L'intervento di | |
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Roma, 12 gennaio 2003 | |
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La situazione politica è in piena evoluzione e una profonda evoluzione si sta manifestando, soprattutto, nell'ambito delle forze della sinistra e democratiche. L'esito stesso di questo processo di modificazione dei rapporti all'interno della sinistra e dell'Ulivo sarà condizionato dal modo in cui saranno affrontate le grandi battaglie che riguardano gli interessi del Paese, del nostro popolo. E sono questioni che stanno venendo al pettine, con scadenze drammatiche e ravvicinate. Mi riferisco in modo particolare a tre grandi questioni: la guerra, la condizione sociale, l'attacco alle istituzioni democratiche. E' su questi tre argomenti - che saranno ovviamente presenti nella prossima campagna elettorale - che si sono avute in questo anno che ci lasciamo alle spalle e si avranno ulteriormente nei mesi a venire delle modificazioni nell'ambito degli orientamenti popolari e della sinistra in modo particolare. Partiamo dal tema più drammatico: la guerra. Appare chiaro che a questo punto non vi sono giustificazioni di nessun tipo nei confronti dell'intervento armato in Iraq. Possiamo ben dire che questa, che era la nostra convinzione quasi solitaria alcuni mesi fa, è oggi opinione fortemente diffusa. Non so cosa succederà, se le Nazioni Unite daranno o meno il loro avallo a questa sporca guerra. Ma di una cosa sono convinto: la guerra vi sarà. E' una guerra che non ha niente a che fare col terrorismo, che non ha nulla a che fare con la tirannide di Saddam. E non ha niente a che fare nemmeno con il possesso di armi di distruzione di massa o con il rispetto delle delibere dell'Onu. La guerra all'Iraq è una guerra imperiale. Ha perfettamente ragione Diliberto quando, nella sua relazione che condivido pienamente, dice che siamo in presenza di una guerra neocoloniale. Torniamo alla conquista dei mercati, dei territori, delle materie prime. E' caduto il velo di ipocrisia. Oggi in molti sono convinti che l'intervento in Iraq vuol dire possesso del petrolio, dominio su quella parte delicata e decisiva dello scacchiere internazionale. Cosa possiamo e dobbiamo fare per incidere su questa vicenda? La guerra diventerà uno dei punti fondamentali sui quali si determinerà non solo la possibilità di condizionare le forze belliciste presenti nel Paese, ma sarà anche un drammatico misuratore della validità o meno delle forze politiche. Per quel che ci riguarda dobbiamo prendere subito una posizione fermissima contro le parole del ministro Martino, che ha autorizzato l'uso di basi militari e dello spazio aereo ai velivoli militari diretti in Iraq. Una posizione assolutamente inaccettabile su cui presenteremo una mozione parlamentare e chiederemo un voto. Parallelamente a queste iniziative parlamentari dobbiamo caratterizzarci nel Paese per una campagna a favore della pace: l'adesione all'iniziativa di Emergency mi pare utilissima. La politica internazionale sarà nel corso del 2003 elemento di rilievo, anche perché nel secondo semestre dell'anno la presidenza europea sarà affidata all'Italia. C'è da scommetterci, Berlusconi utilizzerà questo fatto per rafforzare le sue ormai consuete operazioni d'immagine, per fare le sue ormai consuete operazioni di immagine. Ebbene dovremmo saper contrapporre all'idea di Europa della destra - l'Europa del capitale, dell'egoismo sociale, dell'esclusione - la nostra idea di Europa, quella del lavoro, dei diritti, della pace, della libertà. Veniamo alla condizione sociale. Forse non riusciamo ad intercettare adeguatamente lo stato di disagio che c'è in settori vasti della popolazione. Non voglio fare del terrorismo economico, l'Italia è un Paese economicamente solido e pieno di risorse. Eppure grosse nubi oscurano il cielo. La condizione della Fiat, l'incertezza del futuro che porta con sé, è una cosa che attanaglia l'animo oltre che la condizione materiale di migliaia di uomini e donne. C'è una crisi grave del settore industriale, una mancanza di prospettive che mette a rischio i posti di lavoro. A questo si aggiunga che, l'aumento dei prezzi e la difficoltà di far fronte alle spese per i servizi e le strutture sociali da parte dei comuni, rischia di far superare la soglia di povertà a milioni di famiglie. Lo smantellamento dello stato sociale, della sanità, della scuola pubblica preoccupa tantissimi cittadini. L'offensiva della destra è un'offensiva che procede a ritmi serrati e sempre più aggressivi. La nostra azione deve quindi essere volta a far intendere che bisogna fare argine alla destra. Non siamo in una fase offensiva del movimento dei lavoratori - può dispiacerci ma è così - siamo, al contrario in una tragica situazione difensiva. Di questa situazione l'attacco alle istituzioni democratiche è un punto fondamentale e nevralgico. Il dialogo sulle riforme va respinto nel modo più netto. E non solo perché il governo è inaffidabile, perché si tratta di un diversivo per coprire la manchevolezze dell'esecutivo, perché la priorità vera è la questione economica, ma soprattutto perché siamo di fronte ad un attacco eversivo. Non si tratta di una riforma ma di una sovversione dell'ordinamento costituzionale. L'Italia è una repubblica parlamentare. Nel momento in cui si avanza la richiesta di una direzione dello stato di tipo presidenziale si modifica nel profondo tutta la struttura dell'ordinamento. La proposta che viene avanzata dalla destra porta a un'altra repubblica; non voglio dire che porta ad un regime dittatoriale, ma è una sovversione dell'attuale ordinamento. Si possono imbrigliare come si vuole i poteri del presidente della Repubblica o, ancor peggio, del presidente del consiglio eletto dal popolo, ma l'uomo investito direttamente ha, per ciò stesso, un potere immenso che travalica e supera i vincoli di legge. Non è la governabilità che la destra cerca; cerca quello che sempre hanno cercato tutti i fascisti, il dominio dell'uomo forte. Come si fa a discutere di fronte a questo scenario? E' un errore di una portata gigantesca. E' un errore micidiale considerare quelle di Fini sul premierato delle aperture. Di fronte ad un attacco d questa natura alla Costituzione repubblicana, non si discute, si combatte, si fa opposizione senza impacci, senza fair play, senza tenere conto delle ipocrisie di chi si nasconde dietro le parole Ciampi. Non c'è "ecumenismo" che tenga quando si prende a spallate il sistema di valori su cui si fonda il Paese. Opposizione fermissima dunque. E' attorno a questi temi che si costruisce la linea politica, la strategia del centrosinistra. Mi pare che vi sia tra di noi una reale adesione alla linea che vede nell'Ulivo una scelta strategica. Il centrosinistra è l'unica via per resistere ed indicare una prospettiva di cambiamento. L'Ulivo è colmo di limiti e contraddizioni, eppure questi limiti e queste contraddizioni non inficiano l'obiettivo che stiamo perseguendo. Siamo critici con l'Ulivo, fortemente critici, non per un contrasto sul suo ruolo, ma perché la sua gestione non è più accettabile. Nonostante ormai tutti riconoscano che Rutelli non è il capo dell'Ulivo, si continua a fare come se niente fosse. Vi è una tenaglia Rutelli-Fassino che rende difficile la capacità d'azione del centrosinistra, che lo rende poco convincente, che allontana vasti strati di popolo. Cofferati ha capito benissimo che per dare forza ed un ampio respiro all'Ulivo, per allargarlo bisogna portarci dentro tutta la sinistra, perché non vi è altra via in Italia in questa fase storica. E non solo in Italia a ben vedere. In Brasile Lula che è un uomo di sinistra, e di sinistra radicale, ha capito che per vincere bisognava cercare l'accordo con le forze democratiche non di sinistra. L'esigenza che si pone è quella di un Ulivo più largo, meno ossificato nel rapporto Ds-Margherita. Un Ulivo aperto a chi ci vuole stare. A Di Pietro intanto. E' una assurdità che il veto di Boselli impedisca l'ingresso aperto ed esplicito di Di Pietro nell'Ulivo. E, ancora, l'Ulivo deve e può essere fare uno sforzo per coinvolgere, nei modi possibili, Rifondazione. Un Ulivo aperto ed allargato e dentro l'Ulivo una grande sinistra. Quando noi abbiamo avuto l'intuizione un anno fa di proporre questa ipotesi avevamo visto lontano. Oggi questa cosa è esplosa nel modo più clamoroso. Che sta alla base della nostra proposta, al di là dei risultati? Che la sinistra italiana è una grande sinistra che non può essere rappresentata da un solo partito. Per noi, per me, era chiaro ancor prima del 1990. La sinistra non può essere rappresentata da un solo partito e tanto meno può essere rappresentata da un partito che, come i Ds assume posizioni sempre più moderate che, appunto per questo, lo portano a perdere consensi. C'è una infinità di persone che vuole votare a sinistra e che non si sente rappresentata. I Ds da soli non sono capaci di rappresentare le anime della sinistra italiana. Due sinistre, tre sinistre: sono francamente parole a vanvera. C'è una grande sinistra italiana che ha tante anime, che ha posizioni diverse, e anche contrastanti, ma tutta questa sinistra noi dobbiamo cercare di portare dentro l'Ulivo. Dobbiamo far uscire dall'area grigia dell'astensione tante energie e passioni. La Confederazione, una rete come la chiama qualcuno, della sinistra serve a questo scopo. A tenere assieme, nel rispetto dell'autonomia di ciascuno i partiti della sinistra, noi i Ds, il Prc. E non solo i partiti. La grande novità della politica sono i movimenti, il loro protagonismo. Se la sinistra, vuole darsi un futuro, non può fare a meno di interloquire con i movimenti, di dialogare, di costruire assieme ai movimenti il nuovo Ulivo e la nuova sinistra. Credo che tutto ciò sia ben chiaro nella mente di Cofferati. Cofferati non vuole fare un nuovo partito e non lo farà perché verrebbe meno a questo suo ruolo. E d'altronde non può essere nemmeno il capo dei Ds perché quel partito non riuscirebbe, oggi, a dare risposte compiute alle domande che si levano dal popolo della sinistra. La situazione dei Ds è drammatica. La via che hanno iniziato a intraprendere rispetto a Cofferati, le reazioni scomposte, le scomuniche, il serrare le fila, le pulsioni oligarchiche, ebbene tutto ciò rischia di infilarli in un cul de sac. Il vecchio Pci aveva la capacità di comprendere quello che avveniva nella società. Una qualità che oggi non vedo. I dirigenti Ds o riescono ad aprirsi e ad avere un rapporto con questi movimenti e con chi oggi li esprime, o saranno destinati ad avere difficoltà, non so se anche delle separazioni, delle scissioni. La nostra è una ipotesi che vuole ingloabare i Ds - mi auguro tutto quel partito - dentro la confederazione. I Democratici di sinistra hanno e avranno un ruolo importante nella confederazione, ma devono dismettere le tentazioni egemoniche e rendersi conto che c'è una parte, non so neppure se minoritaria o maggioritaria, della sinistra italiana, che non si sente e non può sentirsi rappresentata solo dai Ds. Quanto al nostro partito credo che non dobbiamo avere nessun imbarazzo nel dire che le posizioni di cui si discute le abbiamo poste noi in tempi non recentissimi. Quando noi formulavamo questa prospettiva, quando indicavamo Cofferati come leader naturale della sinistra, ci rispondevano con un'alzata di spalle. Oggi il suo ruolo è sotto gli occhi di tutti. Le cose della politica si evolvono al di là degli schemi comodi e cristallizzati. Rifondazione, che sugli schemi delle rottura del centrosinistra, ha impostato la sua politica è oggi in crisi. Sintomatica la questione dei movimenti. Il "movimento dei movimenti": una frase che ho sempre capito poco. Il movimento ha una sua selezione. Casarini, Caruso nella confederazione, nella rete, non si ritrovano. E non è un male. Capisco l'isterismo di Bertinotti: si sente offeso perché non è più lui il personaggio alla ribalta, perché il suo disegno si è sgonfiato si fronte alla realtà. Bertinotti impazza dai giornali, attaccando Cofferati e il centrosinistra (e intanto lascia aperta la strada agli accordi elettorali con l'Ulivo), ma lo fa con un linguaggio e con una tesi che non possono essere capiti e compresi dalla gente. Che vuol dire: "Cofferati spacca il movimento". Non vuol dire nulla è politichese astruso. Non si può onestamente pensare che il movimento sia un blocco monolitico che ha una sola prospettiva e un solo modo per realizzarla. I movimenti sono diversi, sono differenziati: ci sono i disobbedienti e ci sono i violenti, ci sono i cattolici, i giovani che vogliono un'altra scuola, quelli che si battono per la giustizia e per i diritti all'informazione, quelli che vogliono la pace al di sopra di tutto. Noi lo abbiamo capito in ritardo, ma ci siamo messi all'opera per capire e comprendere e oggi siamo nel movimento a pieno titolo. E veniamo al leader dell'Ulivo. A dirigere la coalizione non ci può essere un uomo della sinistra, ce lo siamo già detti quando abbiamo fatto il governo D'Alema. Era una forzatura. In Italia la sinistra non ha la maggioranza, nemmeno quella relativa, e quindi occorre che cerchiamo una soluzione democratica. La soluzione si chiama Romano Prodi. Se vogliamo governare. Se si ritiene, legittimamente, che è meglio restare all'opposizione allora è un altro discorso, ma se si vuole governare bisogna imparare a fare alleanze, a valutare i rapporti di forza. Per un Ulivo che vuole vincere e governare c'è spazio per tutti: c'è spazio per D'Alema, per Amato, per Rutelli, per tanti e tanti e tanti altri. C'è spazio per tutti in una grande confederazione ed in un grande Ulivo che vuole vincere. Ecco perché, cari compagni, davanti a questo processo di modificazione ed evoluzione profonda, sembra ozioso il dibattito sul partito del lavoro. Ci mancherebbe se non dobbiamo mettere al centro del nostro impegno le grandi questioni del lavoro! Ma c'è qualcosa di strumentale, che non mi convince e non mi piace in questa discussione sul partito del lavoro. Per quanto riguarda il referendum per allargare l'articolo 18 alle aziende sotto i 15 dipendenti decideremo assieme. Dovremo prendere una decisione al momento del voto, ma sapendo che anche questa è stata una cosa - lasciamo da parte le diplomazie - strumentale. Con questo referendum si va alla sconfitta sicura. Le lotte si fanno anche quando si perde, ovviamente, ma in una fase come questa, in cui la questione principale è come resistere all'offensiva della destra, come portare avanti una battaglia difensiva, pensare che vi siano le condizioni per una battaglia che porta più in là - ammesso che l'estensione dell'articolo 18 sia così - i margini della vicenda sociale del Paese, vuol dire non compiere una analisi corretta della situazione. |