra e contro il neo-liberismo, in Africa si sta muovendo e anche lo slancio innovativo legato ai grandi progetti come l’Unione africana e il Nepat che se vogliamo a livello più istituzionale è un cammino importante.

Mi rendo conto che sto prendendo un pochino più di tempo ma l’Africa se lo merita. Vengo alle conclusioni.

Mi è stato detto che parliamo di politica europea. Bene la politica europea per me – qui esprimo la mia considerazione personale che viene da tutto il ragionamento che ho fatto – deve dirigersi verso l’Africa, attorno al Mediterraneo ma non chiudersi attorno al Mediterraneo, il Mediterraneo è un mare aperto.

Quindi l’Europa deve dirigersi verso l’Africa perché la vetrina non basta senza il retrobottega e questo è la storia che ce lo dice. Se noi andiamo a vedere la storia noi siamo legati all’Africa e questa all’Europa.

Questo dal punto di vista geo-politico è importante e fondamentale. Vedete, l’impero americano va a combattere verso oriente perché da lì viene il pericolo all’imperialismo americano. Va verso oriente perché come Bush senior ebbe a dire lo standard americano non è negoziabile – qualcuno ha già parlato prima di questo – quindi ci vuole la guerra per mantenere lo standard altrimenti questo punto va negoziato.

Quindi si va verso oriente perché il mondo arabo islamico è quello che minaccia maggiormente lo strapotere e il dominio americano. Ma non dimenticate che dietro il mondo arabo-islamico c’è la Cina.

Allora per mantenere il suo dominio e il suo standard di vita l’America vuole riaffermare il suo dominio verso oriente. Una Europa forte, non serva dell’America, e forte soprattutto perché fa un cammino comune con l’Africa dal quale io credo entrambi abbiamo da guadagnarci può essere il vero bilanciatore geo-politico tra questo Occidente e questo oriente.

Chiaro? Questa potenza equilibratrice che può contare su alleanze nel sud-America in particolare il Brasile di Lula nessuno ne ha mai parlato ma secondo me è importante… e anche verso oriente.

Allora questo a livello geo-politico può aiutare a stabilizzare meglio il pianeta ed è importante per l’Europa far questo cammino.

Voi sapete che il nostro Parlamento ha cancellato una legge importante, la “185” che ci permetteva di controllare l’export… una legge importante unica forse al mondo voluta dalla società civile italiana.

Bene, in un dibattito televisivo mi sono trovato su “La 7” per difendere questa legge con due esponenti del Parlamento italiano uno da sinistra, Minniti, e uno da destra, Previti.

Entrambi sulla stessa posizione purtroppo, devo dire. Ora al di là di quello che si è detto o no in televisione fuori dalle telecamere mi sono venuti a dire: scusa, noi dobbiamo armarci come si arma l’America, siamo gli unici che possiamo fare da contr’altare all’America quindi più l’America si arma più noi dobbiamo armarci. E’ quello il ciuccio del discorso della “185” e quindi dar fiato alle industrie armiere italiane.

Secondo me – questo l’ho detto – è come minimo miopia politica e ancor peggio delinquenza politica. Credo che veramente…

(Applausi)

…l’Europa debba fare da contr’altare all’America in altri termini ponendosi come alternativa a livello geo-politico sposandosi con l’Africa. Questo comporta due sfide importanti e brevemente perché sono la conclusione di quello che ho detto.

Una socio-economica. E’ chiaro che se vogliamo fare un discorso di giustizia a livello mondiale dobbiamo restituire un po’ di quello che abbiamo rubato in 500 anni e l’Africa ce lo chiede. Dobbiamo ridurre il nostro stile di vita, non si può mantenere il nostro standard di vita perché altrimenti il pianeta non ce la fa.

Allora questo non si può fare… non è questione adesso di dare soldi ma lo si può fare – chi mi ha preceduto lo ha già detto – attraverso l’annullamento del debito che è il mezzo politico che ci permette di tenere questi paesi al cappio e attraverso una cooperazione vera. Cooperazione vera basata su rapporti paritari con i paesi del sud del mondo, cooperazione vera significa: restituire soldi e risarcire le ferite del passato ma anche significa investire per il futuro perché entrambi assieme saremo più forti. Purtroppo il nostro governo sulla cooperazione il debito lo deve cancellare perché c’è la legge però riduce la cooperazione e quindi siamo da capo.

Invece è importante, cancellare il debito è una cooperazione vera e paritaria che ci permetta di risarcire un po’ del passato e di investire per il futuro.

L’altra sfida e qui mi rifaccio a quello che diceva il rappresentante del Marocco, è culturale. L’economico si fa anche presto, ma io aggiungerei politico-culturale. Rapporti paritari, via il protezionismo, quindi la considerazione dell’altro come valore e qui si tocca soprattutto l’Islam che in questo contesto è il primo che noi consideriamo come è stato detto prima proprio come un altro con cui non vogliamo avere più niente a che fare.

Quindi il dialogo come alternativa alla guerra, un dialogo in cui però noi dobbiamo cominciare riconoscendo le nostre responsabilità come Occidente e abbiamo la responsabilità politico di farlo per primo, per la storia.

Ora questa sfida politica-culturale significa che attorno al Mediterraneo l’Europa con l’Africa se vogliamo con queste premesse noi possiamo creare uno spazio di democrazia vera, democrazia internazionale e uno spazio di diritto internazionale nuovo che può essere la base e l’inizio di una ripartenza del discorso globale che è quello dell’Onu su cui non entro però è chiaro che l’Onu è la risposta a livello globale di questi problemi.

E’ perdente oggi per tutti i motivi che sappiamo ma certamente attorno al Mediterraneo possiamo ricreare alternativa e ricominciare a ricostruire l’Onu. Grazie.

(Applausi)

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Grazie a Gino Barsella. Ci avviamo all’ultimo intervento quello di Piero Polimeni.

Prima di dargli la parola vorrei ricordare alcuni ospiti che dovevano essere oggi qui con noi ma che per altri impegni non sono potuti venire. Come il compagno della Tunisia Ishem; il Magnifico Rettore dell’Università di Reggio Calabria, professor Alessandro Bianchi; Gianfranco Benzi della Cigl e Raffaella Bolini dell’Arci.

E’ chiaro che le ultime vicende – per questi due ultimi ospiti – della guerra li hanno portati a dover rimanere a Roma.

Inoltre volevo sinceramente anche ringraziare per la sua presenza qui l’ex Rettore di Reggio Calabria, professor Antonio Quistelli, che è qui seduto e sta assistendo ai lavori.

Do adesso la parola a Piero Polimeri che è responsabile dei progetti dell’Ong - si occupa di cooperazione – del Cric. Ong importante e strettamente legata alla città di Reggio Calabria.

Piero POLIMENI, Ong Cric responsabile progetti

Grazie e buonasera. Partirei – non voglio prendere molto tempo – dalle cose dette nell’ultimo intervento ovviamente per affinità occupandomi di cooperazione internazionale ormai da 20 anni.

Credo che quello che veniva sottolineato da chi mi ha preceduto sulla questione della centralità del Mediterraneo come spazio possibile di rilancio delle questioni della pace e della cooperazione debba seriamente essere preso in considerazione e soprattutto mi dà la possibilità di far un’altra riflessione, un ragionamento che secondo me in questa occasione deve essere assolutamente fatto.

E’ nel Mediterraneo e in questo spazio di cui si parlava prima che c’è una questione irrisolta, una questione da ormai troppi anni risolta che ciclicamente viene dimenticata forse di proposito e forse perché è la vera questione che ci riguarda e che ci condiziona nell’operare, nel cominciare a ragionare nei termini di cui parlava chi mi ha preceduto.

E’ la questione della Palestina sulla quale si giocano molte cose oltre che evidentemente la vita di centinaia di persone ma anche si gioca e si è giocata la credibilità dell’Onu.

Non è una questione di secondo piano e su questo credo che chi vuole occuparsi di Mediterraneo – è forse un obbligo che abbiamo tutti quanti noi – deve riflettere. Le condizioni in cui vive questo popolo che continua ad essere bersaglio di una politica assolutamente miope e cieca sia degli Stati Uniti che ovviamente – come tutti sapete – appoggiano il Governo israeliano ad occhi chiusi ma anche della Europa non ci dà quelle condizioni di partenza per poter realmente credere in un possibile rilancio del ruolo dell’Onu.

Quella questione va risolta nel più breve tempo possibile e tutti noi credo che dovremmo non dimenticarci che questo è il punto di partenza – come si diceva nell’intervento precedente il mio – per il rilancio della cooperazione anche.

Siamo davanti ad un problema incredibile. Tutti voi sapete che sulla cooperazione si parla, si ragiona, si ipotizza che questa sia la possibile soluzione del dialogo tra i popoli ma poi in realtà appena usciamo dalle stanze della discussione politica ci dimentichiamo che è invece una battaglia che bisogna portare avanti giorno per giorno per aumentare le risorse verso la cooperazione. Aumentare la qualità e le risorse della cooperazione.

Non possiamo delegare alla Ong e io faccio parte di una Ong e a volte mi sento molto solo nell’affrontare questo problema. Ogni volta che si discute dei fondi da destinare alla cooperazione a livello di governo sia di destra, di sinistra o di centro sembra una sorta di non un diritto riconosciuto, non un diritto dei popoli a dialogare anche attraverso esperienze concrete che sono quelle che poi danno il senso delle cose che si fanno.

Ma sembra ogni volta una questua che le Ong vanno a fare rivendicandosi questo spazietto di fondi da gestire spesso in accordo dannoso con la politica del governo perché le Ong sono organismi non governativi ma spesso diventano braccio esecutivo di politiche del governo e poi dirò anche perché della Unione europea.

Quindi in un incontro come questo credo che queste cose vadano dette e soprattutto la società civile, la gente, i partiti non devono delegare mai i gruppi ad affrontare questo tema delicatissimo che come veniva detto è un tema che può ribaltare e può dare soluzioni a questo neo-liberismo selvaggio, alla globalizzazione dei mercati così come la stiamo conoscendo.

E’ un tema molto spinoso. Il nostro Paese destina pochissime risorse alla cooperazione internazionale ma non è tanto il nostro Paese quanto l’Europa che ha inventato e sta inventando un meccanismo che mantiene le relazioni di neo-colonialismo brutale con alcune realtà africane ma anche dell’America latina. Mi sembra che in sala ci sia un esponente spagnolo che potrebbe raccontare l’esperienza del suo Paese.

Ogni Paese ha un atteggiamento non di cooperazione vera ma un atteggiamento assolutamente legato ad interesse economici puri a volte, ad interessi ben nascosti in altro e sono gli interessi del grande capitale e delle multinazionali che comunque utilizzano alla fine anche i fondi della cooperazione.

Bisogna vigilare su questo tema e vigilare attentamente e anche non lasciare sole le cosiddette Organizzazioni non governative, ne sentirete parlare fino alla nausea in questi prossimi giorni per via della questione della guerra.

Su questo io vorrei, per esempio, fare una riflessione e porre una domanda che spero chi trarrà le conclusioni in questo convegno poi riprenda.

Cosa è giusto fare in questa fase? E’ giusto intervenire in Iraq, portare la nostra solidarietà, accettare fondi di governi che hanno appoggiato la guerra e di meccanismi – molto duri e pesanti - che per far giungere gli aiuti alla popolazione passano attraverso il controllo degli Stati Uniti e del controllo militare.

Ci siamo trovati a discutere di questa questione durante il Governo D’Alema perché anche lì ci fu la crisi, la crisi Arcobaleno. Alcune tra le Ong più attente dichiararono che era assolutamente non corretto mettersi al coda del circo umanitario come sta avvenendo e come avverrà da qui in avanti per la questione Iraq. Ci sono stati altri organismi che si sono accodati e hanno fatto la missione Arcobaleno.

Io chiedo una discussione su questo, chiedo che i partiti prendano una posizione e che diano una indicazione anche alla società civile. Noi la daremo e a me sembra che questo sia un terreno importante. E’ giusto dopo aver lavorato e gridato per la pace affinché la guerra si fermi, adesso intervenire sotto il controllo militare o è giusto forse lanciare delle campagne e cercare di gestire in un certo modo, in un modo più democratico e trasparente le iniziative di solidarietà che pure sono necessarie in quella zona?

Ma non è questo. Il problema è che bisogna continuamente riflettere sulla politica di cooperazione, continuamente controllarla e tenerla a bada proprio per quello che veniva detto. C’è la necessità che da quella cooperazione nasca, rinasca in qualche modo questa società dei popoli, rinasca l’Onu perché la riforma dell’Onu non si può fare nuovamente per decreto.

Abbiamo visto quali sono i risultati o gli accordi governativi. E’ necessaria una vigilanza e una partecipazione della società civile a questa riforma e la riforma dell’Onu può essere solo fatta dal basso a nostro parere non sono il solo a pensarlo ma invito tutti a riflettere su questa grande necessità.

La questione Palestina l’ho soltanto accennata perché mi sembra importante non derogare su questa questione.

L’altro punto riguarda il Mediterraneo. Ricordo qualche anno fa che si parlava molto di bacino nord o sud del Mediterraneo ma non si sono mai approfondite fino in fondo le differenze sostanziali, non si sono mai analizzate fino in fondo le profonde differenze che poi sono una ricchezza che attorno al Mediterraneo esistono.

Allora per conoscere però queste differenze e quindi per migliorare anche i nostri approcci, il nostro modo di guardare al Mediterraneo e a questi Paesi che si affacciano su questo mare è quello di approfondire le questioni della cultura.

Anche in questo l’intervento che mi ha preceduto è stato molto brillante nel dire che le questioni della cultura saranno al centro di una rinnovata situazione o di una ritrovata situazione di pace e cooperazione nel Mediterraneo.

Questo ovviamente viene fatto e deve essere fatto a grande fatica. Il riconoscimento però dell’altro è il punto fondamentale dal quale dobbiamo partire. Dobbiamo fare anche un’altra riflessione.

Il Mediterraneo non può essere considerato geograficamente così come si tenta di fare. Crediamo per esempio che all’interno del Mediterraneo l’Albania e i Paesi balcanici devono starci tutti. Questa è una sfida e una ipotesi se vogliamo che l’Europa in quanto spazio che si affaccia sul Mediterraneo che è un crocevia grande di culture da conoscere, approfondire e assimilare probabilmente noi sosteniamo che i Balcani debbano essere considerati nel Mediterraneo.

Se voi guardate le cartine geografiche delle nuove questioni, dell’allargamento dell’Europa per esempio, i Paesi balcanici che hanno subito grandi questioni… forse l’unica soluzione corretta che era stata ventilata come possibile ipotesi che fermasse la guerra era quella di Alex Langer che cioè questi Paesi forse dovevano cominciare un percorso di un cammino verso la costruzione europea, verso l’entrata in Europa.

Crediamo che a pieno titolo questi Paesi debbano essere considerati in una nuova Europa e non debbano restarne fuori soprattutto perché facenti parte di questo crocevia o di questa grande diversità che compone il nostro mediterraneo.

Questo noi come piccola organizzazione che lavora in questa realtà ormai da 20 anni abbiamo sempre cercato di praticarlo. Non ultimo adesso vi invito a venire con noi in un incontro di culture che realizzeremo nel mese di maggio in varie città del Mediterraneo sia della sponda nord che est e sud proprio perché consideriamo questo Mediterraneo fatto da questi spazi.

Vi invito a venire con la nostra carovana dove parleremo con la società civile di questi Paesi, con gruppi che si stanno organizzando attorno a questa iniziativa, attorno alla carovana che toccherà varie città sia italiane ed europee che nord-africane e balcaniche proprio per discutere di quale ruolo debba avere la società civile e dimostrare anche cosa può fare la società civile in questo processo di pace e di cooperazione di cui si parlava.

Parlavamo di finanza etica, qualcuno ne ha accennato, perché è vero sì, la finanza etica è un concetto tutto europeo per cui è necessario discutere e capire quali saranno le esperienze. Ci saranno esperienze che noi non conosciamo e che vengono chiamate in maniera differente che possono essere raccontate poi come finanza etica.

Si parlerà di modi di produzione del problema dei mercati agricoli come si diceva prima. Questo è un tema grossissimo come queste economie e queste realtà che sono diffusissime nelle nostre zone ma anche nei paesi del nord-Africa. Come queste realtà debbano e possano dialogare.

Quindi un momento di confronto e di lancio di conoscenza e di lancio di queste iniziative in tutto il Mediterraneo. Vi invito quindi a seguire questa iniziativa perché probabilmente ci darà ancora elementi per poter riflettere su questo.

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Grazie a Piero Polimeni.

Prima di dare la parola ad Oliviero Diliberto, segretario nazionale dei Comunisti italiani per concludere questa nostra giornata, volevo fare un ultimo ringraziamento a Giovanni Vareti che è capogruppo del Pdci della Regione Puglia che ha partecipato in sala a tutti i lavori da stamattina.

Ma anche un ringraziamento doppio perché lui insieme al Sindaco di Bisceglie – ne parlavamo durante la pausa pranzo – hanno assunto l’onere o l’onore di lavorare con noi per la costruzione di un’altra giornata in cui si parlerà di Mediterraneo con ospiti stranieri e italiani da fare nella loro Regione e nella cittadina di Bisceglie nei prossimi mesi.

Credo che sia un impegno importante e che sia anche importante ringraziare per questo impegno.

La parola a Oliviero Diliberto per la conclusione dei lavori.

Oliviero DILIBERTO, Segretario nazionale Pdci

Voglio innanzitutto ringraziare a nome di tutto il Partito gli autorevoli relatori che si sono succeduti in questa giornata nostri ospiti sia del nostro Paese che dall’estero e ovviamente in particolare ringrazio coloro che vengono da più lontano.

E’ per me compito grato ringraziare tutti coloro che hanno partecipato e dato un contributo alla realizzazione di questo convegno, dal dipartimento esteri guidato dal compagno Iacopo Venier la cui relazione ho particolarmente apprezzato ai compagni della federazione di Reggio Calabria e al gruppo regionale del nostro Partito qui in Calabria senza il cui contributo di idee e di organizzazione non saremmo stati in grado di realizzare questo convegno.

Convegno che io giudico di grande importanza - e cercherò di spiegare perché – per il nostro Partito innanzitutto perché ci consente di fare un salto di qualità e di mettere a fuoco ed iniziare un percorso che è inedito, nuovo che pone al centro dell’attenzione del Paese e della opinione pubblica. Questo tema del Mediterraneo tante volte evocato in modo completamente nuovo.

Dunque è l’inizio di una riflessione che nasce da una precisa scelta politica operata dal dipartimento esteri ed è inserito in un contesto di relazioni internazionali del nostro Partito non soltanto nell’area del Mediterraneo ma che ha visto pochi mesi fa a gennaio la sigla di un importante protocollo di intesa.

Stamane abbiamo sottoscritto il protocollo di intesa con i compagni del Partito del progresso e del socialismo del Marocco, a gennaio siglammo un analogo protocollo di intesa col Partito comunista cubano unico Partito il nostro in Europa ad avere tale rapporto.

Credo dunque che queste iniziative internazionali siano molto importanti in quanto vi è necessità di una analisi nuova della situazione internazionale. La fase che stiamo vivendo è completamente cambiata rispetto al passato e richiede studio e confronto che non può che avvenire tra punti di vista diversi, tra Paesi e culture diverse affinché questo studio e questo confronto portino poi – visto che il nostro è un partito politico non una associazione culturale – a proposte per associazioni politiche, per una lotta politica.

Tuttavia come ci ammaestravano i nostri predecessori assai più importanti di noi se uno sbaglia l’analisi poi sbaglia tutto.

Per cui io raccolgo subito la sollecitazione che ci ha ricordato adesso Maurizio Musolino sulla base delle indicazioni dei compagni di Bisceglie. Io credo che si possa immaginare che questi confronti tra i Partiti e i Paesi dell’area del Mediterraneo sia del versante sud che di quello europeo, la Catalogna e la Grecia, possano avere per il nostro Partito una cadenza annuale.

Cioè tutti gli anni in una città diversa dell’area del Mediterraneo si possa tenere un forum di discussione possibilmente individuando di volta in volta delle tematiche specifiche. Penso al tema dei trasporti, del commercio, delle barriere doganali, della illegalità, della immigrazione e quant’altro - i temi sono infiniti – che ci costringano a studiare perché uno dei temi principali in questa fase del mondo è quello di capire cosa sta succedendo.

Vedete, tutti i giornali oggi hanno aperto dicendo: è caduta Bagdad, è la fine della guerra.

Noi non sappiamo se sia la fine della guerra ma di sicuro qualche considerazione politica possiamo già farla sulla base di quello che è successo fino adesso.

La prima considerazione politica è che dopo il crollo del muro di Berlino, dopo l’89 quella idea che ottimisticamente si era diffusa negli ambienti vincitori della guerra fredda, in America ma non solo, quella idea secondo la quale si apriva una età dell’oro, del benessere e della pace, quello che veniva chiamato il nuovo ordine mondiale in realtà si è rivelato un gigantesco disordine mondiale nel quale la guerra ha sostituito la diplomazia e le armi hanno sostituito le normali relazioni internazionali.

E’ dal 1991 che siamo quasi ininterrottamente in guerra da quando a gennaio scoppiò la prima guerra del golfo. Abbiamo poi avuto la guerra nel Kossovo, poi in Afganistan, adesso di nuovo la guerra in Iraq.

Di volta in volta hanno usato per definire queste guerre – in qualche caso hanno aggirato il divieto dell’articolo 11 della Costituzione – espressioni diverse da quella di guerra.

Ricordate che nel 1991 quando ci fu il primo bombardamento contro l’Iraq si usò l’espressione di “polizia internazionale”, poi si è parlato di “ingerenza umanitaria” e poi con uno slittamento linguistico abbastanza stravagante di “guerra umanitaria” – singolare contraddizione – e oggi venuto meno anche il pudore delle parole si parla direttamente di “guerra preventiva” che è evidentemente la violazione di tutto quello che avevamo studiato nei trattati del diritto internazionale.

Ma badate, la guerra sta diventando lo strumento permanente per risolvere le controversie internazionali. Si tratta della cancellazione di uno dei capisaldi proprio del diritto internazionale, cioè l’idea della sovranità nazionale che non c’è più come concetto intangibile nelle relazioni tra Stati. Naturalmente la violazione della sovranità nazionale è asimmetrica perché come ci è stato ricordato dall’intervento dell’ex direttore di Nigrizia quando in Ruanda c’è stato uno dei più spaventosi massacri della storia umana siccome non c’era il petrolio in Ruanda li hanno lasciati massacrare.

Viceversa laddove si tratta di interessi o di aree strategiche del mondo – tornerò su questo tema – si richiamano i diritti umani o le libertà violate per andare a occupare e a contrastare coloro che non piegano la testa - buoni o cattivi che siano – agli interessi degli Stati Uniti d’America.

Vedete, a noi viene spesso rinfacciata – l’ho detto anche pochi giorni fa in Parlamento – questa posizione pacifista e ci dicono, in qualche caso con un disprezzo celato a malapena, che noi saremmo i pacifisti integrali. Dicendo questo si parla di una posizione etica ma l’etica dai tempi di Machiavelli non va d’accordo con la politica.

La nostra è anche una posizione etica perché ci fanno orrore le vittime della guerra ma questa è una posizione politica non etica, una posizione politica, istituzionale e democratica e cercherò di spiegare il perché.

La guerra che è ancora in corso quella in Iraq è una guerra ingiustificata. Non soltanto illegittima, si ricorre spesso a questo argomento, la guerra illegittima perché non è una guerra su mandato Onu e attenti non è nemmeno una guerra su mandato della Nato. La Nato non è riuscita a deliberare perché Paesi importanti della Nato si sono schierati contro.

Non è soltanto illegittima sul piano del diritto internazionale, cosa evidente ma evidente del fatto in sé di essere guerra preventiva e contraria all’articolo 1 della carta delle Nazioni Unite ma è anche ingiustificata. Perché la guerra come qualunque sanzione ha o dovrebbe rispondere al criterio della proporzionalità e cioè la reazione dovrebbe essere proporzionata a quello che uno subisce.

Bene, com’è che hanno motivato la guerra? Dicendo due cose: Saddam Hussein ha violato le risoluzioni dell’Onu e secondo motivo che Saddam Hussein ha armi di distruzione di massa.

Le armi di distruzione di massa non le hanno trovate e non lo dico io che non ero in Iraq ma lo dicono gli ispettori delle Nazioni Unite.

Ora forse le troveranno ma nel senso che qualcuno forse nel frattempo ce le avrà messe visto che l’hanno occupato militarmente…

(Applausi)

E di sicuro le hanno usate queste armi. Stravagante vicenda anche questa di usare armi di distruzione di massa per scoprire armi di distruzione di massa.

Allora le armi non sono state trovate. Ma se noi dovessimo applicare il criterio per cui un Paese non rispetta le risoluzioni dell’Onu allora bisogna attaccarlo, dovremmo concludere che Israele dovrebbe essere attaccato tutti i giorni dalla Comunità internazionale. Cosa che noi però non auspichiamo come è ovvio perché siamo contrari alla guerra ma, attenti, il Paese che più di ogni altro nel mondo non rispetta le risoluzioni dell’Onu è proprio Israele.

Aggiungo che se non ci fosse quella che ho chiamato asimmetria nel rispetto del diritto internazionale così come Slobodan Milosevic sta al tribunale dell’Aia, allo stesso tribunale dell’Aia dovrebbe starci Ariel Sharon autore dei massacri – anche se non direttamente – di Sabra e Shatila di 20-21 anni fa.

Ripeto che la simmetria è questa. Quindi è ingiustificato, sproporzionato.

Secondo: guerra non soltanto inutile ma dannosa ed in contrasto contro il terrorismo. Chiunque non sia ipocrita e quindi anche la destra americana che si interroga su questo, si è chiesto perché tanto odio nel mondo verso gli Stati Uniti. E’ una domanda semplice, l’11 settembre ha suscitato tanto scalpore ma badate, qui da noi, provincia dell’impero non ci si è fatta la domanda semplice che si è fatta negli Stati Uniti, non tutti ma la parte più avveduta della intellettualità americana, cioè ma perché l’11 settembre? Non quale reazione dare all’11 settembre ma perché? Perché una volta che sapremo il motivo potremo anche contrastare più efficacemente il terrorismo.

Il perché è semplice. Fino a quando ci saranno le colossali ingiustizie che ci sono oggi nel mondo la responsabilità verrà attribuita a quel Paese che governa il mondo, cioè gli Stati Uniti d’America. E’ una cosa banale, ma badate, il terrorismo è ispirato dalla disperazione.

Vedete c’è molta confusione anche sul fondamentalismo islamico. Le ragazze ed i ragazzi diciassettenni che si imbottiscono di tritolo e si fanno saltare in aria nelle strade di Tel Aviv non sono fondamentalismi islamici, non è quella la molla che li spinge ad uccidersi per uccidere altre persone. Ma uno che ha 17 anni ed è nato e cresciuto in un campo profughi che io e il compagno Venier abbiamo visitato un anno fa quando siamo andati a trovare Arafat a Ramallah assediato dai Tank israeliani, se uno è nato e cresciuto in quel campo profughi non soltanto gli è stato sottratto il proprio passato ma già in anticipo il proprio futuro, non ha niente da perdere ma nemmeno niente da guadagnare verso il futuro. Quindi può andare a farsi ammazzare pur di ammazzare coloro che gli hanno sottratto il futuro.

E’ la disperazione che genera il terrorismo, è l’odio e il dolore, le morti che generano il terrorismo. Ed allora la guerra e tanto più questa guerra ha trasformato un uomo odiato nel mondo arabo come Saddam Hussein detestato ed isolatissimo in un eroe. Più di qualunque altra cosa le immagini dei ragazzi e non solo ragazzi che in tutto il mondo arabo chiedevano di andare ad arruolarsi per combattere in favore dell’Iraq ci dice quanto grave è stato l’errore.

Hanno trasformato un dittatore sanguinario – tornerò su questo punto – in un eroe del mondo islamico quando Saddam era considerato uno dei capi laici – non islamici - del proprio Paese tanto da avere un cristiano come Tarek Aziz prima ministro degli esteri e poi Vicepresidente.

Vedete, se uno imposta come ha fatto Bush e come hanno fatto tanti la guerra come uno scontro di civiltà a quel punto impone a tutti di scegliere da quale parte stare. E il mondo islamico ha scelto di stare dalla parte di Saddam Hussein non volendolo.

Vedete, è stata impostata anche in Italia e in Europa come guerra di una civiltà sull’altra, la guerra dell’Occidente come l’Islam. E’ un po’ quello che si leggeva nelle dichiarazioni – scendo a più bassi livelli – del Presidente del Consiglio quando gli scappò la dichiarazione sulla superiorità dell’Occidente come civiltà rispetto all’Islam, dichiarazione che nasce dalla notoria ignoranza del nostro Presidente del Consiglio.

(Applausi)

E’ una constatazione non una accusa.

E’ la nozione stessa di Occidente che noi dobbiamo criticare. Vedete, l’Occidente non è la dichiarazione dei diritti universali dell’uomo. L’Occidente è anche Aushwitz, nel cuore dell’Occidente, nel cuore della Germania di Kant e di Hegel c’è Aushwitz 50 anni fa non tre secoli fa.

Allora l’Occidente non è il depositario dei valori della democrazia e dei diritti ma l’Occidente è altra cosa. E’ contraddittorio come sono contraddittorie tutte le civiltà e la stessa nozione di Occidente non nasce – come sa chiunque abbia letto appena un libro di storia nelle scuole elementari – affatto in Europa ma in quel brodo di culture, di contaminazioni di culture diverse che sono state le tre grandi religioni monoteiste. E’ il portato delle civiltà del bacino del Mediterraneo appunto. La civiltà egiziana, quella ebraica, quella greca, mesopotamica, romana, etrusca e poi via via a salire.

La nozione di Occidente non è appannaggio dell’Europa o della parte più “evoluta” dell’Europa come pensa qualcuno qui. Badate, chi più di ogni altro si è battuto in questa che è una contesa politico-culturale è stato il Papa, più di noi.

Il Papa che ha lanciato una specie di anatema medievale, una specie di scomunica quando disse “maledico la guerra”, cosa enorme. Il Papa si è battuto per evitare che questo scontro di civiltà si trasformasse in uno scontro di religioni.

Questo Papa che evita – giustamente – di far coincidere la nozione di Occidente con la nozione di cristianità. E abbiamo avuto mille motivi di polemizzare col Papa ma questa è una cosa enorme.

Questa guerra rischia di vanificare quel dialogo interreligioso che la Chiesa cattolica ha avuto il coraggio di lanciare, anche parti conservatrici della Chiesa cattolica. Io ho negli occhi immagini impensabili del pontificato di Papa Woityla. Il dialogo interreligioso ad Assisi con i capi di tutte le religioni.

Giovanni Paolo secondo che entra in una Moschea, primo Papa della storia. Giovanni Paolo secondo che prega al Muro del pianto a Gerusalemme, luogo simbolicamente più forte della religion ebraica e della persecuzione dei cristiani sugli ebrei nel corso di interi millenni. Il Papa ha cercato di evitare la Crociata anche se è riemerso persino il concetto di Crociata in questi tempi cupissimi nei quali viviamo.

Badate che questa idea, l’Occidente e la Cristianità contro l’Islam ha una pesantissima ricaduta anche sul piano interno in tutti i paesi europei dove ormai vi sono consistenti – parlo di milioni di persone – comunità islamiche e di immigrati poi nel senso comune e deteriore in cui si fa di tutta l’erba un fascio, naturalmente.

Si alimentano con questa guerra proprio le peggiori pulsioni razziste, xenofobe, si danno argomenti alla Lega e alla parte peggiore della destra italiana. La Lega è giunta a proporre una proposta di legge – non so se lo sapete – qualche giornale ha preso dei trafiletti di questa cosa incredibile ed incivile perché nei treni italiani vengano istituti i vagoni separati quelli per gli italiani e quelli per gli immigrati.

Badate che questa cosa sulla quale possiamo sghignazzare sta diventando senso comune. Viene alimentata la paura della diversità e questo ce la dice lunga sulla difficoltà del momento che viviamo e queste pulsioni sono alimentate dalla campagna ideologico-propagandistica che sta dietro la giustificazione della guerra in Iraq.

Vedete, ho citato Woityla ma in realtà noi dobbiamo andare più indietro ancora nel tempo. Siamo nel 2003 e credo che cada proprio oggi come giorno il quarantennale di una enciclica importante, di un altro grande Papa innovatore quale era Giovanni ventitreesimo che nella enciclica “Pacem in Terris” apriva un dialogo con il mondo comunista e lanciava il messaggio altissimo che l’umanità era sull’orlo della catastrofe proprio perché c’era il rischio della guerra.

Ci fu quel dialogo a distanza tra un celebre discorso di Palmiro Togliatti a Bergamo che abbiamo ricordato proprio a Bergamo qualche giorno fa e colgo l’occasione per mandare da questa tribuna un saluto affettuosissimo alla famiglia e ai compagni della federazione di Bergamo perché proprio pochi giorni dopo il convegno è stato stroncato da un infarto a soli 53 anni il nostro segretario della federazione di Bergamo il compagno Beniamino Milani

(Applausi)

Veramente mandiamo a tutti loro la nostra partecipazione autentica.

Dicevo che noi dobbiamo tenere duro su questo fronte e non recedere di un millimetro. Questa è per davvero una battaglia politica culturale e respingere gli argomenti che portano i nostri avversari.

Ci dicono: abbiamo abbattuto una dittatura sanguinaria. Sappiamo perfettamente che Saddam è un sanguinario e lo sappiamo da molto tempo tanto che fin dal primo momento lo abbiamo denunciato.

Saddam ha sterminato non soltanto il popolo curdo, cosa ben nota e quando faceva questo siccome era alleato degli americani nessuno protestava per quel massacro. Saddam ha sterminato il Partito comunista iracheno in esilio oggi, Partito col quale noi abbiamo dei fraterni rapporti che ha parlato – qualcuno lo ricorderà – nel nostro congresso nazionale a Belluria e che tuttavia pur odiando Saddam con dei motivi ben solidi era contro la guerra.

Si dice: abbiamo rovesciato un dittatore. Se qualcuno ha voglia di aprire il sito Internet del nostro Partito vedrà nella prima pagina – non so come si chiami in termini tecnici perché sull’informatica sono poco forte – la fotografia del 1980, l’anno in cui scoppia la guerra contro l’Iran di Komeini, di Saddam Hussein nella città di Detroit. Non a caso città dell’automobile e dunque del petrolio che riceve la cittadinanza onoraria della città di Detroit con la consegna delle chiavi della città.

C’è la fotografia quindi è difficile smentirla in questo caso.

(Interruzione)

Potrebbe essere che già fin da allora fosse un sosia, non ci avevo pensato.

Nell’82 e nell’83 l’attuale falco dell’amministrazione americana, Ramfeld ministro della difesa, si è recato tre volte a Bagdad così come tre volte si recò a Bagdad l’attuale Vicepresidente degli Stati Uniti d’America Dick Chaney allora dirigente di una importante compagnia petrolifera.

Tarek Aziz nell’84 fu ricevuto con tutti gli onori - anche qui con documentazione fotografica a disposizione di Bozzo – a Washington da Ronald Reagan in persona in quanto erano amici, alleati. Tarek Aziz che noi quando lo ricevemmo a Roma suscitò tanto scandalo.

Nell’88 c’è stato il massacro di centinaia di migliaia di curdi con un gas – fonte Washington Post, fonte americana – arrivato agli iracheni per sterminare i curdi tramite Cia. Non lo diciamo noi Comunisti ma lo dice un giornale degli Stati Uniti.

Vedete, il concetto di dittatore sanguinario è relativo. Fino alla guerra in Afganistan cioè fino ad un anno e mezzo fa, il numero 1 dei paesi canaglia era il Pakistan e Musharaf, generale dittatore del Pakistan era considerato il numero uno della lista, più di Saddam Hussein. Dopo di ché Musharaf ha aperto le porte agli Stati Uniti affinché potessero entrare dal Pakistan verso l’Afganista e Musharaf è diventato un difensore dei diritti umani. E’ un po’ l’inverso da quanto è successo a Saddam che a seconda delle circostanze vengono più o meno ritenuti dei dittatori.

Ma, badate, è la stessa cosa di Bin Laden questa Primula rossa o nera. Bin Laden è stato creato, sostenuto, coperto politicamente e coperto di denari dagli Stati Uniti d’America perché era utile quando l’Unione Sovietica invase l’Afganistan per contrastare il nemico principale che era appunto l’Urss e Bin Laden non era certamente considerato un nemico degli Stati Uniti anzi era un uomo che era stato formato proprio dalla Cia.

Insomma l'argomento della dittatura non regge e se comunque per assurdo dovesse reggere sapete quanti paesi al mondo l’America dovrebbe invadere se si applicasse il criterio che le dittature vanno rovesciate? E’ evidente che non è questo il motivo.

Vedete, è stato ricordato più volte che questa è una guerra colonialista, neo-coloniale o imperialista. Sono due concetti un po’ diversi ma neo-coloniale secondo me è quello che si presta meglio perché da un lato è una guerra che tende ad occupare risorse altrui, naturalmente. Sono del popolo iracheno i pozzi di petrolio non degli Stati Uniti ma tende ad occupare risorse altrui.

Dall’altro tende ad occupare un’area strategica del mondo in vista di una competizione che non è attuale ma che tutti gli osservatori prevedono avverrà nel giro di 10 anni, cioè la competizione politica-economico-militare con la Repubblica popolare cinese. E dunque si occupa che cosa? Dopo l’Afganistan si occupa l’Iraq cioè le porte tradizionali dell’Oriente. E’ geo-politica elementare, badate.

L’esito di questa guerra qual è? E’ che gli Stati Uniti non sono stati mai così forte e contemporaneamente non sono stati mai così deboli perché non sono stati mai così isolati, non sono riusciti a convincere nemmeno la Nato, cioè il loro strumento militare. Non sono riuscito a muovere l’Onu, hanno rotto con i due principali paesi europei la Francia e la Germania. Hanno rotto con la Russia.

Fino a poco tempo fa la Russia era considerata un alleato fedelissimo degli Stati Uniti. Hanno rotto con la Russia, con la Cina e con un miliardo e mezzo di arabi sparsi in tre continenti.

In America latina sono in grande difficoltà. L’Argentina è in ginocchio – nessuno l’ha ricordato, si parlava d’altro – e in Brasile ha vinto Lula, c’è stato ricordato. In Venezuela c’è un Presidente comunque lo si voglia giudicare che ha la capacità di tenere testa agli Stati Uniti d’America e di offrire il petrolio a Cuba a prezzi politici.

In Equador ha vinto una alleanza di sinistra. Il Messico, tradizionale alleato degli Stati Uniti d’America inizia in questo rapporto a vacillare.

Gli Usa non sono stati mai così isolati. Badate, c’è un altro aspetto, cioè alla guerra globale si contrappone il terrorismo globale, alla guerra permanente si contrappone il terrorismo permanente.

Io ho iniziato a preoccuparmi seriamente avendo letto o sentito in televisione che già gli Stati Uniti parlano del prossimo obiettivo: la Siria. E’ un paese confinante che si trova a due passi, sono già lì che hanno spostato 500 mila uomini, i mezzi e le risorse ed in fondo, perché no, dopo la Siria c’è la Libia e poi c’è l’Iran o prima siamo lì, c’è la Corea del Nord su un altro scacchiere.

E’ una specie di effetto domino del terrore ma questo creerà centinaia di migliaia di altri attentati che certo non sono finiti come tutti quanti abbiamo potuto constatare.

In tutta questa situazione viene la domanda classica: che fare? Noi possiamo fare delle cose che riguardano il nostro Paese come è evidente e cercare di intessere delle relazioni con i Paesi a noi limitrofi.

Sul nostro Paese.

Per decenni l’Italia ha avuto una politica estera anche quando veniva fatta da governi che noi contrastavamo per altri motivi ma una politica estera di cooperazione, di amicizia, di buoni rapporti col mondo arabo.

Noi eravamo nella Nato, eravamo amici di Israele ma tuttavia eravamo anche amici dell’Olp della Organizzazione per la liberazione della Palestina.

Abbiamo avuto per decenni un periodo di dignità dal punto di vista della politica estera. Badate che non c’è soltanto Sigonella che tutti ricordiamo ma c’è il diniego del Presidente del Consiglio che certamente non era amico nostro – Bettino Craxi – il diniego di consentire agli Stati Uniti d’America di partire dall’Italia per andare a bombardare la Libia nel 1986 quando con una azione criminale dal punto di vista del diritto internazionale i bombardieri americani cercarono di ammazzare Gheddafi a Tripoli e invece uccisero la figlia, come qualcuno ricorderà. L’Italia rifiutò di dare le basi.

Nei governi di centro-sinistra dell’ultimo periodo Prodi e D’Alema è continuata questa positiva politica nei confronti del Medio Oriente e del mondo arabo. Grazie all’Italia c’è stato il disgelo dell’Iran considerato il male assoluto degli Stati Uniti, si è aperto un periodo di interlocuzione, di disgelo e soprattutto grazie all’Italia è finito l’embargo odioso e ingiustificato nei confronti della Libia.

Tanto è vero che il primo a scendere sul territorio libico con la fine dell’embargo, quindi col primo aereo di linea che è atterrato è stata una delegazione italiana dove vi era il ministro degli esteri Lamberto Dini.

Poi c’è stata la visita del Presidente del Consiglio D’Alema con quella consegna simbolica, un atto riparatore della Venere di Cirene, una statua sottratta ai libici dal fascismo durante gli anni della occupazione, e D’Alema consegnò formalmente proprio la statua che riprese il suo posto nell’atrio del museo archeologico di Tripoli dopo di che ha vinto le elezioni Berlusconi e noi non abbiamo più una politica estera.

Si può scegliere una politica estera di destra, sarebbe legittimo ma noi non abbiamo più una politica estera. La politica estera presuppone delle scelte, presuppone un’azione, dei passi concreti e una attività diplomatica.

La nostra politica estera – lo dico con assoluto rammarico perché la politica estera dell’Italia riguarda anche me e anche voi che non abbiamo votato Berlusconi ma è la politica estera del nostro Paese – si riduce alle barzellette che il Presidente del Consiglio racconta agli altri capi di Stato, per cui noi viviamo vissuti come delle macchiette, e al dire di sì e a mettersi sull’attenti quando gli Stati Uniti chiedono qualcosa.

Questa è la politica estera dell’Italia, nemmeno negli anni più duri della guerra fredda e questo ce lo ha ricordato un robusto anticomunista come Francesco Cossiga, nemmeno negli anni peggiori della guerra fredda l’Italia è stata così serva sciocca degli Stati Uniti d’America.

Badate che questo è un danno incalcolabile al prestigio di questo nostro Paese perché è stato nel giro di due anni vanificato un lavoro di decenni che aveva, tra l’altro, egoisticamente messo l’Italia al riparo del terrorismo. Noi non abbiamo più avuto dopo l’attentato a Fiumicino dei primi anni ’80 nessun attacco terroristico sul territorio nazionale.

Allora quali prospettive, che fare? Io sono per raccogliere intanto l’indicazione che veniva dalla relazione, noi dobbiamo cercare di trovare come Italia all’interno del Parlamento europeo la più larga convergenza delle forze democratiche non solo di sinistra affinché nella cosiddetta Costituzione europea, cioè nella carta dei diritti dell’Europa venga inserito il contenuto dell’articolo 11 della nostra Costituzione: “l’Europa ripudia la guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti internazionali”.

(Applausi)

So che sarà una battaglia durissima perché gli equilibri europei non sono, come è ovvio, tali da farci ben sperare, ma è oggetto della battaglia politica.

Nella giornata di ieri – è notizia arrivatami fresca – al Parlamento europeo un emendamento con questo contenuto presentato dal nostro Presidente, compagno Armando Cossutta, in un provvedimento che trattava di politica estera, un emendamento con scritto “l’Europa ripudia la guerra” non nella Costituzione ma in un altro provvedimento – noi abbiamo due euro parlamentari – quell’emendamento ha preso 160 voti del Parlamento europeo.

Ciò vuol dire che c’è un terreno su cui lavorare, che si può lavorare non solo sul versante delle sinistre ma anche sul versante dell’ambientalismo, su pezzi dell’Internazionale socialista e anche su pezzi di parlamentari europei cattolici che stanno nel Partito popolare europeo ma che sul tema della pace sono sensibili.

Secondo. Credo che in un quadro di questo genere debba essere condotta come prioritaria per il nostro Partito, per quanto riguarda noi, ma per tutti i partiti secondo me di sinistra, democratici una battaglia per contrastare la legge Bossi-Fini sulla immigrazione che è una vergogna internazionale che offende da un lato la civiltà giuridica di questo Paese, le tanto decantate garanzie. Loro parlano sempre di garanzie e si riferiscono alle garanzie di Previti, alle garanzie dei ricchi e dei potenti ma se sei un immigrato o un povero disgraziato ti buttano in galera o in uno di quei lager dove tengono gli immigrati in attesa di espulsione e chi se ne importa.

Dobbiamo assumere – lo abbiamo detto al nostro congresso e stiamo facendo dei concreti passi in avanti anche sul piano politico organizzativo – il tema della immigrazione, cioè del lavoro degli immigrati come uno dei temi fondanti nel 2000, nel terzo millennio di una nuova strategia dei Comunisti. Perché il lavoratore immigrato che sia regolare o clandestino assomma in sé le due principali contraddizioni capitalistiche del mondo. Cioè essere un lavoratore salariato, quindi sfruttato dal capitale in sé, ed essere un lavoratore che viene dai paesi in via di sviluppo, quindi doppiamente sfruttato.

Questo è uno dei temi secondo me decisivi per rinnovare sul piano dell’analisi e della proposta le nostre idee e il nostro bagaglio culturale. E’ un tema fondamentale questo come il mio amico Mufta della…. Libica sa bene, il tema della emigrazione non riguarda soltanto l’Europa ma tutto il mondo.

In Libia ci sono 5 milioni e mezzo di abitanti e altrettanti sono lavoratori immigrati che lavorano in Libia. Cioè c’è sempre un sud di un altro sud,  c’è sempre uno sfruttamento di manodopera laddove non c’è sufficiente manodopera in loco e quindi bisogna ricorrere all’esterno. Questo è un tema che riguarderà tutto il mondo ed è un tema che va affrontato sulla base della logica della integrazione, non sulla base della segregazione o della esclusione.

Anche quelli che sostengono la linea a destra ma anche a sinistra in qualche caso della sicurezza, quelli che dicono: ma gli immigrati creano un problema di sicurezza, dobbiamo rispondere con una cosa che sanno anche i bambini.

Cioè che più l’immigrato è integrato meno è pericoloso e se tu lo sbatti ai margini della società l’immigrato dovrà delinquere sennò come vive? Questo è il nodo. Diverso è il nodo delle grandi organizzazioni criminali di cui ci ha parlato Tano Grasso, cioè il tema dell’intreccio anche qui in Calabria tra la malavita organizzata locale, autoctona, la ‘ndrangheta nelle varie famiglie e le mafie albanesi o russe che si innestano, si incistano nella realtà locale. C’è in Puglia, c’è in Calabria e c’è in Sicilia, meno in Basilicata ma questo è un tema completamente diverso. Noi parliamo dei lavoratori immigrati, cioè di coloro che vanno tutelati ed integrati con una politica di accoglienza che renderà molto più sicure le nostre città.

E’ esattamente il contrario come sanno tutti quelli che si sono occupati un minimo di queste cose senza ipocrisia.

Terzo punto. L’Italia e quindi noi che agiamo in Italia dobbiamo fare pressioni su coloro che governano. L’Italia deve battersi per una riforma delle questioni internazionali. Io ho l’impressione che noi siamo nella fase di Yalta, fine della seconda guerra mondiale ci sono dei potenti che con una squadra ridisegnano il mondo.

C’è una enorme differenza però: cioè a Yalta il mondo se lo stavano dividendo, qui è una Yalta unilaterale, ci sono gli Stati Uniti che con una squadra ridisegnano i confini.  Ho visto che per l’Iraq hanno pensato a tre Stati diversi.

Allora il tema di quello che Enrico Berlinguer chiamava il “governo del mondo” - con una enorme lungimiranza lo diceva a metà degli anni ’70 pensate un po’ un secolo fa – questo è un tema fondamentale perché se noi non avessimo più l’Onu e soltanto gli Stati Uniti d’America sarebbe una legge della giungla, il più forte che comanda.

L’Onu è l’unico strumento possibile, non ne vedo altri che possa restituire dignità alle relazioni tra gli Stati su un piano di parità. Tuttavia così come è l’Onu non funziona.

E’ inutile che si predichi ed io sono contrarissimo alle prediche, bisogna essere legati sempre alla realtà dei fatti. Il sistema, il meccanismo decisionale dell’Onu è legato ad equilibri che non ci sono più perché erano equilibri usciti dalla seconda guerra mondiale quando il mondo aveva alcune potenze che non sono più tali. Il mondo è cambiato dopo l’89.

Allora il grande tema su cui chiedere una riflessione a tutti i Paesi perché non possiamo avere la verità in tasca noi italiani, il tema è come riformarlo. Cioè quali meccanismi decisionali, potere di veto, Consiglio di sicurezza, quali nuovi meccanismi decisionali possono essere rimessi in campo per dare dignità ed efficacia alle Nazioni Unite.

In questo contesto io vedo il ruolo del Mediterraneo. Noi stiamo correndo un rischio – Venier lo diceva benissimo – cioè si dice che il solco dell’Atlantico stia aumentando, cioè il solco tra l’Europa e l’America. Il pericolo è che stia aumentando il Mediterraneo non l’Atlantico cioè che il Mediterraneo sia sempre più terra di divisione invece che di unione.

Badate che questo è un rischio che riguarda innanzitutto l’Italia perché sta lì geograficamente, sta nel cuore del Mediterraneo.

Allora che fare? Avanzo qualche proposta ancora una volta sul tema del Mediterraneo.

Primo: dobbiamo riportare al centro dell’attenzione politica-internazionale il tema della Palestina che è stato derubricato. Addirittura gli Stati Uniti hanno convinto Arafat a cambiare il Presidente dell’Anp, Abu Mazen. Questo nuovo Presidente sembra sia amico degli Stati Uniti non lo sappiamo ma avremo tempo di verificarlo di persona.

Ma l’iniziativa politica internazionale dei nostri Partiti e speriamo, auspichiamo di tanti Governi deve essere quella di portare al centro di una iniziativa politico-diplomatica la questione palestinese che altrimenti rimarrà ancorata tra i tank israeliani e gli assalti suicidi dei giovani palestinesi e non avrà soluzione. Perché quella non è una soluzione né in un senso né in un altro.

Ancora una volta insistendo sul fatto che la stessa sicurezza di Israele è legata alla soluzione del problema palestinese e che fino a quando non verrà dato uno Stato indipendente al popolo palestinese nei confini disegnati dalle Nazioni Unite, cioè da tutti anche Israele non avrà mai la sicurezza.

Questo è il primo tema che io vedo come tema di iniziativa politica.

Secondo: la riforma del titolo quinto della Costituzione apre scenari del tutto inediti.

Devo dire che amministratori intelligenti non hanno aspettato – penso al caso di Bisceglie, al nostro Sindaco Napoletano – la riforma del titolo 5 per fare quello che oggi viene sancito anche nella Costituzione ma tanto più oggi che questa riforma c’è gli enti locali possono svolgere un ruolo “di politica estera” improprio. Cioè stabilire contatti diretti con altri Stati e comunità, con altre imprese straniere, cooperazione economica e culturale.

A questo punto dipende soltanto dalla qualità dei gruppi dirigenti e dagli amministratori locali, se hanno voglia di farlo o meno ma è una straordinaria opportunità. Una opportunità non solo per fare dei convegni o per fare una cosa che io pure giudico indispensabile come la cooperazione culturale ma anche per far arricchire le comunità locali e per trovare posti di lavoro, occupazione.

Credo di conoscere abbastanza bene la realtà di Bisceglie e le realizzazioni che sono state fatte sono state fatte con questo spirito. Cioè un paese tradizionalmente agricolo che aveva le spalle al mare e lo sguardo all’entroterra si è girato ed ha scoperto che essendo sul mare può avere una prospettiva di sviluppo straordinariamente più importante guardando al mare non come il luogo dal quale provengono i saraceni ma come il luogo con il quale si può dialogare e ci si può anche arricchire.

Non mi scandalizzo al fatto che gli imprenditori di Reggio Calabria possano stabilire rapporti se sono paritari, non di rapina con imprese o con Stati della riva sud o est del Mediterraneo, ben vengano questi rapporti.

Spesso come tutti sappiamo anche la conoscenza reciproca e il rispetto tra culture diverse nascono dagli scambi commerciali.

Ricordo sempre che Marco Polo che ha fatto conoscere all’Italia la Cina non è andato lì per fare il geografo ma per portare le sue merci, era un commerciante veneziano.

Secondo tema era questo degli enti locali.

Il terzo punto ha a che fare con il tema del sud.

Credo che sia giunto il momento per lo meno per il nostro Partito di dire una cosa semplice: bisogna finirla col meridionalismo straccione, cioè con quel meridionalismo che chiede sempre ad altri di risolvere i loro problemi.

Un meridionalismo lamentoso, lo dico da uomo del Mezzogiorno come è ovvio, e posso dirlo perché ho fatto lo stesso discorso nella mia Regione, la Sardegna, con questa stessa brutalità. Se noi facciamo il conto dei versamenti che lo Stato italiano e successivamente la Comunità europea ha spostato verso il sud noi vedremo che il sud dovrebbe essere se avesse avuto degli amministratori e dei dirigenti intelligenti, dovrebbe essere la valle dell’Eden, il paradiso terrestre.

Il tema non è chiedere più soldi e più risorse ma il tema del ricatto del Mezzogiorno passa attraverso il cambiamento radicale della classe dirigente del Mezzogiorno.

(Applausi)

Bisogna cacciare questa gente e si può fare questo. Vedete, faccio un esempio che voi conoscete bene.

La rinascita di Reggio Calabria non è successa perché ad un certo punto lo Stato è diventato generoso ma è passata dal fatto che un Sindaco coraggioso come Italo Falcomatà ha avuto il coraggio di dire “ora facciamo la rinascita di Reggio Calabria”.

(Applausi)

Sconfiggendo il fatalismo meridionale. Sapete la cosa più facile è quando uno propone una cosa è rispondere “non si può fare perché non si è mai fatto”.

Non è vero che non si può fare. Noi dobbiamo invertire questo ragionamento e dire che si può fare, bisogna volerlo e averne le capacità.

In questo senso io propongo questo ragionamento sulla base della introduzione e del corso dei lavori. E’ tempo di finirla di pensare al meridione come il sud di qualcosa. Noi dobbiamo iniziare a pensare al meridione come il centro di qualcosa e come cerniera tra tre continenti Europa, Asia e Africa.

La vostra Regione sta esattamente mediana rispetto a questi tre continenti.

Allora io credo che dobbiamo sostenere tutte le possibili iniziative perché si operi questo cambiamento di rotta. Cioè da essere sud – passatemi l’espressione – sfigato dell’Europa ad essere centro propulsore di un’area diversa dell’Europa, cioè quella mediterranea.

In questo senso io sarei favorevolissimo all’idea di una assemblea euro-mediterranea di parlamentari ma credo che vada rilanciata, è stata già avanzata in precedenza ma è stata rilanciata una idea di un forum permanente di consultazione dei partiti progressisti del Mediterraneo non quelli europei o asiatici ma del mediterraneo.

Iniziando a ragionare, noi per primi, in una logica diversa da quella del passato. Individuare cioè il Mediterraneo come una entità unitaria di rapporti anche politici in modo tale da poter spronare i rispettivi governi e qui abbiamo rappresentanti autorevoli di partiti che sono al governo Libia e Marocco. Noi come è noto non ci siamo più, ci siamo stati e ci candidiamo a tornare al governo così come i compagni dei due partiti della Grecia e della Catalogna. Noi abbiamo l’ambizione di governare i processi non di gridare al vento dalla opposizione, se siamo alla opposizione è perché abbiamo perso le elezioni ma il nostro obiettivo è tornare a governare perché il governo ci offrirebbe uno strumento per cambiare le cose.

Il governo non è un fine, mai, ma è un mezzo per cambiare le cose.

Allora la possibilità di un rapporto permanente tra noi, tra questi partiti, quelli che ci sono oggi qui rappresentati e possibilmente i tanti altri che ci sono nell’area del Mediterraneo credo che sia una iniziativa che da qui possa essere lanciata con grande e sincera convinzione.

Secondo. Nell’intervento che è stato letto del Presidente di Confindustria di Roma e del Lazio che giudico importante perché ha posto l’accento su alcune questioni pratiche, si diceva: “ripensare il Mediterraneo vorrà dire saper ripensare l’Europa”.

E’ vero perché se uno pensa in questa chiave di lettura non si pensa semplicemente all’allargamento verso est ma si pensa ad una prospettiva verso sud. In una prospettiva di questo genere chi può giocare le carte? Noi in una Europa spostata verso centro o verso est anche quella attuale, ma tanto più se spostata verso centro-est, l’Italia che ruolo può avere quando la potenza economica e istituzionale è tutta dei grandi paesi centro-continentali?

Noi possiamo avere un ruolo se guardiamo al sud. Cioè se rispecchiamo una vocazione millenaria dell’Italia cioè appunto quella verso il Mediterraneo. Badate che se non lo facciamo noi lo fanno altri, Chirac lo sta già facendo. Prodi è stato già e positivamente nel pieno della crisi irachena nel Maghreb per dare un segnale che l’Europa – ma l’Europa non è l’Italia perché l’Italia si è schierata con gli Stati Uniti purtroppo – quella parte sana dell’Europa non ha voluto rompere i rapporti con il Maghreb o con il mondo arabo ma se non lo facevamo noi lo facevano altri. E’ la cosa elementare di cui ci parlava proprio il direttore di Nigrizia, cioè Chirac fa il suo gioco, gli interessi - come è noto nella politica estera - vengono prima dei valori.

E Chirac va in Africa per bilanciare il potere americano ma lo bilancia con la stessa politica forse meno aggressiva sul piano militare ma è una politica di potenza.

Credo che tutte le iniziative che noi possiamo assumere per spostare l’Italia in questa direzione vengano assunte.

Io sono per sostenere - laddove ci venga richiesto ma nelle sedi politiche – l’idea che proprio Valori ha avanzato della banca del Mediterraneo. Una banca mediterranea che raggiunga da subito nel momento della nascita non dopo, la partnership dei Paesi del Mediterraneo, i paesi rivieraschi. La riva sud del Mediterraneo. Potrebbe essere oggetto di un seminario di studi con la Confindustria, quella parte di Confindustria capeggiata dal professor Valori che si oppone alla linea di Antonio Damato, la linea oltranzista e filogovernativa.

Sono per risostenere la campagna per la cancellazione del debito estero. E’ stata già approvata una legge, è stato fatto il gioco delle tre carte, è stato ricordato qui ma è evidentissimo che viene tolto il debito, c’è una legge e contemporaneamente per bilanciare vengono tolti i fondi della cooperazione che è il gioco delle tre carte tipico di questi imbroglioni da strapazzo che stanno oggi al governo.

Ma noi dobbiamo questa cosa denunciarla, non possiamo limitarci a dirlo in un convegno in cui siamo tutti più o meno d’accordo che siamo governati da un mascalzone, dobbiamo farla diventare oggetto di una iniziativa politica e questo è l’altro tema. Cioè tenere insieme cancellazione del debito e cooperazione internazionale facendo rifinanziare il capitolo di spesa.

Se poi c’è in capitolo ma non ci stanno i soldi come qualunque amministratore sa non serve assolutamente a niente.

Ancora vanno sostenute tutte le iniziative di carattere culturale e/o scolastico che agevolino lo scambio e la promozione della cultura a livello mediterraneo. Ho appreso con piacere – non lo sapevo – che l’Università di Reggio Calabria ha cambiato il proprio nome e adesso si chiama Università mediterranea.

Ora si tratta di mettere sotto questo bel cappello del nome una serie di contenuti – magari ci saranno già – ma sostenere e incrementare questa idea perché la multiculturalità è la premessa per la fine del razzismo, è la premessa per la fine della xenofobia, della paura del diverso. L’idea di un libero confronto tra idee, tra etnie, tra culture, tra colori di pelle diversi è l’unica cosa che consente di superare la diffidenza.

Allora credo che investire in cultura anche per gli enti locali, la Regione innanzitutto come è ovvio proprio per la riforma dell’articolo 5 ma non solo la Regione, investire in cultura sia uno degli aspetti essenziali della fase nuova che andiamo a vivere.

Ho proprio finito. Un’ultima considerazione e basta. Nel ragionare proprio su questo convegno mi è dato da pensare una cosa cioè da millenni il Mediterraneo è stato da una parte culla di tutte le principali civiltà occidentali ma dall’altro è stato un mare che a seconda delle situazioni ha visto scambi, interrelazioni, traffici commerciali, viaggiatori, geografi ma contemporaneamente ha visto scontri sanguinosissimi tra popoli e civiltà diverse.

La riflessione che ho fatto e che vi propongo è che di volta in volta, se pensate a tutta la storia del Mediterraneo da quella antica sino ai giorni nostri, di volta in volta si è sempre fatto ricorso per giustificare le guerre al tema della civiltà contro la barbarie, o della libertà contro la tirannide o dell’Occidente contro l’Oriente.

Badate, in tutta la storia del mondo. Se qualcuno vagamente ricorda i libri di scuola pensate alla battaglia di Salamina – mi rivolgo al nostro fraterno compagno greco – gli ateniesi che sconfiggono l’Impero persiano. I piccoli ateniesi che nell’ottica dei greci difendono la civiltà occidentale, difendono il modello democratico, difendono contro i barbari proprio coloro che non sanno parlare il greco, che balbettano, barbaro.

Roma contro Cartagine, la Repubblica romana, la democrazia che sconfigge e rade al suolo poi sparge il sale sopra Cartagine. Ancora una volta presentata dai romani come la battaglia della civiltà contro la barbarie di Annibale e dei cartaginesi.

E ancora la battaglia di Lepanto cuore del Mediterraneo, la civiltà occidentale che sconfigge i turchi e quindi gli islamici nella battaglia vissuta come lo scontro finale delle due civiltà con il blocco e la sconfitta dei turchi. Si potrebbero fare migliaia di questi esempi e potremmo persino tornare indietro allo scontro dei popoli del nord, gli Icsos che vanno contro la civiltà egiziana antica.

Ci fermiamo qui. Il punto è che sono passati dagli Icsos a noi 4.500 anni di storia e gli argomenti sono sempre gli stessi.

Ancora oggi ci ritroviamo in una guerra, in tante guerre una dietro all’altra nelle quali si dice: ci sono i barbari, noi siamo quelli bravi e buoni, dalla parte del giusto e dobbiamo sconfiggere gli incivili, i barbari, gli arretrati, quelli che vogliono imporci un modello di civiltà arretrato, quelli che vogliono mettere il velo alle donne - tutte balle perché in Afganistan nessuna donna si è tolto il burka come sa chi c’è andato – ma il tema è sempre lo stesso. Se ci fate caso è identico ed è la giustificazione ideologica della conquista.

Sotto questa idea che cosa c’è? Penso al Mediterraneo proprio, c’è esattamente il tema di una concezione proprietaria del mare Mediterraneo.

E’ stato ricordato che quando i romani dicevano “mare nostrum” non pensavano a nostro nel senso di tutti ma loro proprio, dei romani.

Non sarà il tempo di finirla con questa idea? Io credo che il mare Mediterraneo sia nostro perché di tutti appunto. Di quelli che professano la religione ebraica, cristiana, islamica e di coloro che non professano nessuna religione. Credo che sia degli europei, degli asiatici e degli africani, dei paesi ricchi e di quelli in via di sviluppo. E’ appunto un mare “nostro” perché di tutti.

Questo tema che ha incrostazioni almeno trimillenarie sarà il più difficile da scardinare. Il problema è iniziare a provarci, a fare il primo passo e avere al determinazione e le idee giuste per farlo.

Credo che questo nostro appuntamento e i successivi che verranno sia appunto uno di quei passi avanti giusti. Noi per quanto ci riguarda, per quanto riguarda i Comunisti italiani intendiamo iniziare questo percorso oggi.

(Applausi)

Maurizio MUSOLINO, coordinatore

Vi ricordo solamente l’appuntamento di sabato prossimo per la manifestazione della pace che si svolgerà a Roma grazie.

I lavori sono conclusi.