|
Possiamo dire, senza andare lontani dal vero, di aver svolto un buon dibattito,
politicamente maturo, che ha registrato un consenso largo alla linea del
partito e alle proposte avanzate nella relazione. Anche laddove si sono
manifestate opinioni diverse, non sull'impianto ma su alcuni punti, c'è stato
un ragionamento pacato che ci consente di superare
quelle asperità che avevano caratterizzato alcuni momenti della campagna
congressuale.
Uno degli aspetti più importanti è la presenza, in questo Comitato
Centrale, di numerosi e nuovi quadri femminili. Se non avessimo operato al
congresso quella forzatura un po' illuministica, oggi
non sarebbero qui e non avrebbero potuto dare il loro contributo, assai
positivo, alla nostra discussione. Possiamo veramente essere soddisfatti
della scelta del 50% di compagne nel Comitato
Centrale che, col tempo e senza forzature, andrà portata a tutti i livelli
del partito.
Voglio riprendere un'affermazione del compagno Rizzo.
Il nostro dato elettorale è stato oggetto, per la prima volta, dell'analisi
delle segreterie di Rifondazione e dei Ds. Vi era
l'idea che questo partito andasse a consunzione,
che ci sarebbe stata un'ulteriore spaccatura e una confluenza nell'uno e
nell'altro partito. Nella peggiore dell'ipotesi, il "tutti a
casa".
Abbiamo avuto momenti difficili dopo le elezioni politiche.
L'insoddisfazione ha portato il partito ad un momento di grande scoramento
e difficoltà, oggettivo per i dati elettorali, ma anche soggettivo, perché
dentro al partito si manifestavano spinte
centrifughe, autodistruttive, che se non contrastate avrebbero potuto
portare allo scioglimento di questo partito.
Abbiamo coraggiosamente deciso di tenere il congresso nazionale
anticipatamente e quel congresso ci ha fatto crescere, maturare. Abbiamo
affinato la gestione della linea del partito e oggi possiamo dire che il
risultato delle ultime amministrative, come diceva il presidente del
partito, è davvero positivo. Vi è la precondizione
per esistere e radicarci, ed ancora una volta ha ragione Cossutta quando
afferma che in alcune realtà non era affatto scontato.
Le elezioni non sono andate bene ovunque, ma il dato nazionale è positivo, è la somma di dati locali importanti e di
alcuni picchi straordinari. So bene, lo dico al compagno e amico Vittorio
Nolli, che permangono difficoltà. Non ho usato
alcuna reticenza nella relazione nell'elencarle. Risultati negativi, non positivi, di tenuta in termini percentuali, di perdita
in termini assoluti. Non sono molti, ma ci sono. Non li ho elencati perché
fossero additati al pubblico ludibrio, ma perché compito di questo organismo dirigente, e tanto più della
segreteria, è aiutare quelle realtà. Ovviamente occorre un'analisi caso per
caso, perché i motivi della sconfitta sono diversi gli uni dagli altri, e
tuttavia noi interverremo per aiutare. Mi auguro
solo che qualcuno non dica che questo è l'effetto del centralismo
democratico, per cui l'aiuto ad una federazione
diventa una lesa maestà della democrazia del partito. Ma
qualcuno lo dirà. Preparatevi a ricevere altri plichi.
Da qui alle elezioni europee abbiamo di fronte a noi due anni di lavoro.
Gli europarlamentari verranno eletti con il
sistema proporzionale puro, quindi le elezioni saranno per noi
politicamente decisive. E decisive anche
finanziariamente, visto che i parlamentari europei versano un
contributo importante al partito. Nel frattempo ci saranno parecchie
elezioni locali. Ne voglio ricordare solo due. Le regionali nel Friuli Venezia Giulia (con una brutta legge
elettorale di cui, attraverso un referendum, chiederemo l'abrogazione, non
impossibile perché anche il Polo è contrario e quindi ci sono buone
possibilità di tornare al vecchio sistema proporzionale) sulle quali
dobbiamo sin d'ora investire. E le provinciali di Roma che coinvolgono più
di due milioni di abitanti della città più tutto
l'hinterland. Sono interessate ben quattro federazioni: Roma,
Civitavecchia, Castelli e Tivoli.
Per le europee dovremo predisporre un programma di
rafforzamento per radicare il partito, soprattutto nei grandi centri dove
siamo ancora deboli, così da mantenere il trend positivo delle provinciali.
Si stanno avvicinando a noi molti nuovi compagni. In Sicilia, in Molise, in
Campania ed in altre regioni. Compagni che aspettavano un dato positivo, di non transitorietà, che le provinciali hanno
loro offerto. Alcuni di voi diranno che questo un atteggiamento sbagliato,
che potevano venire subito, quando il partito
doveva affrontare maggiori difficoltà. E' vero, ma noi dobbiamo superare
questa logica ed essere aperti e disponibili. La logica dei "pochi ma
buoni", del partito dei fondatori, è per noi micidiale. La percentuale
di giovani nel Pdci è superiore a quella di tutti gli altri partiti. Il
congresso regionale del Friuli è stato per me una
esperienza straordinaria: ragazzi giovanissimi, operai di fabbrica,
delegati, compagni maturi che si sono forgiati nei luoghi di lavoro, che
vivono sulla loro pelle la contraddizione di classe. Ma
l'esperienza che più mi ha colpito è stata quella di Bologna. La
federazione, come sapete, è commissariata, guidata dalla
compagna Dolci - che in qualcuno di quei plichi viene indicata come
la signora Dolci, cosa di infinita sgradevolezza. A Bologna è stato messo
un banale banchetto durante una manifestazione sindacale e lì, sul luogo,
quindici ragazzi, il più piccolo tredici anni, il
più grande ventuno, hanno chiesto la tessera del partito. Li ho incontrati
due settimane fa a Bologna, alla festa di Rinascita, e sono rimasto a
discutere con loro tutta la notte. E' stata una bella esperienza.
Ragazzi inesperti, che si formeranno nella battaglia politica, nell'agire
quotidiano, ma anche andranno anche formati nel senso più classico del
termine. Il primo corso formativo, organizzato dalla compagna Pellegrini,
sarà di 4 giorni: un primo ciclo a tempo pieno e poi questi giovani verranno seguiti nel corso della loro evoluzione e
contemporaneamente partiranno altri corsi di base in modo che il ciclo sia
continuo.
Il Comitato Centrale ha appena cooptato la compagna Carena che ha fondato,
assieme ad altre compagne e compagni, il "Pasolini", centro
omosessuale di organizzazione e progettazione.
Esperienze importanti di cui dobbiamo avere cura. Ed occorre innanzitutto, care compagne e cari compagni,
moltiplicare le cellule nei luoghi di lavoro, le sezioni di fabbrica, già
costruite in molte parti d'Italia.
Come vedete, ho voluto iniziare le mie conclusioni
sull'esigenza di consolidamento del partito. Perché la
penso esattamente come il compagno Procaccini: più saremo forti, più
potremo essere unitari; più siamo deboli, più sarà concreto il pericolo di
essere fagocitati. Più siamo forti e autonomi e più possiamo intensificare la politica unitaria. Ma la politica unitaria si svolge su due livelli: quello
del centrosinistra allargato e quello della sinistra, la confederazione. La
politica unitaria, che per noi è il Dna del partito, non può però e non
deve essere vissuta in modo subalterno. Credo di
essere, all'interno del centrosinistra, uno dei dirigenti più unitari, ma
sul piano della linea, dei valori di fondo, sono
fortemente intransigente.
Noi abbiamo proposto, io per primo, di allargare l'Ulivo a
Di Pietro e Rifondazione. Ma ad Asti - una realtà dove gli
allibratori ci avrebbero dato cento a uno - il
centrosinistra ha vinto con Rifondazione fuori dall'alleanza di
centrosinistra. E giustamente i nostri compagni di Asti
non hanno voluto accordarsi con Rifondazione per il ballottaggio. Questo ci
ha portato a vincere. La nostra linea nazionale è quella della massima
unità, ma bisogna intelligentemente distinguere tra realtà e realtà.
Ho ascoltato con attenzione l'intervento di Giacomo De Angelis, segretario
regionale della Campania. Il mio giudizio politico su Bassolino è noto da
molto. Bassolino ha la convinzione che occorre superare i partiti e puntare
sugli uomini. In coerenza con le sue idee, è venuto a Roma per la
beatificazione di padre Pio ed ha affermato che padre Pio è come Di
Vittorio. Segno dei tempi. Tempo addietro, quando andai a Napoli per le
elezioni regionali, lessi un titolo sul Mattino
che diceva: "Bassolino: difenderò Napoli dai partiti". Mi colpì
talmente che lo ricordo a distanza di anni. Tenni
una dura polemica contro questa linea: se si eliminano i partiti e si punta
sulle figure carismatiche, vince Berlusconi. E infatti
ha vinto Berlusconi. E' questa una concezione leaderistica antitetica a
quella dei valori repubblicani e costituzionali, ed è la causa di molti dei
guai politici della Campania. In quella regione il
rapporto tra il nostro partito e Bassolino è difficile. Dovremo discuterne
attentamente, la segreteria nazionale con la segreteria regionale, per
vedere quali misure sia più opportuno adottare.
Veniamo trattati in modo spesso intollerabile e siccome non siamo vassalli
bisognerà decidere come reagire.
Questo non mette in discussione la nostra politica unitaria, ma ci obbliga
ad una grande attenzione, ed a comportamenti
conseguenti, rispetto a ciò che accade nella coalizione e nella sinistra.
Vi porto alcuni esempi.
Ho ritagliato un articolo tratto da La Nazione, Il
Carlino e Il Giorno, cioè il gruppo dei tre giornali nazionali di destra.
C'è un'intervista a Morando, area liberal dei Ds, intitolata "Anche
Sergio ha sbagliato, l'articolo 18 non è un tabù". Nel momento in cui vi
è un attacco senza precedenti alla Cgil, nel momento in cui si tenta con
ogni mezzo di criminalizzare il dissenso politico e il conflitto sociale, è
intollerabile che un pezzo dei Ds rompa non tanto il fronte del mondo
democratico, quanto del partito di Cofferati, dei Ds. L'indignazione non
dovrebbe essere solo di Diliberto, ma innanzitutto di Fassino, il
segretario di quel partito. Ma Fassino è anche il
protagonista dell'episodio, richiamato da Cossutta, avvenuto nella
direzione nazionale dei Ds, relativo ad un ordine del giorno di sostegno a
Cofferati che è stato respinto.
Da questi episodi non mi aspetto francamente niente di buono. Tanto meno mi
aspetto qualcosa di buono dall'Ulivo nel suo complesso. Enrico
Letta cinque giorni fa ha dichiarato: né con Cofferati, né con
D'Amato, riesumando un'espressione che ha prodotto già sufficienti danni in
anni passati.
In Italia conosciamo il sovversivismo delle classi dirigenti da almeno un
secolo, lo abbiamo vissuto in forme diverse, da Bava Beccaris in poi, e
negli anni 70 s'è espresso con i depistaggi, con le stragi politiche.
Quando c'è il rischio di una avanzata popolare, le
classi dirigenti si difendono e si difendono con qualunque mezzo.
Io non so, onestamente, cosa ci sia dietro la vicenda delle lettere di
Marco Biagi, uscite perfettamente a tempo, ma la reazione di oggi del ministro dell'Interno è incredibile. Noi
comunisti proponiamo alle forze democratiche di organizzare una
manifestazione di protesta contro il ministro dell'Interno. Invierò a tal
proposito una lettera per una urgente richiesta di
incontro ai segretari dei partiti all'opposizione.
Le destre hanno vinto le elezioni, potrebbero governare, anzi governano,
con una larghissima maggioranza parlamentare, 120 deputati in più, possono
fare quello che vogliono. Ma hanno paura dei
movimenti di massa. Subito dopo la manifestazione della Cgil del 23 marzo,
sul giornale La Sicilia apparve un articolo del ministro della Difesa,
Antonio Martino. Il ministro scriveva che quella manifestazione rappresentava
un pericolo per la democrazia.
Il ministro della Difesa controlla uno dei due servizi segreti, l'Arma dei
carabinieri e l'esercito. Se il ministro della Difesa dice di una pacifica
manifestazione sindacale che è un pericolo per la democrazia, quale è il passo successivo? Il passo successivo è
limitare i diritti dell'opposizione, il diritto di manifestare. Già avanzano ipotesi di questo genere. Tibaldi ricordava il
disegno di legge per limitare, se non addirittura abolire, il diritto di
sciopero nei servizi pubblici.
Stanno avvenendo cose che dovrebbero preoccupare anche il più moderato dei
socialdemocratici e invece, all'interno dell'Ulivo e dei Ds, dobbiamo
registrare serie sottovalutazioni. Noi, con grande
determinazione, dobbiamo affrontare questi temi e mettere in campo tutta la
nostra forza, per quanto limitata essa sia. Non aggiungo nulla a quanto
detto dal presidente del partito su questa materia. Voglio solo ribadire alcuni punti.
Noi siamo al fianco della Cgil e di Cofferati, ma tra poco Cofferati
lascerà la Cgil. Dobbiamo lavorare, lo dico innanzitutto ai nostri compagni
sindacalisti, per aiutare il gruppo dirigente della Cgil affinché riesca lo
sciopero generale e perché si raccolgano i cinque milioni di firme.
Sul referendum relativo all'estensione
dell'articolo 18, voglio raccogliere l'indicazione di Barbieri perché
esattamente in sintonia con quanto proposto nella relazione. Ci sono
diverse iniziative: il referendum "estensivo", l'iniziativa di
Grandi che anche noi abbiamo sottoscritto, la legge di iniziativa
popolare della Cgil. Il nostro partito deve farsi promotore di un incontro
con coloro che animano queste iniziative al fine
di raggiungere una posizione unitaria. Non so se ci riusciremo, ma dobbiamo
provarci. Temo le divisioni in un momento come questo. Personalmente ho
molte perplessità sul referendum "estensivo", ma so che nel
partito ci sono posizioni diverse: compagni che hanno espresso chiaramente
la loro contrarietà e compagni che stanno raccogliendo le firme. Personalmente
condivido la posizione del presidente del partito, per
altro discussa in direzione, che considero la più equilibrata.
Questo è il modo di fare provare a fare una sintesi tra diverse posizioni
mantenendo l'unità del partito in una fase politica a rischio come l'attuale.
E il partito dovrà impegnarsi a fondo nella
raccolta di firme sulla nostra petizione per la confederazione della
sinistra. Perché la nostra proposta diventi oggetto di
una battaglia politica. Alla manifestazione del 23 marzo, alle feste
dell'Unità alle quali sono invitato a partecipare, il popolo della sinistra
chiedeva unità. Noi dobbiamo raccogliere questa giusta esigenza ed indicare
uno sbocco politico.
A settembre terremo una grande iniziativa sulla scuola e dobbiamo chiedere
ai nostri giovani di essere protagonisti della
battaglia. A settembre riaprono le scuole e, tradizionalmente, c'è la
rinascita del movimento. In questo caso pienamente
giustificato, anzi indispensabile per contrastare la deriva della riforma
Moratti. Sono anche per riprendere l'ipotesi avanzata da Pestalozza,
cioè il convegno sull'antifascismo, tema
identitario classico dei comunisti, storia del Pci, valore attuale e non
solo memoria.
A Ghilarza, in Sardegna, il nostro partito ha recuperato la casa museo di
Gramsci, chiusa da due anni perché l'associazione che la gestiva non aveva
fondi e si trattava di venti milioni di vecchie lire l'anno. Ci abbiamo pensato noi, malgrado le nostre povere finanze.
E ora stamperemo dei volumetti di identità, di
studio, di riflessione, con la casa editrice Robin di Roma gestita da un
nostro compagno: il discorso di Togliatti nell'aprile del '44, il Gramsci
sul leninismo ed altri classici. Concordo con Orazio Licandro che propone
di ristampare le lezioni sul fascismo di Togliatti, perché sono il più
straordinario testo di approfondimento sulla
natura del regime. La famosa espressione "regime
reazionario di massa", che per la prima volta sfatava l'idea del
regime basato sui carri armati, sui cannoni. No, il fascismo aveva
consenso, e era una formidabile macchina di
costruzione del consenso, con intuizioni straordinarie: pensate ai
dopolavoro, al Guf, ai balilla, agli avanguardisti, ai giochi, ecc…
L'altro nostro obiettivo è il rilancio di Rinascita, che è molto
migliorata. La direzione del compagno Pagliarulo e i compagni che con grande abnegazione ci lavoravano hanno impresso una
svolta al giornale. Abbiamo tenuto una direzione ad
hoc sul giornale e sulle risorse finanziarie necessarie. Il compagno Rizzo ha "costretto" tutti voi del Comitato centrale
ad abbonarvi. Solo 30 su 200 lo erano. Questo testimonia che il giornale
non era percepito, e probabilmente non è ancora percepito, come uno
strumento di lavoro politico. Perché nelle nostre iniziative o a quelle cui
partecipiamo Rinascita non viene diffusa? Se non
usiamo questo strumento, cos'altro abbiamo?
Non so quanti di voi abbiano la consapevolezza che questo partito è un
piccolo miracolo. Abbiamo discusso fino alla noia il tema del nostro spazio
politico. C'è uno spazio, ci siamo chiesti, tra Rifondazione
e i Ds? Io sono d'accordo con Caron. Il problema è occupare tutti gli spazi
a sinistra. Il fatto che il Pdci esista è un piccolo miracolo in
controtendenza rispetto a tutto il mondo. Il partito comunista francese,
gloriosissimo partito, il primo partito della Francia
nel dopoguerra, dopo il nostro risultato elettorale ha - il presidente e
Venier mi consentiranno quest'affermazione un po' orgogliosa - pochi più
voti di noi. Dopo tutto quello che è successo nel
mondo, dopo l'89, dopo lo scioglimento del Pci, dopo il fallimento
dell'esperienza di Rifondazione, non era scontato. E' un miracolo nostro,
perché ci stiamo riuscendo contro tutto e tutti,
anche contro i nostri alleati: non dimentico che erano pronti a togliere il
nostro simbolo alle elezioni politiche per accedere alla richiesta di
Rifondazione. Abbiamo tenuto duro e oggi possiamo avere più fiducia in noi
stessi, investire sull'intelligenza e sulla passione politica di questo
partito.
In questo c'è un grande riconoscimento verso i
fondatori, sia a livello nazionale che territoriale, del nostro partito. Ma
questa riconoscenza non mi impedirà di affrontare
alcuni problemi con la franchezza che mi è propria e quindi forse con
qualche sgradevolezza. Chiedo scusa in anticipo, ma credo che un dirigente abbia il diritto-dovere di dire la verità.
L'idea che il partito debba essere guidato dai fondatori, cioè da quelli che nell'ottobre del '98 si divisero da
Rifondazione in Parlamento e che poi affrontarono mille battaglie, mille
naufragi, è un'idea sbagliata e perdente. Già oggi, in questo Comitato
Centrale, ci sono compagni e compagne nuove, che hanno aderito al partito
più tardi. Dal compagno Licandro, al compagno Palombo, al
compagno Soffritti, alla compagna Vistoli. Parlo di compagni che
sono segretari di federazione o dirigenti importanti. Ho citato loro perché
sono seduti davanti a me, ma ce ne sono altri. Il nostro dovere è ampliare
il partito, renderlo agibile e disponibile a nuovi compagni. Ce ne sono che
non vengono da nessuna storia e ce ne sono che hanno alle spalle una storia
diversa dalla nostra. Ma il partito togliattiano,
il "partito nuovo", come ha fatto a diventare grande? Anche nel
Pci c'era una componente settaria che voleva il
partito dei quadri, dei rivoluzionari di professione. Togliatti, con uno
straordinario coraggio politico, aprì il partito. Un partito di massa,
prima ancora nella politica che nei numeri, che abbia
il suo fondamento, la sua ragion d'essere nel lavoro dipendente, nel
piccolo lavoro autonomo, nella piccola imprenditoria, tra i disoccupati e i
braccianti. E contemporaneamente un partito capace di
allargarsi anche nella formazione dei gruppi dirigenti. Non ho nulla
da aggiungere a quanto detto dal compagno Galante. E tuttavia voglio
rivolgermi ad una compagna bravissima, che ritengo anche una
amica personale, alla quale voglio molto bene, e voglio farlo
pubblicamente, alla compagna Bisi. Questa mattina è intervenuta, molto
amareggiata, perché non è più la segretaria della federazione di Ferrara.
Io condivido il giudizio che ha dato Galante, e cioè
che la crisi di Ferrara è una crisi di crescita del gruppo dirigente, non
un mero e triste litigio. Ma voglio essere ancora più esplicito e fare un
esempio, se volete sulla base di un assurdo, come
si usa ogni tanto in matematica. Se il compagno Cofferati
dicesse: voglio iscrivermi ai Comunisti italiani, io sarei il primo a fare
un passo indietro. Con un congresso, certo. Sarei il primo a dire
che il compagno Cofferati deve fare il segretario.
Il giudizio sui compagni che hanno diretto la federazione di Ferrara è non buono, ma eccellente. E
c'è rispetto e affetto sincero nei confronti di chi ha costruito il partito
in una realtà egemonizzata dai Ds. Vedete, la stessa cosa
è successa a Catania ed in altre federazioni.
Noi dirigenti comunisti dobbiamo mettere a disposizione le nostre persone,
che per fortuna sono fungibili. Quel che non è fungibile è il partito.
Sempre per questo motivo concordo con l'osservazione garbatissima che il
presidente ha fatto nei confronti del compagno Nesi. Perché
è un po' stravagante venire alla tribuna e dire che la situazione è
ulteriormente peggiorata e poi andarsene. I conferenzieri sono utili
al partito, ma ancor più utile è dibattere tutti insieme.
C'è in questa vicenda un punto delicatissimo che voglio affrontare in
termini politici. Lungi da me l'idea che si possa
affrontare in termini statutari. Non lo avrei fatto prima, quando il
centralismo democratico non c'era, non intendo farlo adesso, anche perché
il centralismo democratico non ha nulla a che vedere con le dinamiche dei gruppi dirigente. Il centralismo
democratico attiene alla linea politica del partito.
Mi dispiace che il compagno Nesi sia
andato via, avrei voluto fare questo discorso in
sua presenza. Forse Nesi ed io abbiamo una diversa
concezione del partito perché proveniamo da storie diverse. Sono convinto
che dobbiamo fare in modo che il compagno Nesi possa entrare più in
sintonia con il nostro modo di vedere il partito. Non
allontanarlo, non emarginarlo, ma aiutarlo ad entrare in sintonia con noi,
a partire dalla comune scelta fatta al congresso, che non è quella del
centralismo democratico, ma la costruzione di un partito comunista.
Questa è la scelta di fondo. In questo senso sono
moderatamente ottimista sul futuro e tuttavia ribadisco
quello che ho già detto al congresso in maniera molto franca. Il presidente
del partito ha totalmente ragione, noi tutti di diverse generazioni, dai più
giovani sino a quelli della generazione precedente alla mia, siamo figli di
una gigantesca, mondiale sconfitta, quella dell'89: la fine della guerra
fredda e la nascita del mondo unipolare, un mondo nel quale la guerra è
diventata lo strumento della politica e tutto, anche le peggiori angherie, vengono giustificate con la lotta al terrorismo. Anche in Italia sta succedendo. Per lottare contro il
terrorismo vengono colpiti i diritti dei
lavoratori e i diritti di libertà. In questa fase noi siamo per davvero
controcorrente, la nostra impresa è fuori dal
comune, completamente straordinaria. Ma dobbiamo essere consapevoli che il
massimo che io posso chiedere a me stesso, alla mia generazione, cioè quella che va verso i cinquant'anni, non è di
ricostruire il partito comunista, ma di consegnare a chi oggi ha venti anni
un'idea, una prospettiva comunista. Il partito comunista, quello che aveva il 30% dei voti o addirittura il 34%, partito di
massa, partito autorevole, partito che si candidava a governare il Paese,
quello che chiamavamo il più grande partito comunista dell'occidente, noi
non lo vedremo. Ma non mi rassegno all'idea che con il crollo del muro di
Berlino debbano crollare anche le mie idee, i miei
ideali. E che soprattutto siano crollate le oggettive contraddizioni
di classe, capitalistiche, post imperialistiche. Queste
contraddizioni mondiali non sono finite, al contrario si
sono aggravate. Ecco perché siamo qui. Perché oggi quelli che non hanno conosciuto il Pci e che
non sono segnati dalle sconfitte subìte dalla nostra generazione, quelli
che hanno vent'anni, possano reinventare per il terzo millennio una forma
inedita di un nuovo partito comunista. Questo è il compito della nostra
generazione e chi pensa che sia un compito di basso profilo si sbaglia. E'
il compito più difficile e per certi versi il più esaltante.
Quando Togliatti nel '44 costruisce il partito
nuovo, lo può fare perché nei vent'anni precedenti i comunisti che hanno
subìto la galera, l'esilio, che hanno combattuto, che sono stati uccisi,
hanno costruito le condizioni. Ecco il nostro compito. Per questo compito
io ho intenzione di battermi, per questo compito vi chiedo di battervi,
perché questo compito non ha a che fare con le miserie della cronaca
quotidiana, è un compito storico e ad esso vale la
pena di dedicare le nostre esistenze.
|