Contro il sovversivismo
delle classi dirigenti

Le conclusioni di Oliviero Diliberto

Ufficio stampa

Roma, 30 giugno 2002

Possiamo dire, senza andare lontani dal vero, di aver svolto un buon dibattito, politicamente maturo, che ha registrato un consenso largo alla linea del partito e alle proposte avanzate nella relazione. Anche laddove si sono manifestate opinioni diverse, non sull'impianto ma su alcuni punti, c'è stato un ragionamento pacato che ci consente di superare quelle asperità che avevano caratterizzato alcuni momenti della campagna congressuale.
Uno degli aspetti più importanti è la presenza, in questo Comitato Centrale, di numerosi e nuovi quadri femminili. Se non avessimo operato al congresso quella forzatura un po' illuministica, oggi non sarebbero qui e non avrebbero potuto dare il loro contributo, assai positivo, alla nostra discussione. Possiamo veramente essere soddisfatti della scelta del 50% di compagne nel Comitato Centrale che, col tempo e senza forzature, andrà portata a tutti i livelli del partito.
Voglio riprendere un'affermazione del compagno Rizzo. Il nostro dato elettorale è stato oggetto, per la prima volta, dell'analisi delle segreterie di Rifondazione e dei Ds. Vi era l'idea che questo partito andasse a consunzione, che ci sarebbe stata un'ulteriore spaccatura e una confluenza nell'uno e nell'altro partito. Nella peggiore dell'ipotesi, il "tutti a casa".
Abbiamo avuto momenti difficili dopo le elezioni politiche. L'insoddisfazione ha portato il partito ad un momento di grande scoramento e difficoltà, oggettivo per i dati elettorali, ma anche soggettivo, perché dentro al partito si manifestavano spinte centrifughe, autodistruttive, che se non contrastate avrebbero potuto portare allo scioglimento di questo partito.
Abbiamo coraggiosamente deciso di tenere il congresso nazionale anticipatamente e quel congresso ci ha fatto crescere, maturare. Abbiamo affinato la gestione della linea del partito e oggi possiamo dire che il risultato delle ultime amministrative, come diceva il presidente del partito, è davvero positivo. Vi è la precondizione per esistere e radicarci, ed ancora una volta ha ragione Cossutta quando afferma che in alcune realtà non era affatto scontato.
Le elezioni non sono andate bene ovunque, ma il dato nazionale è positivo, è la somma di dati locali importanti e di alcuni picchi straordinari. So bene, lo dico al compagno e amico Vittorio Nolli, che permangono difficoltà. Non ho usato alcuna reticenza nella relazione nell'elencarle. Risultati negativi, non positivi, di tenuta in termini percentuali, di perdita in termini assoluti. Non sono molti, ma ci sono. Non li ho elencati perché fossero additati al pubblico ludibrio, ma perché compito di questo organismo dirigente, e tanto più della segreteria, è aiutare quelle realtà. Ovviamente occorre un'analisi caso per caso, perché i motivi della sconfitta sono diversi gli uni dagli altri, e tuttavia noi interverremo per aiutare. Mi auguro solo che qualcuno non dica che questo è l'effetto del centralismo democratico, per cui l'aiuto ad una federazione diventa una lesa maestà della democrazia del partito. Ma qualcuno lo dirà. Preparatevi a ricevere altri plichi.
Da qui alle elezioni europee abbiamo di fronte a noi due anni di lavoro. Gli europarlamentari verranno eletti con il sistema proporzionale puro, quindi le elezioni saranno per noi politicamente decisive. E decisive anche finanziariamente, visto che i parlamentari europei versano un contributo importante al partito. Nel frattempo ci saranno parecchie elezioni locali. Ne voglio ricordare solo due. Le regionali nel Friuli Venezia Giulia (con una brutta legge elettorale di cui, attraverso un referendum, chiederemo l'abrogazione, non impossibile perché anche il Polo è contrario e quindi ci sono buone possibilità di tornare al vecchio sistema proporzionale) sulle quali dobbiamo sin d'ora investire. E le provinciali di Roma che coinvolgono più di due milioni di abitanti della città più tutto l'hinterland. Sono interessate ben quattro federazioni: Roma, Civitavecchia, Castelli e Tivoli.
Per le europee dovremo predisporre un programma di rafforzamento per radicare il partito, soprattutto nei grandi centri dove siamo ancora deboli, così da mantenere il trend positivo delle provinciali.


Si stanno avvicinando a noi molti nuovi compagni. In Sicilia, in Molise, in Campania ed in altre regioni. Compagni che aspettavano un dato positivo, di non transitorietà, che le provinciali hanno loro offerto. Alcuni di voi diranno che questo un atteggiamento sbagliato, che potevano venire subito, quando il partito doveva affrontare maggiori difficoltà. E' vero, ma noi dobbiamo superare questa logica ed essere aperti e disponibili. La logica dei "pochi ma buoni", del partito dei fondatori, è per noi micidiale. La percentuale di giovani nel Pdci è superiore a quella di tutti gli altri partiti. Il congresso regionale del Friuli è stato per me una esperienza straordinaria: ragazzi giovanissimi, operai di fabbrica, delegati, compagni maturi che si sono forgiati nei luoghi di lavoro, che vivono sulla loro pelle la contraddizione di classe. Ma l'esperienza che più mi ha colpito è stata quella di Bologna. La federazione, come sapete, è commissariata, guidata dalla compagna Dolci - che in qualcuno di quei plichi viene indicata come la signora Dolci, cosa di infinita sgradevolezza. A Bologna è stato messo un banale banchetto durante una manifestazione sindacale e lì, sul luogo, quindici ragazzi, il più piccolo tredici anni, il più grande ventuno, hanno chiesto la tessera del partito. Li ho incontrati due settimane fa a Bologna, alla festa di Rinascita, e sono rimasto a discutere con loro tutta la notte. E' stata una bella esperienza. Ragazzi inesperti, che si formeranno nella battaglia politica, nell'agire quotidiano, ma anche andranno anche formati nel senso più classico del termine. Il primo corso formativo, organizzato dalla compagna Pellegrini, sarà di 4 giorni: un primo ciclo a tempo pieno e poi questi giovani verranno seguiti nel corso della loro evoluzione e contemporaneamente partiranno altri corsi di base in modo che il ciclo sia continuo.
Il Comitato Centrale ha appena cooptato la compagna Carena che ha fondato, assieme ad altre compagne e compagni, il "Pasolini", centro omosessuale di organizzazione e progettazione. Esperienze importanti di cui dobbiamo avere cura. Ed occorre innanzitutto, care compagne e cari compagni, moltiplicare le cellule nei luoghi di lavoro, le sezioni di fabbrica, già costruite in molte parti d'Italia.
Come vedete, ho voluto iniziare le mie conclusioni sull'esigenza di consolidamento del partito. Perché la penso esattamente come il compagno Procaccini: più saremo forti, più potremo essere unitari; più siamo deboli, più sarà concreto il pericolo di essere fagocitati. Più siamo forti e autonomi e più possiamo intensificare la politica unitaria. Ma la politica unitaria si svolge su due livelli: quello del centrosinistra allargato e quello della sinistra, la confederazione. La politica unitaria, che per noi è il Dna del partito, non può però e non deve essere vissuta in modo subalterno. Credo di essere, all'interno del centrosinistra, uno dei dirigenti più unitari, ma sul piano della linea, dei valori di fondo, sono fortemente intransigente.
Noi abbiamo proposto, io per primo, di allargare l'Ulivo a Di Pietro e Rifondazione. Ma ad Asti - una realtà dove gli allibratori ci avrebbero dato cento a uno - il centrosinistra ha vinto con Rifondazione fuori dall'alleanza di centrosinistra. E giustamente i nostri compagni di Asti non hanno voluto accordarsi con Rifondazione per il ballottaggio. Questo ci ha portato a vincere. La nostra linea nazionale è quella della massima unità, ma bisogna intelligentemente distinguere tra realtà e realtà.
Ho ascoltato con attenzione l'intervento di Giacomo De Angelis, segretario regionale della Campania. Il mio giudizio politico su Bassolino è noto da molto. Bassolino ha la convinzione che occorre superare i partiti e puntare sugli uomini. In coerenza con le sue idee, è venuto a Roma per la beatificazione di padre Pio ed ha affermato che padre Pio è come Di Vittorio. Segno dei tempi. Tempo addietro, quando andai a Napoli per le elezioni regionali, lessi un titolo sul Mattino che diceva: "Bassolino: difenderò Napoli dai partiti". Mi colpì talmente che lo ricordo a distanza di anni. Tenni una dura polemica contro questa linea: se si eliminano i partiti e si punta sulle figure carismatiche, vince Berlusconi. E infatti ha vinto Berlusconi. E' questa una concezione leaderistica antitetica a quella dei valori repubblicani e costituzionali, ed è la causa di molti dei guai politici della Campania. In quella regione il rapporto tra il nostro partito e Bassolino è difficile. Dovremo discuterne attentamente, la segreteria nazionale con la segreteria regionale, per vedere quali misure sia più opportuno adottare. Veniamo trattati in modo spesso intollerabile e siccome non siamo vassalli bisognerà decidere come reagire.
Questo non mette in discussione la nostra politica unitaria, ma ci obbliga ad una grande attenzione, ed a comportamenti conseguenti, rispetto a ciò che accade nella coalizione e nella sinistra. Vi porto alcuni esempi.
Ho ritagliato un articolo tratto da La Nazione, Il Carlino e Il Giorno, cioè il gruppo dei tre giornali nazionali di destra. C'è un'intervista a Morando, area liberal dei Ds, intitolata "Anche Sergio ha sbagliato, l'articolo 18 non è un tabù". Nel momento in cui vi è un attacco senza precedenti alla Cgil, nel momento in cui si tenta con ogni mezzo di criminalizzare il dissenso politico e il conflitto sociale, è intollerabile che un pezzo dei Ds rompa non tanto il fronte del mondo democratico, quanto del partito di Cofferati, dei Ds. L'indignazione non dovrebbe essere solo di Diliberto, ma innanzitutto di Fassino, il segretario di quel partito. Ma Fassino è anche il protagonista dell'episodio, richiamato da Cossutta, avvenuto nella direzione nazionale dei Ds, relativo ad un ordine del giorno di sostegno a Cofferati che è stato respinto.
Da questi episodi non mi aspetto francamente niente di buono. Tanto meno mi aspetto qualcosa di buono dall'Ulivo nel suo complesso. Enrico Letta cinque giorni fa ha dichiarato: né con Cofferati, né con D'Amato, riesumando un'espressione che ha prodotto già sufficienti danni in anni passati.
In Italia conosciamo il sovversivismo delle classi dirigenti da almeno un secolo, lo abbiamo vissuto in forme diverse, da Bava Beccaris in poi, e negli anni 70 s'è espresso con i depistaggi, con le stragi politiche. Quando c'è il rischio di una avanzata popolare, le classi dirigenti si difendono e si difendono con qualunque mezzo.
Io non so, onestamente, cosa ci sia dietro la vicenda delle lettere di Marco Biagi, uscite perfettamente a tempo, ma la reazione di oggi del ministro dell'Interno è incredibile. Noi comunisti proponiamo alle forze democratiche di organizzare una manifestazione di protesta contro il ministro dell'Interno. Invierò a tal proposito una lettera per una urgente richiesta di incontro ai segretari dei partiti all'opposizione.
Le destre hanno vinto le elezioni, potrebbero governare, anzi governano, con una larghissima maggioranza parlamentare, 120 deputati in più, possono fare quello che vogliono. Ma hanno paura dei movimenti di massa. Subito dopo la manifestazione della Cgil del 23 marzo, sul giornale La Sicilia apparve un articolo del ministro della Difesa, Antonio Martino. Il ministro scriveva che quella manifestazione rappresentava un pericolo per la democrazia.
Il ministro della Difesa controlla uno dei due servizi segreti, l'Arma dei carabinieri e l'esercito. Se il ministro della Difesa dice di una pacifica manifestazione sindacale che è un pericolo per la democrazia, quale è il passo successivo? Il passo successivo è limitare i diritti dell'opposizione, il diritto di manifestare. Già avanzano ipotesi di questo genere. Tibaldi ricordava il disegno di legge per limitare, se non addirittura abolire, il diritto di sciopero nei servizi pubblici.
Stanno avvenendo cose che dovrebbero preoccupare anche il più moderato dei socialdemocratici e invece, all'interno dell'Ulivo e dei Ds, dobbiamo registrare serie sottovalutazioni. Noi, con grande determinazione, dobbiamo affrontare questi temi e mettere in campo tutta la nostra forza, per quanto limitata essa sia. Non aggiungo nulla a quanto detto dal presidente del partito su questa materia. Voglio solo ribadire alcuni punti.
Noi siamo al fianco della Cgil e di Cofferati, ma tra poco Cofferati lascerà la Cgil. Dobbiamo lavorare, lo dico innanzitutto ai nostri compagni sindacalisti, per aiutare il gruppo dirigente della Cgil affinché riesca lo sciopero generale e perché si raccolgano i cinque milioni di firme.
Sul referendum relativo all'estensione dell'articolo 18, voglio raccogliere l'indicazione di Barbieri perché esattamente in sintonia con quanto proposto nella relazione. Ci sono diverse iniziative: il referendum "estensivo", l'iniziativa di Grandi che anche noi abbiamo sottoscritto, la legge di iniziativa popolare della Cgil. Il nostro partito deve farsi promotore di un incontro con coloro che animano queste iniziative al fine di raggiungere una posizione unitaria. Non so se ci riusciremo, ma dobbiamo provarci. Temo le divisioni in un momento come questo. Personalmente ho molte perplessità sul referendum "estensivo", ma so che nel partito ci sono posizioni diverse: compagni che hanno espresso chiaramente la loro contrarietà e compagni che stanno raccogliendo le firme. Personalmente condivido la posizione del presidente del partito, per altro discussa in direzione, che considero la più equilibrata.
Questo è il modo di fare provare a fare una sintesi tra diverse posizioni mantenendo l'unità del partito in una fase politica a rischio come l'attuale. E il partito dovrà impegnarsi a fondo nella raccolta di firme sulla nostra petizione per la confederazione della sinistra. Perché la nostra proposta diventi oggetto di una battaglia politica. Alla manifestazione del 23 marzo, alle feste dell'Unità alle quali sono invitato a partecipare, il popolo della sinistra chiedeva unità. Noi dobbiamo raccogliere questa giusta esigenza ed indicare uno sbocco politico.
A settembre terremo una grande iniziativa sulla scuola e dobbiamo chiedere ai nostri giovani di essere protagonisti della battaglia. A settembre riaprono le scuole e, tradizionalmente, c'è la rinascita del movimento. In questo caso pienamente giustificato, anzi indispensabile per contrastare la deriva della riforma Moratti. Sono anche per riprendere l'ipotesi avanzata da Pestalozza, cioè il convegno sull'antifascismo, tema identitario classico dei comunisti, storia del Pci, valore attuale e non solo memoria.
A Ghilarza, in Sardegna, il nostro partito ha recuperato la casa museo di Gramsci, chiusa da due anni perché l'associazione che la gestiva non aveva fondi e si trattava di venti milioni di vecchie lire l'anno. Ci abbiamo pensato noi, malgrado le nostre povere finanze. E ora stamperemo dei volumetti di identità, di studio, di riflessione, con la casa editrice Robin di Roma gestita da un nostro compagno: il discorso di Togliatti nell'aprile del '44, il Gramsci sul leninismo ed altri classici. Concordo con Orazio Licandro che propone di ristampare le lezioni sul fascismo di Togliatti, perché sono il più straordinario testo di approfondimento sulla natura del regime. La famosa espressione "regime reazionario di massa", che per la prima volta sfatava l'idea del regime basato sui carri armati, sui cannoni. No, il fascismo aveva consenso, e era una formidabile macchina di costruzione del consenso, con intuizioni straordinarie: pensate ai dopolavoro, al Guf, ai balilla, agli avanguardisti, ai giochi, ecc…
L'altro nostro obiettivo è il rilancio di Rinascita, che è molto migliorata. La direzione del compagno Pagliarulo e i compagni che con grande abnegazione ci lavoravano hanno impresso una svolta al giornale. Abbiamo tenuto una direzione ad hoc sul giornale e sulle risorse finanziarie necessarie. Il compagno Rizzo ha "costretto" tutti voi del Comitato centrale ad abbonarvi. Solo 30 su 200 lo erano. Questo testimonia che il giornale non era percepito, e probabilmente non è ancora percepito, come uno strumento di lavoro politico. Perché nelle nostre iniziative o a quelle cui partecipiamo Rinascita non viene diffusa? Se non usiamo questo strumento, cos'altro abbiamo?
Non so quanti di voi abbiano la consapevolezza che questo partito è un piccolo miracolo. Abbiamo discusso fino alla noia il tema del nostro spazio politico. C'è uno spazio, ci siamo chiesti, tra Rifondazione e i Ds? Io sono d'accordo con Caron. Il problema è occupare tutti gli spazi a sinistra. Il fatto che il Pdci esista è un piccolo miracolo in controtendenza rispetto a tutto il mondo. Il partito comunista francese, gloriosissimo partito, il primo partito della Francia nel dopoguerra, dopo il nostro risultato elettorale ha - il presidente e Venier mi consentiranno quest'affermazione un po' orgogliosa - pochi più voti di noi. Dopo tutto quello che è successo nel mondo, dopo l'89, dopo lo scioglimento del Pci, dopo il fallimento dell'esperienza di Rifondazione, non era scontato. E' un miracolo nostro, perché ci stiamo riuscendo contro tutto e tutti, anche contro i nostri alleati: non dimentico che erano pronti a togliere il nostro simbolo alle elezioni politiche per accedere alla richiesta di Rifondazione. Abbiamo tenuto duro e oggi possiamo avere più fiducia in noi stessi, investire sull'intelligenza e sulla passione politica di questo partito.
In questo c'è un grande riconoscimento verso i fondatori, sia a livello nazionale che territoriale, del nostro partito. Ma questa riconoscenza non mi impedirà di affrontare alcuni problemi con la franchezza che mi è propria e quindi forse con qualche sgradevolezza. Chiedo scusa in anticipo, ma credo che un dirigente abbia il diritto-dovere di dire la verità.
L'idea che il partito debba essere guidato dai fondatori, cioè da quelli che nell'ottobre del '98 si divisero da Rifondazione in Parlamento e che poi affrontarono mille battaglie, mille naufragi, è un'idea sbagliata e perdente. Già oggi, in questo Comitato Centrale, ci sono compagni e compagne nuove, che hanno aderito al partito più tardi. Dal compagno Licandro, al compagno Palombo, al compagno Soffritti, alla compagna Vistoli. Parlo di compagni che sono segretari di federazione o dirigenti importanti. Ho citato loro perché sono seduti davanti a me, ma ce ne sono altri. Il nostro dovere è ampliare il partito, renderlo agibile e disponibile a nuovi compagni. Ce ne sono che non vengono da nessuna storia e ce ne sono che hanno alle spalle una storia diversa dalla nostra. Ma il partito togliattiano, il "partito nuovo", come ha fatto a diventare grande? Anche nel Pci c'era una componente settaria che voleva il partito dei quadri, dei rivoluzionari di professione. Togliatti, con uno straordinario coraggio politico, aprì il partito. Un partito di massa, prima ancora nella politica che nei numeri, che abbia il suo fondamento, la sua ragion d'essere nel lavoro dipendente, nel piccolo lavoro autonomo, nella piccola imprenditoria, tra i disoccupati e i braccianti. E contemporaneamente un partito capace di allargarsi anche nella formazione dei gruppi dirigenti. Non ho nulla da aggiungere a quanto detto dal compagno Galante. E tuttavia voglio rivolgermi ad una compagna bravissima, che ritengo anche una amica personale, alla quale voglio molto bene, e voglio farlo pubblicamente, alla compagna Bisi. Questa mattina è intervenuta, molto amareggiata, perché non è più la segretaria della federazione di Ferrara. Io condivido il giudizio che ha dato Galante, e cioè che la crisi di Ferrara è una crisi di crescita del gruppo dirigente, non un mero e triste litigio. Ma voglio essere ancora più esplicito e fare un esempio, se volete sulla base di un assurdo, come si usa ogni tanto in matematica. Se il compagno Cofferati dicesse: voglio iscrivermi ai Comunisti italiani, io sarei il primo a fare un passo indietro. Con un congresso, certo. Sarei il primo a dire che il compagno Cofferati deve fare il segretario.
Il giudizio sui compagni che hanno diretto la federazione di Ferrara è non buono, ma eccellente. E c'è rispetto e affetto sincero nei confronti di chi ha costruito il partito in una realtà egemonizzata dai Ds. Vedete, la stessa cosa è successa a Catania ed in altre federazioni.
Noi dirigenti comunisti dobbiamo mettere a disposizione le nostre persone, che per fortuna sono fungibili. Quel che non è fungibile è il partito.
Sempre per questo motivo concordo con l'osservazione garbatissima che il presidente ha fatto nei confronti del compagno Nesi. Perché è un po' stravagante venire alla tribuna e dire che la situazione è ulteriormente peggiorata e poi andarsene. I conferenzieri sono utili al partito, ma ancor più utile è dibattere tutti insieme. C'è in questa vicenda un punto delicatissimo che voglio affrontare in termini politici. Lungi da me l'idea che si possa affrontare in termini statutari. Non lo avrei fatto prima, quando il centralismo democratico non c'era, non intendo farlo adesso, anche perché il centralismo democratico non ha nulla a che vedere con le dinamiche dei gruppi dirigente. Il centralismo democratico attiene alla linea politica del partito.

 

Mi dispiace che il compagno Nesi sia andato via, avrei voluto fare questo discorso in sua presenza. Forse Nesi ed io abbiamo una diversa concezione del partito perché proveniamo da storie diverse. Sono convinto che dobbiamo fare in modo che il compagno Nesi possa entrare più in sintonia con il nostro modo di vedere il partito. Non allontanarlo, non emarginarlo, ma aiutarlo ad entrare in sintonia con noi, a partire dalla comune scelta fatta al congresso, che non è quella del centralismo democratico, ma la costruzione di un partito comunista. Questa è la scelta di fondo. In questo senso sono moderatamente ottimista sul futuro e tuttavia ribadisco quello che ho già detto al congresso in maniera molto franca. Il presidente del partito ha totalmente ragione, noi tutti di diverse generazioni, dai più giovani sino a quelli della generazione precedente alla mia, siamo figli di una gigantesca, mondiale sconfitta, quella dell'89: la fine della guerra fredda e la nascita del mondo unipolare, un mondo nel quale la guerra è diventata lo strumento della politica e tutto, anche le peggiori angherie, vengono giustificate con la lotta al terrorismo. Anche in Italia sta succedendo. Per lottare contro il terrorismo vengono colpiti i diritti dei lavoratori e i diritti di libertà. In questa fase noi siamo per davvero controcorrente, la nostra impresa è fuori dal comune, completamente straordinaria. Ma dobbiamo essere consapevoli che il massimo che io posso chiedere a me stesso, alla mia generazione, cioè quella che va verso i cinquant'anni, non è di ricostruire il partito comunista, ma di consegnare a chi oggi ha venti anni un'idea, una prospettiva comunista. Il partito comunista, quello che aveva il 30% dei voti o addirittura il 34%, partito di massa, partito autorevole, partito che si candidava a governare il Paese, quello che chiamavamo il più grande partito comunista dell'occidente, noi non lo vedremo. Ma non mi rassegno all'idea che con il crollo del muro di Berlino debbano crollare anche le mie idee, i miei ideali. E che soprattutto siano crollate le oggettive contraddizioni di classe, capitalistiche, post imperialistiche. Queste contraddizioni mondiali non sono finite, al contrario si sono aggravate. Ecco perché siamo qui. Perché oggi quelli che non hanno conosciuto il Pci e che non sono segnati dalle sconfitte subìte dalla nostra generazione, quelli che hanno vent'anni, possano reinventare per il terzo millennio una forma inedita di un nuovo partito comunista. Questo è il compito della nostra generazione e chi pensa che sia un compito di basso profilo si sbaglia. E' il compito più difficile e per certi versi il più esaltante. Quando Togliatti nel '44 costruisce il partito nuovo, lo può fare perché nei vent'anni precedenti i comunisti che hanno subìto la galera, l'esilio, che hanno combattuto, che sono stati uccisi, hanno costruito le condizioni. Ecco il nostro compito. Per questo compito io ho intenzione di battermi, per questo compito vi chiedo di battervi, perché questo compito non ha a che fare con le miserie della cronaca quotidiana, è un compito storico e ad esso vale la pena di dedicare le nostre esistenze.