La "rivoluzione reazionaria" delle destre

L'intervento di Armando Cossutta

Ufficio stampa

Roma, 30 giugno 2002

Condivido la relazione del compagno Diliberto, che ha compiuto un'analisi precisa ed efficace sia dei risultati elettorali, sia della situazione politica e delle sue prospettive. Non ho altro da aggiungere, desidero solo compiere qualche sottolineatura.


Sui risultati elettorali mi pare che sia ben chiaro a tutti che il giudizio, per l'Ulivo ed in particolare per il nostro partito, è assolutamente positivo. Per noi si tratta di un'inversione di tendenza tanto in termini quantitativi quanto qualitativi. Lo si vede dai risultati che abbiamo avuto in alcune zone del Paese, risultati che dimostrano non solo la possibilità ma già la realtà di un insediamento popolare del partito. Penso a due successi in certo modo paradigmatici: quello di Asti e quello di Bisceglie. Ad Asti superiamo il 10 per cento, in una realtà complessa ed articolata e raccogliamo forti consensi - come peraltro in tutta la cintura torinese - tra i lavoratori dipendenti e gli operai. A Bisceglie, dove siamo il primo partito e guidiamo l'amministrazione comunale, il nostro insediamento ha un carattere popolare nel senso tradizionale del termine: si avvicinano a noi lavoratori, ceti medi, giovani. Si tratta di una capacità di presa nella società che è stata una delle caratteristiche del Pci. Insomma la strada intrapresa dal partito con il congresso di Bellaria comincia a dare risultati e questi risultati confermano più di tante parole la validità della nostra linea. Vi è per noi uno spazio politico, uno spazio che non è più soltanto la ricerca di una distinzione da Rifondazione come dai Ds: non siamo più in mezzo, siamo altro ed è la nostra peculiarità che ci permette di avere una capacità di presa ed una possibilità di successo.
Possiamo insomma prefigurare e costruire una formazione politica popolare e di massa. E' questa una esigenza che vedo delinearsi con precisione e di cui non posso che rallegrarmi. Se un limite c'è, è oggi quello della insufficiente consapevolezza sulla necessità di accompagnare questo processo alla nascita e alla crescita anche di una nuova leva di quadri politicamente e culturalmente molto forti, per un partito, dunque, di massa e di quadri.
Lo scenario che ho delineato è positivo. Certo non mancano le zone d'ombra, certo in alcune parti del paese i risultati non sono stati buoni, vi sono inadeguatezze, arretramenti, insufficienze che vanno superate, ma trovo ingenerose, comunque infondate, le valutazioni fatte dal compagno Nerio Nesi, secondo il quale dal congresso in avanti assistiamo ad un peggioramento dei nostri difetti. Non vi è peggior cieco di chi non vuol vedere e quello che io vedo, che tutti i compagni possono vedere e che stiamo costruendo un insediamento sociale, che c'è una maggior compattezza politica e che le prospettive per uno sviluppo del partito sono reali.
Passo all'analisi politica. La fase nella quale ci troviamo, la fase che il movimento operaio e la sinistra attraversano in Italia ed in Europa, è una fase molto grave e pericolosa. Non sto qui a fare una disputa sulle parole, cerco di andare alla sostanza. C'è un regime in Italia? Il rischio è sotto gli occhi di tutti. La parola regime richiama situazioni che appartengono al periodo della dittatura fascista. La situazione di oggi è diversa, più complessa e non per questo meno pericolosa. Ci troviamo davanti alla formazione di un sistema selvaggiamente liberista, "condito" con una dose massiccia di populismo e di demagogia; a sostenere questo sistema interviene un autoritarismo che rasenta la vera e propria reazione. Siamo di fronte ad una "rivoluzione reazionaria". La vicenda di questi giorni, gli attacchi a Cofferati da parte del governo, sono un'ulteriore conferma di questa "rivoluzione reazionaria", ma le anticipazioni le avevamo già. E' finita la prima Repubblica ha detto Diliberto. Ha ragione. E' finito un sistema che, malgrado i contrasti anche acerrimi tra le forze della sinistra da una parte e la Dc dall'altra, aveva però sempre delle connotazioni democratiche, nel rispetto di certi postulati. La Costituzione della Repubblica non veniva attuata ed abbiamo combattuto per anni per dare attuazione ai suoi principi, ma non era mai stata apertamente contestata, come oggi si fa. Quando si arriva a modificare la Costituzione cambia una fase, si compie una cesura netta con la propria storia.
L'Europa sta andando a destra. Mi auguro che le prossime elezioni in Germania interrompano questo ciclo e che lì si riesca a tenere le posizioni democratiche, ma quello che è avvenuto in Francia, in Spagna, in altri paesi conferma che oggi la destra domina il Continente ed il mondo intero. Perché siamo a questo punto? Viene detto da alcuni fatui pontefici della rivoluzione che se andiamo a destra è per colpa della sinistra. È questo un linguaggio che sentiamo spesso da chi ammanta le proprie riflessioni da tante parole, spesso difficili persino da capire, e da tante iperbole, ma che poi, al succo, è animato dal più deteriore semplicismo. Colpe della sinistra ve ne sono. Ma quali colpe? Quali responsabilità? Ecco io credo che la colpa principale sia quella di non aver capito in cosa consiste il pericolo della destra e come si manifesta. Non fu capito nel '20 e nel '21, non fu capito nel '32 e nel '33, negli anni in cui in Europa si affermava prima il fascismo e poi il nazismo. La situazione oggi è diversa da allora, certamente, ma è innegabile che la destra, nella nuova realtà mondiale seguente alla caduta del Muro e alla fine della divisione del mondo in blocchi contrapposti, sta diventando padrona assoluta della situazione. C'è chi questa offensiva non l'ha compresa - gli estremisti del tanto peggio, tanto meglio - e chi, pur comprendendo il pericolo della destra, lo ha assecondato, accarezzato anziché contrastarlo. Nel popolo della sinistra e non solo della sinistra c'è ora una presa di coscienza di fronte al pericolo della destra e alla realtà del suo dominio. Lo vediamo dal risultato elettorale: non si è votato solo per i comuni e le province ma anche per manifestare questa preoccupazione. E' un fatto importante questo risveglio nel Paese. A questa ripresa dobbiamo però dare una risposta, un sbocco politico. Noi uomini e donne democratici, noi uomini e donne della sinistra, dobbiamo riuscire ad armarci di un grande progetto, di quel progetto che nel passato ha consentito alle forze progressiste di avere un ruolo egemone. Oggi quel progetto manca, oggi siamo desolatamente privi di un'idea del mondo, quell'idea di libertà, di giustizia sociale che ha animato masse immense di lavoratori e che ci ha fatto vincere la guerra di Liberazione e costruire un regime democratico. Ce lo avevamo questo progetto, frutto di una grande, intelligente elaborazione, perché se siamo riusciti nel '44, nel '45 a definire una prospettiva per l'Italia, quella era figlia di una lunga, decennale, battaglia politica, culturale, ideale. Eravamo vittoriosi, avevamo vinto contro il nazifascismo. Non so se i compagni che non hanno vissuto quella fase colgono l'assoluta lungimiranza e saggezza del disegno politico di Togliatti e del Pci che, nella temperie di quei giorni, indica ai comunisti l'obiettivo della "democrazia progressiva". Avevamo le armi in pugno, avevamo liberato noi le grandi città del nord, eppure Togliatti parla di "democrazia progressiva". Molti, ancora una volta, non capirono: attraverso quella strada nasceva una nuova Italia. La classe operaia, per la prima volta nella storia del paese, si candida ad essere classe dirigente della nazione. Oggi noi ci troviamo di fronte non ad una vittoria, ma a una sconfitta. Oggi noi balbettiamo di fronte al dominio capitalistico della destra e non riusciamo ad avere altro progetto che non sia quello di una sacrosanta opera di difesa dall'offensiva delle destre. Cosa fare? Ci chiudiamo nelle nostre casematte in attesa di tempi migliori? Io credo che dobbiamo tornare ad elaborare un progetto e quando dico progetto non penso semplicemente ad un programma. Certo dobbiamo sapere cosa vogliamo fare sui problemi dello stato sociale, della sanità, dei salari o dell'ambiente e cosi via. Ma questo non basta. L'Ulivo nelle elezioni del '96 aveva un programma positivo, pur tuttavia non c'era quel filo conduttore che solo può suscitare la mobilitazione degli animi, dei cuori, delle intelligenze, delle passioni. Non c'era nel '96, neppure con Prodi, quel filo, con Rutelli manca proprio il rocchetto. All'attuale leader dell'Ulivo fa difetto la grande visione dei processi, si barcamena nel piccolo cabotaggio. Ma anche le altre personalità del centrosinistra, indipendentemente dalle loro qualità intellettuali, non sanno esprimere un progetto; penso ad Amato che rimane ancorato a visioni che si dichiarano nuove ma che sanno di antico, che non sono corrispondenti alla realtà in cui ci troviamo ad operare. Per non parlare dei Democratici di sinistra: la loro crisi è certamente dovuta a tanti fattori ma principalmente alla mancanza di un progetto. Serve dunque un progetto, un progetto democratico, e su questo progetto occorre la costruzione di un'alleanza democratica. Fausto Bertinotti ama ripetere che la sinistra in Europa ha perso per colpa dell'alleanza di centrosinistra. La verità come sapete è un'altra: si è perso e si perde perché non c'era e non c'è il centrosinistra né in Francia né in Europa. In Francia la sinistra non uscirà dalla situazione nella quale si è cacciata se non stabilirà un rapporto con le forze democratiche. Quante occasioni ha perso la sinistra francese! Si è attardata nella ricerca di intese con le formazioni estremiste anziché ricercare le intese con le forze democratiche, che arrivano fin dentro gli stessi gaullisti di sinistra.
Se la sinistra non sarà in grado di stringere queste alleanze, di strappare le forze democratiche all'abbraccio soffocante della destra, soccomberemo in tutta Europa. D'altronde se guardate alle vicende brasiliane vedrete che il candidato della sinistra Lula, che è un rivoluzionario, ha cercato rapporti con settori fondamentali della borghesia, con le forze che si differenziano da quelle asservite all'imperialismo americano. Questa alleanza, sia pure mutatis mutandis vale in ogni circostanza e in ogni paese. E dentro questa alleanza io sento forte la necessità di un rafforzamento del ruolo e dell'unità della sinistra. E' inutile caro D'Alema, caro Fassino, caro Amato che continuate a parlare di cose che appartengono al passato; la vera modernità non è il partito unico, la rigida unicità, bensì l'unita di tutti nel rispetto del pluralismo e delle posizioni di tutti. E' difficile, ma questa è la via, le altre sono fughe in avanti. Bertinotti sta cercando una soluzione per i problemi del suo partito e per le sue prospettive (in verità esigue) imboccando la strada dell'identificazione del partito col movimento. E' un percorso questo che gli riserverà delusioni cocenti e porterà di fatto allo scioglimento di Rifondazione. Ma è sbagliata per il suo ostinato immobilismo, anche la posizione di Fassino ed Amato.
Mi pare valida la nostra proposta, quella della Confederazione, che esprime questo bisogno di unità nel rispetto della pluralità delle posizioni. Ci si obietta: ma come la fate questa confederazione se nessuno la vuole? E' vero e il gruppo dirigente del partito ha questa consapevolezza, ma c'è un'altra via? No, non c'è. La nostra forza sta in questo: che noi siamo nelle condizioni di ribadire, di sostenere che questa via ha una sua razionalità e una sua validità. E d'altra parte i compagni Ds dovrebbero pure rendersi conto della situazione che hanno nel loro partito, di questa divisione drammatica e verticale. Cosa vengono a parlare di grande partito della sinistra quando il loro partito è li, ogni giorno, di fronte ad una crisi gravissima! Tengano conto, come fanno al loro interno, della pluralità delle forze della sinistra. Ecco perché la nostra insistenza per la confederazione è più valida che mai. Giudico positiva ed efficace la proposta del segretario di lanciare un grande appello per la confederazione, attorno al quale raccogliere energie, speranze e consensi, materiali e culturali. Questa nostra proposta deve uscire dalle stanze delle segreterie, deve diventare sentimento diffuso tra il popolo della sinistra. Quel popolo vuole l'unità non l'appiattimento delle posizioni. E allora rivolgiamoci direttamente al popolo comunista e di sinistra, ai tanti elettori Ds che possono apprezzare la nostra proposta. Questa estate ci saranno molte feste di Rinascita e ci sarà una infinità di feste de l'Unità; andiamoci, cerchiamo di parlare, di partecipare ai dibattiti, di far sentire con lealtà e rispetto le nostre posizioni, i nostri punti di vista. Vogliamo una confederazione e Cofferati ne può essere il leader. Il nome del segretario della Cgil esce dalla realtà. Quali altre sono le figure della sinistra che possono oggi rappresentare il mondo del lavoro, del progresso, del rinnovamento? Cofferati è una grande risorsa. La gente si chiede chi può oggi far uscire la sinistra dalle secche: ecco chi può, Cofferati. Questa esigenza che indica la gente comune noi la dobbiamo saper rappresentare con forza.
Cofferati è fatto mira di un attacco inaudito e senza precedenti. Ebbene, di fronte a questi attacchi vi è stato, prima della vicenda delle lettere di Biagi, un errore madornale dei Ds: respingere l'ordine del giorno della minoranza di solidarietà alla Cgil è un fatto gravissimo e di cui i dirigenti Ds devono e dovranno rispondere. Forse c'era dello strumentalismo nei compagni del correntone che lo proponevano, ma compito di un gruppo dirigente degno di questo nome è anche quello di saper assumere e fare propri i punti di vista altri, di smontare gli strumentalismi, tanto più in una vicenda nevralgica e centrale come quella dell'attacco al sindacato. La destra colpisce Cofferati perché vede che è la figura attorno alla quale si può coagulare un grande movimento di massa. Ma, purtroppo, bisogna sottolineare che un'ostilità sorda od esplicita nei confronti di Cofferati alligna anche nel gruppo dirigente dei Ds e ancor più in quello di Rifondazione, che aborriscono la possibilità di un ruolo di Cofferati alla testa delle forze della sinistra.
Sulla questione del sindacato e dell'articolo 18 dovremmo cercare di evitare divisioni fra di noi. Il nostro primo impegno deve essere a fianco della Cgil per organizzare un grande sciopero generale, che rappresenterà una cosa enorme; a seconda di come crescerà e raccoglierà consensi lo sciopero generale può determinare quel salto nella vita politica per andare avanti o prendere una botta. Il nostro impegno deve essere totale su questo come nella raccolta di 5 milioni di firme per un referendum contro la modificazione dell'articolo 18 e per una proposta di legge di iniziativa popolare volta a dare una soluzione positiva ai problemi che riguardano i diritti dei lavoratori.



Quanto al referendum proposto da Rifondazione per estendere l'articolo 18, se dovessimo prendere una posizione "netta" questa non potrebbe che essere negativa perché tale referendum non solo ignora una massa enorme di lavoratori che continuerebbero a rimanere senza tutele e diritti, ma non tiene in nessun conto la realtà del sistema delle piccole e piccolissime imprese: sono milioni di piccole imprese, compresi i bar, i negozi, le pensioncine, le fabbrichette artigianali. Ci si chiede di decidere in modo "netto", ma una decisione "netta" finirebbe per essere una decisione burocratica. Se dovessimo decidere in modo drastico diremmo no, ma dopo? Produrremmo solo inutili lacerazioni. C'è saggezza nel partito, cari compagni. Vediamo le cose importanti e cioè ribadiamo con forza, senza possibilità di equivoci, che noi siamo favorevoli alla proposta della Cgil. Se alcuni compagni, sul referendum promosso da Rifondazione hanno altre opinioni questo fa parte della dialettica interna. Questo modo di fare non è altro che l'applicazione intelligente del centralismo democratico, di cui si fa spesso un gran parlare senza conoscerlo. La democrazia è l'abc della nostra vita quotidiana. E sono ingiuste le critiche che vengono rivolte al gruppo dirigente. E in atto un "lavorio". So benissimo cosa vuol dire il "lavorio", l'ho fatto, l'ho organizzato, l'ho diretto in altre epoche e di ben altro spessore, ma voglio dire ai compagni che si trattava allora di contrastare la degenerazione di quel partito che fu il Pci, di dare uno sbocco politico ed ideale. Chi oggi fa questo lavorio lo fa solo per distruggere quanto abbiamo realizzato in questi anni. E' questo che volete compagni? Non credo che sia questo che avete nel cuore e nella mente. E allora andiamo avanti, tutti avanti.