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Inizio i lavori del Comitato
Centrale con una valutazione delle elezioni amministrative che
rappresentano per il centrosinistra - arriverò dopo ai risultati del
partito - una boccata di ossigeno.
Non enfatizzo questi risultati e tuttavia, a distanza di un anno
dall'insediamento del governo Berlusconi, c'è per la prima volta
un'inversione di tendenza. Non solo rispetto alle elezioni politiche, ma ad
una sequenza micidiale di risultati elettorali: politiche del maggio 2001;
regionali siciliane del giugno 2001; regionali del Molise
del settembre 2001: tutte perse rovinosamente.
Cosa è successo? Perché, dopo una sequenza
disastrosa, c'è un'inversione di tendenza?
L'analisi, che sottopongo alla valutazione del
Comitato Centrale, è che da gennaio-febbraio di quest'anno vi sia stato uno
spartiacque rappresentato dalla nascita e dall'affermazione di movimenti di
massa che hanno cambiato il senso comune nel Paese. Movimenti di natura
diversi e tuttavia tutti convergenti in un'unica fonte ispiratrice: quella
di un'opposizione più incisiva e intransigente al governo Berlusconi.
Ci sono stati movimenti giovanili che partono dal
luglio di Genova e arrivano sino alle contestazioni all'ultimo G8. C'è
stato il movimento della pace che ci ha visti protagonisti: le marce
Perugia-Assisi e il movimento contro l'uso della guerra quale strumento di composizione dei conflitti internazionali.
C'è stato il movimento per la giustizia, grandi manifestazioni come quella
del Palavobis cui hanno partecipato in 40.000. E
poi i movimenti degli autoconvocati: i girotondi, l'articolo 21,
l'informazione. E penso alle tante mailing list, a quella sorta di
permanente "assemblea on line" che raggiunge ed unisce moltissimi
giovani: una straordinaria rete di esperienze e di
associazionismo. Sino ad arrivare al più importante dei
movimenti, alla rinascita del conflitto sociale sull'articolo 18 ed alla
manifestazione della Cgil del 23 marzo fino allo sciopero generale.
Un'analisi, seppur sommaria e schematica, suffragata da un dato elettorale:
il centrosinistra cresce nel suo complesso e, al suo interno, cresce la
sinistra.
I Ds guadagnano due punti percentuali, ed è la prima volta dopo anni di
continua discesa. Rifondazione aumenta dello 0,4 e noi abbiamo un
incremento che ci porta dall'1,7 al 2,5. Verdi e
Sdi hanno un risultato che, quantomeno, inverte il disastro del Girasole
alle politiche. Mi riferisco ovviamente ai dati
provinciali, gli unici politicamente aggregabili, anche perché
rappresentavano un campione perfettamente coincidente con il dato nazionale.
La Margherita, di converso, perde 4 punti percentuali, ma il dato più significativo è la perdita di più della metà dei voti in
termini assoluti. Evidentemente è scemato l'effetto di trascinamento del
nome di Rutelli sul simbolo e, contestualmente, si sta affermando quello
che potremmo chiamare "l'effetto Cofferati".
In questo contesto giudico davvero importante il
dato del partito. Noi guadagniamo in termini percentuali
e, dato ancor più importante, siamo l'unico partito che avanza in
termini assoluti. I Ds aumentano di due punti percentuali, ma perdono
centinaia di migliaia di voti per effetto della
diminuzione complessiva dei votanti. Noi, nonostante questa diminuzione,
aumentiamo anche in termini assoluti. Siamo diventati,
passatemi l'espressione, il più grande dei piccoli partiti. Abbiamo
più voti dei Verdi, dello Sdi, dell'Udeur ed anche dell'Italia dei Valori.
Un risultato che ci incoraggia e su cui occorre
svolgere qualche considerazione relativamente al risultato delle singole
province. Esso è negativo a Vercelli e non buono
nelle due province liguri, Genova e La Spezia, ma va bene in Lombardia e
non era affatto scontato: a Como più 0,4; a Varese più 0,2. Ottimo il risultato in Veneto: a Treviso quasi un punto in più
ed a Vicenza 2 punti e mezzo, passando dallo 0,9 al 3,4%: in termini
assoluti, da 4.900 voti a 11.947, un dato davvero inaspettato. Il
risultato del Veneto è straordinario, perché ottenuto in una delle regioni
più "bianche", tradizionalmente più conservatrici. Ottimo risultato ad Ancona: più 1,2; ottimo a Campobasso: più 2
(passiamo da 2.700 a 4.780 voti); ottimo a Reggio Calabria: più 0,6.
Ma anche il dato delle comunali è incoraggiante. Il riepilogo che vi
è stato consegnato non tiene conto dei comuni dove non ci siamo presentati
e che sono ancora troppi. Occorre più coraggio, avremmo
dovuto presentarci anche laddove non abbiamo iscritti. I compagni
della federazione di Ferrara l'hanno fatto a Comacchio: i voti sono quasi
raddoppiati e, partendo dalla nostra lista, apriremo la sezione. Stessa
cosa in qualche realtà del catanese, ed anche lì abbiano iniziato a
costruire le sezioni. Va inoltre evidenziato il risultato di Bisceglie, un grande comune di 60.000 abitanti. Il partito è al 15% ed
è stato eletto sindaco il nostro compagno Franco Napoletano. Straordinario il risultato ad Asti, dove passiamo dal 5,8 delle
politiche al 10,1. Straordinario e importante a Reggio Calabria ed a
Gela, dov'era candidato sindaco il nostro compagno Rosario Crocetta che al
ballottaggio, per una quarantina di voti, non ha vinto. Abbiamo presentato
ricorso e tuttavia, al momento, non abbiamo il sindaco. Siamo andati bene
ad Alessandria; stabili a Parma, Pistoia e Cosenza; non bene in Liguria,
ancora una volta a La Spezia, Genova e Savona; non
bene a Piacenza, Rieti e Carrara. Ma il dato
politicamente più interessante è che per la prima volta otteniamo un
importante consenso nei comuni a base sociale operaia. Mi riferisco a tutta
la cintura torinese, il che premia un lavoro positivo
fatto alla Fiat, non soltanto il convegno nazionale tenuto dal compagno
Tibaldi e dalla segreteria della federazione, ma un lavoro continuativo da
quando, dopo l'accordo con la General Motors, era già chiaro dove si
sarebbe andati a parare. Sempre nella cintura torinese, a Grugliasco,
abbiamo raggiunto l'11% ed avevamo il 2,4. A
Rivalta il 7,9 e avevamo l'1,3. Lo stesso
risultato di Asti, così positivo, è il risultato
di un lavoro nelle fabbriche, negli insediamenti operai.
La tendenza non si limita al Piemonte. A Schio, in provincia di Vicenza,
tradizionale luogo di presenza operaia, abbiamo il 9% ed avevamo
l'uno e qualcosa. Questo partito non si limita a parlare a segmenti di avanguardie, quelle più avanzate, più di sinistra, ma
ha una base sociale di riferimento nei lavoratori dipendenti, nel lavoro
salariato. Dobbiamo trarre da questo lo stimolo per fare di più e meglio
proprio su questo segmento di popolazione e di ceto di riferimento.
Ricorderete la scelta fatta a livello nazionale, in qualche caso dolorosa
per i compagni dei territori: quella di presentarci in tutte e dieci le
province con il simbolo del partito. Dolorosa perché in
molte province si erano costruiti rapporti con i Verdi e con altre forze
politiche e l'orientamento era quello di liste comuni. Pensavo
prima, e lo penso ancor più alla luce dei risultati, che la nostra scelta sia stata giusta. Viceversa, alle comunali, abbiamo
invitato i compagni dei territori a fare "esperimenti" che
potevano servire come banco di prova: in numerosi comuni ci siamo
presentati con i Verdi, in altri con Di Pietro, in
altri ancora con Verdi e Di Pietro e in qualche caso con i Ds, con
Rifondazione, ecc. Il primo dato è che l'accordo tra noi e Di Pietro, e
cioè tra due formazioni molto diverse, accomunate soltanto dalla questione
morale, si è rivelato un disastro. A Frosinone abbiamo avuto lo 0,6%, a
Caserta l'1,1%, a Lecce l'1,6%, a Oristano lo
0,8%, a Chioggia l'1,3%. Da soli avevamo preso più voti. Porto questi
esempi basandomi ovviamente sui comuni più grandi, ma il dato nazionale è
inequivoco. Ed è andata male anche dove abbiamo
presentato un accordo a tre: noi, Di Pietro e Verdi. A Battipaglia l'1,2, a Nocera l'1,6. Con un'unica eccezione positiva a Camaiore, ma è veramente l'eccezione che
conferma la regola, dove abbiamo raggiunto il 5%. A Brindisi abbiamo
presentato una lista composta da noi, Verdi, Di
Pietro, Repubblicani europei, pezzi di società civile. Sulla carta era una
lista fortissima. Abbiamo preso l'1,2%. Altro
risultato disastroso ad Aprilia, dove siamo andati con l'Udeur e con Di Pietro. Abbiamo preso lo 0,6% dei voti, e credo
che in questo caso ce lo siamo politicamente
meritato.
Diverso è il ragionamento per quanto riguarda l'accordo con i Verdi. Penso a L'Aquila, a Matera, a Domodossola, a Ventimiglia e a
parecchi altri comuni dove evidentemente il rapporto tra la componente
comunista e quella ambientalista era più matura e comunque costruita nel
tempo, non occasionale.
Prima delle elezioni, facendo un investimento economico, chiedemmo ad
Abacus di fare per noi dei sondaggi. I dati di Abacus
ci gettarono nello sconforto perché ci davano al di sotto di quanto abbiamo
poi preso. Ma i dati Abacus, alla domanda rivolta agli elettori
sull'alleanza con Di Pietro, dicevano che solo il
10% era favorevole, mentre rispetto all'accordo con i Verdi si arrivava
quasi al 50%.
A Vibo Valentia è stata fatta una lista senza il simbolo del partito, e
tuttavia con un simbolo con la falce e il martello, che rappresentava noi
ed i Ds dissidenti. Abbiamo preso il 5,7% ed abbiamo eletto due consiglieri
comunali: questa è forse la dimostrazione che una certa omogeneità tra
partiti rende gli accordi comprensibili e premia elettoralmente. Va male
laddove ci sono alleanze non naturali, come si è rivelata, lo dico
autocriticamente, quella con Di Pietro.
Ci sono poi casi isolati in cui abbiamo fatto accordi con Rifondazione, in
qualche caso con Rifondazione e i Ds e in un caso, a Verona, in una lista
che potremmo chiamare della "confederazione della sinistra",
composta da Ds, noi e Sdi: non è andata male, nel senso che sostanzialmente
abbiamo avuto gli stessi voti che hanno preso i Ds alle politiche più
qualcosa portato da noi e Sdi.
Ricapitolando possiamo affermare che il risultato delle provinciali, ma
anche il risultato di dove, alle comunali, ci siamo presentati con la
nostra lista di partito, dà una crescita del nostro partito. Inverte una
tendenza e ci dice una cosa semplice, per noi importantissima: dobbiamo
ancora fare moltissimo, certo, ma questo partito non è transitorio, come
pure dopo le politiche sembrava ad alcuni esterni, ma anche interni, al
partito. Stiamo iniziando, sia pur faticosamente, a radicarci.
Il risultato è tanto più importante - per noi e per gli altri partiti della
sinistra - perché viene all'interno di un quadro europeo disastroso. Le
elezioni francesi ci consegnano un ulteriore
spostamento a destra degli equilibri europei, con una pesantissima crisi
delle socialdemocrazie che soltanto la leggerezza di Bertinotti può
ascrivere al centrosinistra. Il governo Jospin, caduto rovinosamente, era infatti il modello cui facevano riferimento Bertinotti
e Salvi sino a poco tempo fa. Avevano ragione, era il più avanzato
d'Europa, ma non era di centrosinistra, era di sinistra, era il governo dei
socialisti e dei comunisti. Comunque, al di là
delle operazioni strumentali, quel che è avvenuto in Europa ci consegna un
problema grande. La sconfitta francese, il punto più avanzato del sistema di alleanze di sinistra, era, a giudizio di tutti gli
osservatori, il governo più riformatore. Quel governo perde rovinosamente.
Questo pretende una riflessione seria da parte dei socialdemocratici, dei
socialisti, ma anche dei comunisti europei. Infatti
il dato francese conferma una tendenziale crisi, a livello europeo, dei
partiti comunisti: in Portogallo, in Spagna e adesso anche in Francia, dove
alle presidenziali prevalgono i partiti trotzkisti, estremisti, che
raggiungono quasi l'11%. Alle legislative il partito comunista francese
recupera mezzo punto percentuale e si assesta intorno al 4%, ma spariscono
i trotzkisti. Il che, badate, porta ad una conclusione
provvisoria e di lavoro: noi italiani abbiamo qualche titolo per lavorare
insieme ai compagni comunisti, della sinistra, perché siamo rimasti l'unico
Paese, con l'eccezione dell'ex Germania dell'Est, dove due partiti
comunisti hanno un insediamento rispettabile: 5,4% Rifondazione e 2,5% noi.
Non è ancora, anche sommando i voti, il risultato che ottenemmo alle
politiche del 1996, l'8,6%, prima che
abbandonassimo Rifondazione. E questo aumenta il
rammarico per il fallimento di quell'ipotesi di costruzione di un moderno
partito comunista in Italia.
Noi ci stiamo riprovando. Tuttavia il quadro francese ci
dice anche un'altra cosa. Mentre in Europa le destre sono divise
(c'è una destra democratica, di lealtà repubblicana, come viene chiamata in Francia quella di Chirac, e c'è una
destra fascista o di tipo fascista, razzista, xenofoba e in alcuni casi
persino neonazista), in Italia accade il contrario e l'alleanza di destra
che è al governo è la peggiore d'Europa.
Cercherò di spiegare quelle che secondo me sono le caratteristiche che
connotano questa alleanza e la natura della nuova fase che si è aperta in
Italia.
Questo governo rappresenta la somma di istanze diverse e tuttavia portatrici
ciascuna di un segmento pericoloso per la democrazia italiana. Buttiglione
è diverso da Bossi e da Fini, ma il moderato Buttiglione che perde la sua
battaglia contro Bossi e Fini sull'immigrazione ottiene
in cambio, dai "liberali" di Forza Italia, una legge oscurantista
sulla procreazione assistita. Ognuno dei segmenti di
questo governo, contrariamente a quelli del centrosinistra, porta a casa un
risultato grazie al quale parla all'elettorato di riferimento. Non
vi è in questo governo una idea semplificatoria
della coalizione. Ognuno parla ai propri cittadini e cerca di conquistarli
sulla base della propria identità: l'oscurantismo cattolico, la parte più
retriva della chiesa, quella xenofoba e quella neofascista, quella imprenditoriale, aziendalista, di Forza Italia.
Cercherò di offrire un quadro realistico di quello che sta succedendo,
anche alla luce degli ultimi fatti, inquietanti e oscuri, relativi alle
lettere di Marco Biagi.
Primo: sono in pericolo non i singoli diritti dei lavoratori, ma un intero
modello di società, quella appunto fondata sui diritti. E' in pericolo
perché l'obiettivo è una società neocorporativa, e uso questo termine nel
senso tradizionale del regime fascista. Quando il governo riesce a dividere
Cisl e Uil dalla Cgil e propone loro la creazione di enti
bilaterali, formati da sindacati e imprese, finanziati dal governo, che si
devono occupare di formazione, di collocamento, di uscita dal sommerso
sostituendo gli apparati dello Stato preposti a ciò, ad iniziare dalla
guardia di Finanza sino agli ispettorati del Lavoro, propone la costruzione
di un modello corporativo con la fine dell'autonomia delle parti sociali e
dunque del conflitto. E si inizia dall'articolo 18
per arrivare alle pensioni (pensate all'ultima uscita del governatore della
Banca d'Italia), al contratto collettivo nazionale di lavoro, al
collocamento, alla decontribuzione per tutti i nuovi assunti, misura che
rappresenta la rottura del meccanismo di solidarietà tra le generazioni. E'
un altro modello di società, non più fondato sui diritti, ma sull'idea che
non si è cittadini dotati di diritti, ma si è cittadini in quanti
proprietari. E' la vecchia idea del liberalismo classico, della libertà
intesa come libertà economica e dunque come arbitrio, come legge del più
forte. Stanno applicando questo modello in settori chiave
come la sanità, dove a grandi passi ci si sta avviando verso la
privatizzazione. E' in gioco il modello della scuola, dove a settembre
bisognerà fare una battaglia campale. La riforma Moratti
fa tornare la scuola italiana agli anni 50. Ad una scuola di classe,
nel senso tradizionale della parola, dove i figli dei lavoratori vanno
all'avviamento al lavoro, cioè ad imparare un
mestiere, e i figli dei benestanti ai licei. Il compagno Bergonzi sta lavorando molto bene, organizza convegni,
iniziative, manifestazioni. In un opuscolo del partito, è pubblicato un suo
utile scritto che analizza nel dettaglio la riforma Moratti.
Quindi, primo: i diritti dei lavoratori cancellati o ridotti all'interno di
una logica da corporazione fascista.
Secondo. Mai come in questa fase c'è stato un simile attacco alla laicità
dello stato. La Dc , che ha governato per 50 anni,
non si è mai sognata di colpire la divisione classica tra Stato e chiesa,
quella che i liberali ci hanno insegnato. Procreazione assistita,
concezione oscurantista della famiglia, legge 194, scuola privata e
cattolica e anche, per motivi diversi, l'antislamismo dilagante sulla base di una idea identitaria: italiano è uguale a
cattolico. La cosa è inoltre alimentata ad arte dalla guerra al terrorismo
presunto, che crea guasti profondi, nel medio e lungo periodo, perché
affronta questioni che attengono a un sistema di
valori che permea il senso comune della popolazione.
Questa fase ci fa tornare agli anni più bui della storia repubblicana, sia
sul piano delle garanzie democratiche che in senso stretto. Pensate alle
due molotov false, costruite dalla polizia e fatte ritrovare nella caserma
di Bolzaneto a Genova. Per giustificare l'irruzione e le violenze vengono inventate le prove facendo piazza pulita di uno
dei principi fondamentali: le garanzie e i diritti dei cittadini. Violati
per tre giorni a Genova, durante il G8, con la sospensione dei diritti
costituzionali e poi per giustificare, a posteriori,
quella violazione, con la fabbricazione da parte di un organo dello
Stato, la polizia, di prove false. Ecco perché noi difendiamo
l'indipendenza della magistratura! Perché essa garantisce
innanzitutto i cittadini. Se la magistratura non fosse
indipendente, se i pubblici ministeri che stanno indagando dipendessero dal
governo, quelle prove non sarebbero state trovate.
Sono pezzi di un mosaico autoritario che passa attraverso la schedatura di
chi sciopera e la criminalizzazione del dissenso e
del conflitto. Quello che è successo con la pubblicazione su La
Repubblica delle lettere di Marco Biagi
ricorda il tempo delle stragi, dei delitti impuniti, dei grandi misteri
d'Italia. Noi manifestiamo la piena e incondizionata solidarietà al
compagno Cofferati, ma contemporaneamente dobbiamo essere consapevoli della
materia che stiamo maneggiando. Lettere che non sono in mano alla
magistratura, che saltano fuori dai computer e
quindi difficilmente accertabili. Non sapremo mai se sono davvero di Biagi
né qual era il reale contenuto. Le lettere che ha
in mano la magistratura non contengono il riferimento a Cofferati. Le nuove
lettere sono state pubblicate da un giornale di centrosinistra, La
Repubblica, e sono saltate fuori per opera di un consigliere comunale
di Rifondazione di Bologna. Viene da chiedersi: a
chi spaventa l'ingresso di Cofferati in politica? Come diceva uno che se ne
intende, a pensare male si fa peccato, ma spesso
ci si azzecca.
Si tratta di una materia molto delicata che attiene al funzionamento dei
poteri dello Stato, ai depistaggi, alla fabbricazione di prove false,
riferita a un tema che è la criminalizzazioni del
conflitto e del dissenso, largamente in atto ad opera di questo governo.
Da un lato c'è l'autoassoluzione delle classi dirigenti: falso in bilancio,
rogatorie, rientro dei capitali dall'estero, sino alla proposta di Bossi
sulla reintroduzione dell'autorizzazione a procedere per i parlamentari
anche per le condanne passate in giudicato. Cosa che non
esisteva nemmeno nella prima Repubblica: chiunque faccia parte della classe
dirigente è impunito per legge. Dall'altro lato,
tolleranza zero per ogni forma di dissenso, di marginalità sociale, di
diversità, di conflitto. Dalla legge sulle tossicodipendenze a
quella sugli immigrati. Il quadro è preoccupante. A questo aggiungiamo che
tutta l'informazione è in mano a questi signori, e che l'informazione non sono solo i Tg, ma anche i talk show, il complesso di
valori che viene veicolato dalle televisioni, fondato su valori e principi
opposti a quelli costituzionali.
Pestalozza fece una straordinaria osservazione, e cioè
avanzò l'idea della "maleducazione" come cifra dell'idea fascista
della comunicazione. Il presidente del Consiglio che fa le corna è un
paradigma: nella formazione delle classi dirigenti c'è sempre stata l'idea
che esse devono dare l'esempio. Le classi dirigenti della destra invece
assecondano i peggiori istinti, li interpretano, li esaltano, li
blandiscono e fanno sì che la maleducazione, il disvalore, il machismo,
l'ignoranza, siano vincenti. E' così che nascono i
regimi, con lo spostamento progressivo del senso comune. Ed è proprio su
questo terreno, sull'informazione-formazione-cultura, che la destra sta
lavorando da tempo. Una decina di giorni fa è
stato presentato il manifesto della cultura degli
intellettuali di destra. Successe anche nel '24. E' vero che in quel caso
il promotore si chiamava Gentile e non Dell'Utri, Adornato o Bondi, e
tuttavia non è un caso che, attraverso il manifesto degli intellettuali di
destra, vogliano dare una giustificazione
culturale a quello che sta avvenendo. I loro capisaldi sono
il cattolicesimo democratico e il liberalismo, ma Salvemini si rivolterà
nella tomba ad essere citato come il punto di riferimento di questi
signori.
Noi dobbiamo accettare la sfida. Il nostro partito ha proposto al professor
Tranfaglia, che non è comunista e quindi non può essere considerato di
parte, viene dalla cultura azionista che è parte della migliore cultura
democratica di questo Paese, di predisporre un manifesto degli
intellettuali antifascisti da contrapporre a quello di dell'Utri
e raccogliere firme dell'intellettualità e del popolo democratici.
Il 25 aprile di quest'anno si è verificato un fatto che mi ha fatto pensare
di essere veramente al termine della prima Repubblica. Il presidente del
Consiglio, per la prima volta nella storia repubblicana, ha celebrato la
Liberazione ricordando non i martiri della Resistenza, ma un golpista
dichiarato come Edgardo Sogno, realizzando
simbolicamente lo strappo definitivo dall'architrave della nostra
Costituzione, l'antifascismo.
Siamo in una fase di passaggio in cui è reale il rischio di una forma
inedita di regime autoritario. E questo è
agevolato dal quadro internazionale dove la guerra è diventata l'unico
elemento permanente della vicenda politica. La guerra non si chiama più
guerra ma polizia internazionale, perché con la scusa del terrorismo si può
fare qualunque cosa, conculcare qualunque diritto, quelli collettivi di intere popolazioni e quelli individuali, con una
sorta di asimmetria dei diritti umani per cui essi valgono soltanto quando
sono dei ceti e dei Paesi dirigenti.
Come reagire a tutto ciò? Sono convinto che dobbiamo ribadire
la linea di condotta seguita dal congresso ad oggi. Da un lato l'unità di
tutte le forze democratiche, perché più essa sarà
forte, più forti saremo nel contrastare il disegno reazionario. L'unità più larga, nella quale ognuno faccia il suo mestiere,
nella quale i Ds non rincorrano la Margherita al centro e la Margherita non
rincorra i Ds a sinistra per pescare voti. Questa alleanza può
funzionare, parlo dell'Ulivo allargato a Di Pietro
e Rifondazione, se ciascuno farà il suo mestiere, se i moderati sapranno
contendere a Berlusconi i voti moderati e se la sinistra farà la sinistra. E' da respingere con la massima forza l'idea
semplificatoria dell'Ulivo come partito unico. I governi ombra,
il portavoce unico, sono semplificazioni inutili quando non dannose. Come è da respingere una politica blairiana dell'Ulivo.
Noi comunisti la riteniamo inaccettabile.
Unità nella diversità, dunque, perché ciascuno continui a
essere quello che è e non quello che gli altri vorrebbero che fosse. Noi
dobbiamo investire sul nostro essere sinistra
all'interno del centrosinistra, ad iniziare da un forte impegno nelle
battaglie a fianco della Cgil. Dobbiamo contribuire a raccogliere i 5
milioni di firme che la Cgil si è prefissata a tutela dell'articolo 18, per
una legge di iniziativa popolare. Dobbiamo
sostenere la Cgil impegnando l'intera organizzazione del partito, perché
essa è l'ultimo avamposto di massa contro la deriva del Paese. Propongo al
Comitato Centrale di chiedere a tutto l'Ulivo, quando arriverà in
Parlamento la legge sulla base dell'accordo separato con Cisl e Uil, una battaglia durissima sull'articolo 18 anche
attraverso un ostruzionismo che utilizzi ogni spiraglio consentito dalle
regole parlamentari. Avanzo quindi al centrosinistra questa proposta:
ostruzionismo parlamentare e non l'abbandono dell'Aula, come qualcuno ha
ventilato relativamente ad altre vicende. La battaglia si fa sino in fondo
di fronte al Paese, su uno dei punti che noi giudichiamo chiave per la
vicenda politica italiana.
Insisto molto sul lavoro dipendente, sul lavoro operaio, perché l'Europa e la Francia ci insegnano che se il lavoro salariato non
si sente rappresentato dalla sinistra prevalgono le spinte identitarie,
prevale la paura del diverso, dell'islamico. Se
nelle grandi fabbriche del nord gli iscritti alla Cgil votano Lega, è
perché si sentono rappresentati dal sindacato ma non dai partiti della
sinistra. Chiedo al partito un investimento forte, senza alcun
tentennamento, sul mondo del lavoro in generale, e su quello
dipendente e salariato in particolare.
Rispetto al contenzioso sull'estensione dell'articolo 18
alle imprese con meno di 15 addetti, sono convinto che occorra e si possa
trovare una sintesi per comporre le diversità. C'è chi sta raccogliendo
firme e, tra questi, ci sono compagni e compagne del nostro partito.
Vedete, la sinistra Ds ha presentato un documento completamente diverso da quello Amato-Treu sullo Statuto dei lavori, ma diverso
anche da quello della Cgil. Un pezzo della Cgil sta raccogliendo firme per
l'estensione dell'articolo 18, mentre l'intera Cgil ha scelto la difesa dell'articolo 18 così come esso è. E'
possibile una sintesi? Lo è chiedendo a tutti questi soggetti un elemento
unificante della battaglia in corso. Sarebbe imperdonabile, in una fase in
cui c'è il rischio di regime, dividere il movimento. Una legge di iniziativa popolare, una raccolta così massiccia di
firme come i cinque milioni chiesti dalla Cgil, possono offrire la sponda
per spostare in avanti la discussione, in un quadro unitario dove i diversi
pezzi della sinistra e del sindacato conducono una comune guerra contro il
nemico vero. Voglio sentire l'opinione del Comitato Centrale.
Sull'estensione ci sono opinioni diverse, non solo legittime ma persino
ovvie, e non a caso noi abbiamo tenuto una linea elastica, molto duttile,
insieme al compagno Tibaldi che sta svolgendo un egregio lavoro.
Per una lunga fase, dall'ottobre-novembre 1998 sino alle ultime politiche,
abbiamo tenuto un atteggiamento unitario e di lealtà verso il
centrosinistra che evidentemente aveva appannato l'immagine del partito. Al
congresso abbiamo segnato non un mutamento di linea, ma una diversa
capacità di stare in campo. Siamo stati nei movimenti ed a fianco della
Cgil nel costruire le mobilitazioni territoriali e nazionali. Abbiamo anche
dimostrato autonomia dall'Ulivo, anche attraverso la rottura, dolorosa ma
necessaria, con il gruppo dirigente.
Noi rilanciamo, alla luce dell'analisi della fase politica, la necessità di
un Ulivo allargato a Rifondazione e a Di Pietro, e
rilanciamo contemporaneamente la necessità che dentro l'Ulivo sia costruita
la Confederazione delle forze della sinistra. Presenteremo una petizione
popolare perché nelle nostre feste, nelle nostre iniziative, ma anche nelle
feste altrui, alle feste dell'Unità, i nostri compagni raccolgano firme per
la confederazione, per la nostra linea, che è una linea di competizione
nell'unità.
Siamo un partito autonomo, culturalmente,
organizzativamente, idealmente. Spesso abbiamo posizioni simili a
quelle dei compagni della sinistra Ds. Perché allora
non siamo all'interno dei Ds per condurre una battaglia di sinistra?
Dobbiamo darci una risposta. Perché tra noi e i compagni della sinistra c'è
una differenza di fondo ineliminabile. Noi siamo
comunisti. E a chi vagheggia, anche dentro le nostre fila, di improbabili scomposizioni e ricomposizioni della
sinistra, voglio dire che io ho intenzione di costruire un partito
comunista, non altra cosa, perché per noi è ancora fondamentale la
contraddizione tra capitale e lavoro ed il superamento del capitalismo. Noi
siamo comunisti e siamo nell'Ulivo perché ci hanno insegnato che di fronte
al pericolo delle destre si risponde innanzitutto con l'unità delle forze
democratiche, l'unità antifascista, come si diceva una volta.
Allora unità, autonomia e competizione.
In questi ultimi mesi abbiamo rinsaldato la struttura del partito. Paola Pellegrini, responsabile della formazione, terrà
un corso a fine luglio: 35 compagni giovani, sotto i 29 anni, inizieranno
un percorso formativo e verranno seguiti nel tempo. Abbiamo inoltre creato,
grazie al lavoro della compagna Moroni, il primo nucleo di
immigrati del nostro partito, importantissimo perché essi
rappresentano due grandi contraddizioni: quella classica tra capitale e
lavoro e quella tra nord e sud, tra paesi ricchi e paesi poveri. Ieri, in
direzione, abbiamo deciso il rilancio, attraverso un investimento, de
"La Rinascita". E infine la direzione
lancerà una sottoscrizione nazionale per recuperare risorse, in modo da
mettere a profitto quel che ci stiamo prefiggendo.
Ce la possiamo fare, compagne e compagni. Ce la
possiamo fare se superiamo qualche episodio, per fortuna limitato, di
malcostume. Avrete ricevuto, come tutti i membri del Comitato Centrale,
incartamenti, plichi, lettere che sono frutto di
chi lavora per dividere il partito. C'è chi accusa la reintroduzione del
centralismo democratico di ogni nefandezza
possibile e immaginabile. Se si litiga per
l'assessorato di un comune, è colpa del centralismo democratico. Nella
vicenda del commissariamento della federazione di
Bologna, motivo dei numerosi plichi, non c'entra nulla il centralismo
democratico. Era una federazione spaccata, il comitato
federale era ingovernabile. Per questo è stata commissariata. Com'è
avvenuto in Lombardia, a Milano ed a Napoli ben prima dell'introduzione del
centralismo democratico.
Temo che vi siano compagni che non si sono messi alle spalle il congresso.
Io non ricordo chi ha votato in un modo o in un
altro, chi ha votato a favore o contro quell'aspetto o l'altro delle tesi,
perché ho il dovere, da dirigente, di rendere il partito agibile a tutti.
Tant'è che mi sforzo sempre di ricercare una sintesi tra opinioni diverse. Ma non si può tollerare che ci siano compagni, il 99%,
che lavorano per costruire questo partito ed altri che fomentano le
divisioni interne. Non sto pensando a sanzioni. Mi riferisco ad una
battaglia politica da condurre a viso aperto, perché questo partito lo
merita. E allora, care compagne e cari compagni,
difendetelo da chi lo vuole divedere e distruggere. Questo partito, almeno
per quanto mi riguarda, è l'ultimo approdo possibile per chi è e vuole
chiamarsi comunista.
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